26 aprile 2006

Il passato pesante di Romano Prodi

di Leila

Un passato pesante : CIA, Bilderberg, Bolkestein, OGM, Israele, relazioni con la NATO, colpo di stato contro Chavez. Povera sinistra! Cosa hanno scelto gli italiani, la peste o il colera?

Per mettere fine al regno di Berlusconi, la sinistra antiliberista (sic!, NdT) italiana ha plebiscitato (con le votazioni primarie) l’ex presidente della Commissione Europea, Romano Prodi ed ha accettato di affidargli la missione di guidare l’opposizione alle elezioni legislative del 9 e 10 aprile 2006.
Romano Prodi è uno dei mistificatori dell’Europa sociale. È il più alto responsabile della strategia di Lisbona adottata nel 2000, per una durata di dieci anni. Questa strategia ha accentuato il carattere neoliberista dell’Unione Europea e ha sottoposto alla più alta competitività e alle " leggi " del mercato le politiche sociali (istruzione, pensioni, ecc.) e ambientali.
Il leader della sinistra italiana ha proposto e sostenuto il progetto della " direttiva sui servizi ", la cosiddetta Bolkestein, dal nome del liberalissimo ex Commissario Europeo Olandese, che aveva elaborato questo testo.
Nel 2003, quando il signor Prodi era a capo della Commissione Europea, ha rimosso la moratoria sugli OGM, autorizzando con ciò la commercializzazione e la coltivazione delle piante transgeniche.
Ha qualificato come " molto ragguardevole " il progetto di " riforma " sull’assicurazione-malattie del governo francese, un progetto che aggrava in modo considerevole le ineguaglianze in materia di accesso alle cure.
È stato uno dei promotori del Trattato Costituzionale Europeo. Questo Trattato ha l’obiettivo di incidere nel marmo le politiche ultraliberiste. Il signor Romano Prodi e altri ultraliberisti hanno posto la libera concorrenza al di sopra del progresso sociale, lasciando la porta aperta al dumping sociale e fiscale. Costoro hanno pianificato una guerra economica permanente, senza fine, posizionando i cittadini europei nelle condizioni di stato di allerta continuo. Hanno voluto fare dell’Europa una giungla dove il monopolio della violenza (economica o di altra natura) non appartiene, e ne’ può appartenere, che al più forte.
Essendo un cattolico convinto, il leader della sinistra laica pensa che le religioni devono giocare un ruolo importante nello sviluppo dell’Unione Europea. Prodi ha istituito il GOPA (Group of policy advisers to the president - Gruppo dei consiglieri politici del Presidente), un organismo incaricato in particolare delle questioni religiose e del quale la maggior parte dei membri sono cattolici praticanti.
In una lettera indirizzata a " La Repubblica ", Romano Prodi si rammarica per l’assenza di riferimenti alle radici cristiane nella nuova Costituzione Europea, quindi collegandosi alle posizioni papali, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI : “La domanda comune di tutte le Chiese di un riconoscimento esplicito nel preambolo della Costituzione del ruolo storico del cristianesimo non è stata accettata. Io penso che questo aspetto rappresenta veramente un anello mancante”…”Oggi, l’Unione Europea vede alle sue frontiere orientali la Russia, l’Ucraina, e la Bielorussia, e a sud-est la Turchia; con l’ingresso di Cipro e di Malta, l’Unione Europea è in contatto diretto con il Medio Oriente. In presenza di questa nuova situazione geografica, l’Europa ha una nuova responsabilità internazionale, in quello che concerne il diritto, la giustizia, la pace, ma questa responsabilità non potrà essere esercitata se la questione della sua identità, con il riconoscimento delle sue radici cristiane, non diverrà dirimente”…”Le religioni presenti storicamente in Europa, in particolare il cristianesimo (…) possono apportare un contributo essenziale, in quanto fattori di integrazione e di fraternità, elementi culturali che superano e trascendono il significato etnico di patria, e quindi contribuiscono ad una nuova stagione dell’europeismo e alla vocazione universale dell’Europa”… “La nuova Europa porta in sé i valori che hanno fecondato per due millenni l’essenza del pensiero e del modo di vivere, di cui il mondo intero è stato beneficiario. Il cristianesimo occupa un posto privilegiato fra questi valori”: questo ha dichiarato Prodi.
Il libro bianco della Commissione sui principi del governo, che il cantore dell’ultraliberismo ha presentato nel 2001, è uno strumento ideologico per una politica dello Stato minimo, uno Stato dove l’amministrazione pubblica ha per missione non più quella di servire l’insieme della società, ma di fornire beni e servizi ad interessi settoriali e a clienti-consumatori, con il rischio di aggravare le ineguaglianze fra i cittadini e le regioni Europee.

La sinistra antiliberista italiana ha dimenticato che il signor Romano Prodi :

– è appartenuto a quella rete stay-behind, una rete che sta nel retroscena, messa in piedi dagli americani dopo la seconda guerra mondiale per combattere l’influenza comunista.

– è stato membro del comitato di direzione del Gruppo Bilderberg, l’architetto della mondializzazione liberale : " Qualcosa deve rimpiazzare i governi e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo ", ha dichiarato David Rockefeller, fondatore del Bilderberg

– era d’accordo per consegnare alla CIA informazioni confidenziali su cittadini europei che si recavano negli Stati Uniti,

– si è felicitato per il colpo di stato militare del 2002 contro il Presidente Hugo Chavez, un presidente eletto democraticamente e il cui governo ha lanciato tutta una serie di riforme sociali in modo che il Venezuela possa divenire un paese più giusto e meno denso di ineguaglianze,

– ha condannato il 59% dei cittadini europei che hanno posto Israele alla testa dei paesi che minacciano la pace. Per Prodi i sondaggi “mostrano l’esistenza continua di un pregiudizio che deve essere condannato” e “nella misura in cui questo potrebbe indicare un pregiudizio più profondo e più generale nei riguardi del mondo ebraico, il nostro disgusto è ancora più radicale”,

– non ha mai mancato un’occasione per promuovere la lingua inglese e di imporla come lingua unica dei negoziati per l’allargamento europeo. E la lista sarebbe lunga…

Cosa pensano i cittadini della sinistra antiliberista italiana, membri o no di un partito, di un sindacato, o di un’associazione, e che come noi si battano, senza molto contare, per mettere in scacco i principi neoliberisti che Romano Prodi e i suoi accoliti ci predicano come ineluttabili? Si sentono, o no, traditi?

Fonte: http://www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2006-04-06%2011:02:44&log=invites
Visto su: http://it.altermedia.info/
12.04.06

Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

....e un altro punto di vista: La borsa petrolifera dell'Iran

di Fubar
Needlenose

Oggi il San Francisco Chronicle ha pubblicato un articolo sulla Borsa petrolifera dell’Iran, firmato da David R. Baker, intitolato “Una rete di intrighi petroliferi – Il piano dell’Iran circola su innumerevoli blog”.
E’ un argomento di cui abbiamo parlato su questo sito lo scorso settembre (e per la verità, non ci aveva particolarmente colpito), tuttavia l’articolo di Baker è pieno di inesattezze e di dichiarazioni da parte di persone che sembrano essere rimaste al diciannovesimo secolo. Ecco qualche esempio:
“L’Iran ha un piano per distruggere gli Stati Uniti, e non ha niente a che vedere con la bomba.
In realtà, la repubblica islamica userà il petrolio e l’euro per distruggere il Grande Satana, come avverte un numero imprecisato di siti internet. L’attacco sarà così strutturato: l’Iran costituirà una borsa petrolifera che opererà in euro invece che in dollari, finora unica valuta usata nel mondo per acquistare il greggio. Gli altri paesi, le cui banche centrali si tengono ben strette le loro riserve di dollari per poter comprare il petrolio, si libereranno in massa di questa valuta.
Il valore del dollaro crollerà, e l’economia degli Stati Uniti arriverà al collasso. Il Nuovo Ordine Mondiale voluto dagli statunitensi scomparirà in un turbinio di scambi monetari.
Questa storiella circola sulla rete da mesi, e ovviamente i blogger si scatenano con commenti apocalittici. Persone che si auto-definiscono economisti, si infervorano in dibattiti dettagliati quanto oscuri, e alla fine, come ogni buona storia che circola su internet, la saga della borsa petrolifera iraniana si è animata di vita propria e si è diffusa come un virus”.
Consigliamo al signor Baker di dare uno sguardo alla nostra versione della storia, e di piantarla di prendersela con noi poveri e indifesi blogger ;-). Scrive ancora Baker:
“Prima di tutto, l’Iran avrebbe bisogno della collaborazione degli stati produttori di petrolio suoi vicini per mettere in piedi una borsa, e con molti di loro le relazioni sono piuttosto tese”.
In realtà questo non è affatto vero. L’Iran potrebbe tranquillamente istituire una borsa petrolifera basandosi solo sul suo petrolio e su quello dell’alleato Venezuela. Secondo il Financial Times, il Venezuela ha chiesto all’Iran di aiutarlo a spostare le sue vendite verso il mercato cinese, sottraendolo agli Stati Uniti. L’Iran sarebbe anche in grado di influenzare con discrezione alcuni dei suoi maggiori partner nel commercio di petrolio e gas, come Cina ed India, affinché partecipino attivamente all’attività della borsa. Per la verità non c’è neanche bisogno di tutto questo, basta molto meno per rendere fattibile quest’iniziativa (per una lista completa di chi possono far salire a bordo date un'occhiata a questo post).
[L'ex presidente iraniano Mohammad Khatami, a sinistra, e il presidente venezuelano Hugo Chavez, a destra, tengono una conferenza stampa congiunta vicino a Caracas (Jorge Silva – Reuters)]
Se l’Iran riesce a dimostrare che i venditori possono spuntare alla sua borsa migliori prezzi al barile, o che i compratori possono avere accesso ad un petrolio che non sia già contrattualmente pre-assegnato ad imprese petrolifere, questa borsa riscuoterà un gran successo.
Continua Baker: “Inoltre, spostare gli affari da New York e Londra alla repubblica teocratica dell’Iran potrebbe rivelarsi difficoltoso. All’Iran mancano molti degli elementi indispensabili a far sì che una borsa petrolifera abbia successo, inclusi stretti legami con istituzioni finanziarie internazionali, operatori di borsa, economisti e tecnici informatici”.
Invece, proprio come il NASDAQ [1], la Borsa Petrolifera Iraniana sarà totalmente informatizzata, e non richiederà dunque la presenza di operatori sudati e drogati di caffè, con i loro strani gesti e sommersi da fogli di carta. Hossein Talebi, il direttore della Borsa, ha dichiarato “la maggior parte degli affari verrà conclusa attraverso internet”. Qualcosa di simile a quello che la NYMEX ha fatto nel 2000 con l’istituzione dell’eNYMEX [2]. Non che interessi più di tanto, ma se qualcuno sentisse l’insopprimibile desiderio di accedere fisicamente ai servizi finanziari, le società si trovano a pochi chilometri di distanza, negli Emirati Arabi.
La borsa dell’Iran nascerà con l’aiuto di un consorzio di consulenti tecnici europei (documento PDF), in possesso di una profonda conoscenza dell’industria petrolifera, e che si occuperà anche delle perizie informatiche ed economiche. Nel suo articolo, Baker cita un professore di Stanford, John Taylor, il quale afferma che “non si può fondare una borsa petrolifera ad Omaha”. Il professor Taylor probabilmente è poco informato sul funzionamento dell’outsourcing [3], sui collegamenti internet con fibre ottiche ad alta velocità, o sui terminali per il trading. Infatti, è molto probabile che anche le banche dati del NYMEX siano da qualche parte lontano da New York, magari perfino nel midwest, mentre gli uffici di New York si occupano dei servizi amministrativi e di marketing. Quindi in definitiva si potrebbe fondare una borsa petrolifera anche ad Omaha. Benvenuti nel 21esimo secolo.
Baker scrive anche: “Molta gente non crede che i commercianti di petrolio internazionali, ora sprofondati nelle loro confortevoli poltrone a New York o Londra, siano impazienti di stabilirsi in Iran. Queste persone e le loro società potrebbero non essere così entusiaste di entrare in affari con un paese noto per il suo governo evanescente, per la sua rigida applicazione della legge coranica e per la sua ostilità nei confronti dell’occidente”.
Quest’affermazione è alquanto stupida. Forse è il caso di ripeterlo: Internet Trading, commercio via internet. Non c’è bisogno che qualcuno vada a piantare le tende al centro del Golfo Persico, si possono fare affari stando tranquillamente seduti in mutande a casa o mentre ci si sposta in metropolitana.
“Molti economisti considerano totalmente irragionevole l’ipotesi che un’eventuale borsa iraniana possa distruggere il dollaro. Sostengono che le valute possono facilmente essere scambiate sui mercati internazionali, e che non c’è bisogno di avere enormi riserve di banconote per poter comprare petrolio. I paesi conservano o vendono dollari per molte altre ragioni oltre al commercio del petrolio.
"C’è differenza fra la moneta di fatturazione e la moneta che di fatto la gente vuole possedere.” dice Richard Lyons, preside della Haas School of Business di Berkeley”.
La ragione per cui molti economisti ritengono quell’ipotesi irragionevole è perché quell’ipotesi è fottutamente irragionevole! Non è un gioco a somma zero [4]. E’ un modo per distribuire i rischi, utile a coloro che non hanno voglia di puntare tutto su una sola carta. Si chiama hedging [5]. Certo, farà defluire parte del mercato dalle borse basate sul dollaro, ma anche se la borsa iraniana ottenesse un successo clamoroso, non potrà che fungere da alternativa, utile a ridurre i rischi di perdite finanziarie. Chris Cook, ex direttore dell’IPE [6], il quale, come abbiamo fatto notare in un altro articolo, è immerso fino al collo nella progettazione della borsa iraniana, usa toni prudenti:
“L’idea dell’Iran, a medio o a lungo termine, sarebbe quella di entrare nel commercio del greggio, ma sappiamo quanto sia delicata la questione”.
[Alla Cina manca l'energia per finanziare il proprio Boom]
Il mondo, in contrasto col fervore iperbolico dell’Iran, tende ad un’evoluzione, più che ad una rivoluzione, soprattutto il mondo dei mercati finanziari. Il signor Baker confonde la retorica sbandierata dai politici iraniani (più che altro ad uso e consumo domestico) con la realtà economica. Per quanto possano dire di voler “distruggere gli USA”, il dollaro non corre alcun pericolo.
L’articolo di Petrov a cui Baker fa riferimento parte come un convincente, sebbene isterico, esame della situazione (“Il governo iraniano ha infine sviluppato l’arma ‘ nucleare’ definitiva in grado di distruggere rapidamente il sistema finanziario che costituisce le fondamenta dell’Impero Americano”). Sembra un’analisi ragionevole, finché non inizia a parlare di cosa faranno gli Stati Uniti per bloccare la nascita della borsa iraniana. Da quel punto in poi deraglia rapidamente verso la pura paranoia:
# Sabotare la Borsa – possibili virus informatici, attacchi alle reti di comunicazione e ai server, varie violazioni ai sistemi di sicurezza, o un attacco stile 11 settembre alle strutture centrali e di supporto.
# Colpo di Stato – questa è di gran lunga la migliore strategia a lungo termine che gli Stati Uniti possano mettere in pratica.
# Negoziare Termini e Limitazioni Ragionevoli – un’altra eccellente soluzione per gli Stati Uniti.
# Risoluzioni di Guerra Congiunte dell’ONU – …
# Attacco Nucleare Unilaterale – …
# Guerra Totale Unilaterale – …

Lo scenario non prende in considerazione la cosa migliore che gli Stati Uniti possono fare, almeno a breve termine, cioè niente. Per quanto gli Statunitensi abbiano demonizzato il governo iraniano, il petrolio dell’Iran continua a scorrere nei mercati mondiali, e parte di esso arriva in un modo o nell’altro anche negli Usa (per esempio attraverso le materie plastiche Made in China, o i tessuti sintetici che arrivano dalla Corea), quindi è improbabile che gli Stati Uniti vogliano pregiudicarsi le loro forniture (a meno che gli amici petrolieri di Dick Cheney non inizino a sentire l’impellente desiderio che il petrolio raggiunga i 100$ al barile).
L’articolo finisce menzionando la Dubai Mercantile Exchange, ma omette di ricordare che il suo progetto di commercio petrolifero si sta realizzando grazie all’aiuto del NYMEX, e che il suo successo è dovuto al fatto che commercerà in dollari e che non aggiungerà nemmeno un centesimo ai prezzi stabiliti dal NYMEX e dall’IPE.
Vale la pena ripeterlo: non è un gioco a somma zero. L’Iran non sembra essersi imbarcato in questa impresa per tagliare fuori il dollaro, ma per offrire un’alternativa a chi non vuole dipendere dalla valuta statunitense. E’ una classica strategia di copertura, e non ci sarebbe da sorprendersi se alla fine i concorrenti degli Usa sul mercato globale (e sappiamo chi sono) entrassero in una borsa basata sull’euro per tenersi le spalle coperte, giusto nel caso in cui succedesse qualcosa e fossimo tutti costretti a pagare i nostri debiti di miliardi di dollari.

Note del traduttore:
[1] NASDQ = National Association of Securities Dealers Automated Quotation (Quotazione automatizzata dell'Associazione Nazionale degli Operatori in Titoli). Istituito il 5 febbraio 1971, negli Stati Uniti, si tratta del primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato costituito da una rete di computer.
[2] ENIMEX = New York Mercantile Exchange, il Mercato di New York specializzato in petrolio e prodotti energetici. [3] Outsourcing = affidamento a terzi di specifiche funzioni o servizi.
[4] Un gioco a somma zero descrive una situazione dove, perché uno possa vincere, uno o più devono perdere.
[5] Hedging = espressione anglosassone che indica un'operazione di copertura effettuata per cautelarsi contro eventuali perdite derivanti da fluttuazioni di cambio o di prezzo.
[6] IPE = International Petroleum Exchange (Borsa Petrolifera Internazionale), con sedee a Londra.

Fonte: Link: http://www.needlenose.com/
Link: http://www.needlenose.com/node/view/2809
04.04.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

Un punto di vista: Una rete di intrighi petroliferi

di David R. Baker
San Francisco Chronicle

Il piano dell'Iran circola su innumerevoli blog
L’Iran ha un piano per distruggere gli Stati Uniti, e non ha niente a che vedere con la bomba. In realtà, la repubblica islamica userà il petrolio e l’euro per distruggere il Grande Satana, come avverte un numero imprecisato di siti internet. L’attacco sarà così strutturato: l’Iran costituirà una borsa petrolifera che opererà in euro invece che in dollari, finora unica valuta usata nel mondo per acquistare il greggio. Gli altri paesi, le cui banche centrali si tengono ben strette le loro riserve di dollari per poter comprare il petrolio, si libereranno in massa di questa valuta. Il valore del dollaro crollerà, e l’economia degli Stati Uniti arriverà al collasso. Il Nuovo Ordine Mondiale voluto dagli statunitensi scomparirà in un turbinio di scambi monetari.
Questa storiella circola sulla rete da mesi, e ovviamente i blogger si scatenano con commenti apocalittici. Persone che si auto-definiscono economisti, si infervorano in dettagliati quanto oscuri dibattiti, e alla fine, come ogni buona storia che circola su internet, la saga della borsa petrolifera iraniana si è animata di vita propria, e si è diffusa come un virus.
Si è insinuata profondamente nel web, quel non-luogo dove regnano incontrastati i teorici della cospirazione: gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq perché Saddam Hussein aveva iniziato a commerciare petrolio in euro. Faremo la stessa cosa all’Iran, e per la stessa ragione. La disputa sul programma nucleare di Teheran? Soltanto una cortina di fumo per nascondere il vero intento degli USA: stroncare sul nascere la borsa iraniana.
La storia contiene un fondo di verità. L’Iran vuole davvero istituire una borsa petrolifera. Il paese, ricchissimo di petrolio, accarezza l’idea da anni, sia pure a fasi alterne. Questa borsa andrebbe a contrapporsi al NYMEX [1] e all’IPE [2] di Londra, i due centri mondiali del commercio petrolifero.
Ma è tutt’altro che scontato che il progetto decolli, e anche se ciò accadesse, gran parte degli economisti ritiene che non costituirebbe una minaccia per gli Stati Uniti.
Innanzitutto, per mettere in piedi una borsa, l’Iran ha bisogno della collaborazione degli stati produttori di petrolio suoi vicini, e con molti di essi le relazioni sono piuttosto tese.
“Io non credo che gli iraniani si azzarderebbero a procedere senza un accordo con l’Arabia Saudita”, dice Chris Cook, ex direttore dell’IPE che per primo ha suggerito agli Iraniani l’idea di una borsa del petrolio. A suo parere, probabilmente la borsa inizierebbe la propria attività con la vendita di prodotti chimici derivati dal petrolio, per poi passare al greggio in un secondo momento, dopo un eventuale accordo con gli altri paesi produttori di petrolio del Golfo.
“L’idea dell’Iran, a medio o a lungo termine, sarebbe quella di entrare nel commercio del greggio”, continua Cook “ma sappiamo quanto sia delicata la questione”.
Inoltre, spostare gli affari da New York e Londra alla repubblica teocratica dell’Iran potrebbe rivelarsi difficoltoso. All’Iran mancano molti degli elementi indispensabili a far sì che una borsa petrolifera abbia successo, inclusi stretti legami con istituzioni finanziarie internazionali, operatori di borsa, economisti e tecnici informatici.
“Non si può fondare una borsa petrolifera ad Omaha”, dice John Taylor, docente alla Stanford University ed ex sottosegretario del Tesoro agli affari esteri. Riferendosi all’Iran, aggiunge: “E’ fattibile, ma in questo caso particolare sembra decisamente difficile”.
Molti economisti considerano irragionevole l’ipotesi che un’eventuale borsa iraniana possa distruggere il dollaro. Sostengono che le valute possono facilmente essere scambiate sui mercati internazionali, e che non c’è bisogno di avere enormi riserve di banconote per poter comprare petrolio. I paesi conservano o vendono dollari per molte altre ragioni oltre al commercio del petrolio.
“C’è differenza fra la moneta di fatturazione e la moneta che di fatto la gente vuole possedere”, dice Richard Lyons, preside della Haas School of Business di Berkeley.
Gli scettici considerano la storia della borsa iraniana un classico esempio di come una discussione su internet può diffondersi senza freni. In quella gigantesca cassa di risonanza che è il Web, una storia che normalmente interesserebbe solo un ristretto gruppo di finanzieri e petrolieri si è trasformata nell’Armageddon. Perfino i suoi elementi più congetturali vengono presi come fatti assodati, almeno da qualcuno.
“Ha avuto 20.000 contatti su Google, quindi ci deve essere qualcosa di vero”, dice Geoffrey Bowker, direttore del Centro Studi sulla Scienza, Tecnologia e Società dell’Università di Santa Clara. “E’ quello che un tempo succedeva a scuola durante la ricreazione, quando si diffondeva un pettegolezzo, ed entro un’ora era diventato realtà”.
A gennaio, un articolo di Krassimir Petrov, comparso su numerosi siti web, ha fornito la versione più completa della storia della borsa.
Petrov, professore di economia all’Università Americana in Bulgaria, sostiene che il valore del dollaro è fortemente legato al petrolio, proprio come un tempo era legato all’oro. Il dollaro è diventato la moneta dominante nel mondo perché tutte le nazioni hanno bisogno di comprare petrolio. Se si iniziasse a commerciare il petrolio in un’altra valuta, questa posizione dominante avrebbe fine, portando via agli Stati Uniti gran parte del loro potere internazionale.
Scrive Petrov: “Il governo iraniano ha infine sviluppato l’arma ‘ nucleare’ definitiva in grado di distruggere rapidamente il sistema finanziario che costituisce le fondamenta dell’Impero Americano”.
Petrov afferma che, come risposta, gli Stati Uniti hanno a disposizione un limitato numero di opzioni, fra cui sabotare la borsa con attacchi informatici, farla saltare in aria, negoziare con gli Iraniani, dichiarare loro guerra totale o organizzare un colpo di stato.
“Qualunque sia la strategia scelta, da un punto di vista strettamente economico, se la Borsa Petrolifera Iraniana dovesse decollare, verrebbe appoggiata con entusiasmo dalle maggiori potenze economiche, e decreterebbe il crollo definitivo del dollaro”, scrive Petrov.
Per usare un eufemismo, non è un’analisi molto approfondita.
Molta gente non crede che i commercianti di petrolio internazionali, ora sprofondati nelle loro confortevoli poltrone a New York o Londra, siano impazienti di stabilirsi in Iran. Queste persone e le loro società potrebbero non essere così entusiaste di entrare in affari con un paese noto per il suo governo evanescente, per la sua rigida applicazione della legge coranica e per la sua ostilità nei confronti dell’occidente.
Sebbene Teheran possegga un suo attivo mercato azionario, non è un fulcro della finanza internazionale, né è il luogo prescelto per la locazione della borsa, che è invece una piccola isola nel Golfo Persico di nome Kish.
Inoltre la Borsa dell’Iran dovrebbe fronteggiare una concorrenza accanita a pochi chilometri da casa. Il NYMEX fa parte di una joint venture che progetta l’apertura di una borsa petrolifera in Dubai. Questo paese cresce ad una velocità impressionante, e da anni mira a diventare il principale centro finanziario della regione, nonostante le sue riserve di petrolio siano relativamente modeste. La Dubai Mercantile Exchange dovrebbe aprire nell’ultimo trimestre di quest’anno, e commercerà in dollari.

Note del traduttore:
[1] New York Mercantile Exchange = Il Mercato di New York specializzato in petrolio e prodotti energetici.
[2]International Petroleum Exchange = Borsa Petrolifera Internazionale.

Fonte: http://sfgate.com/
Link: http://sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?file=/chronicle/archive/2006/04/04/BUGQRI2OAI1.DTL&type=business
4.04.06

Scelto e Tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIUSEPPE SCHIAVONI

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

La seconda carica dello Stato ad un prescritto di mafia ?

di Marco Travaglio

Il giovin virgulto individuato dalla Casa delle Libertà per la presidenza del Senato, in nome del rinnovamento della politica, si chiama Giulio Andreotti. Molti eccepiscono che l’ex (sette volte) presidente del Consiglio ha pochi tratti in comune con Silvio Berlusconi. Ma almeno uno ce l’ha: una prescrizione. Nella sentenza più agghiacciante (e dunque più sconosciuta) pronunciata nella storia della giustizia occidentale, è scritto che Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere (Cosa Nostra, per la, precisione) fino al 1980, e se l’é cavata solo grazie al fattore-tempo.
E’ la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Palermo nel 2003 e resa definitiva dalla Cassazione nel 2004. I giudici di appello parlano di “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla “primavera” del 1980”.

Nel dettaglio, ritengono provate le “amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra, i “rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana, il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze, non sempre di contenuto illecito, dell’imputato o di amici del medesimo; la, palesata, disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato”; “la travagliata, ma non per questo meno sintomatica, ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo l’azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l’atteggiamento arrogante assunto dal Bontate”.

Insomma “il sen. Andreotti ha avuto piena, consapevolezza, che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”.
Conclusione “La Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza; appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati ..dia a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevole politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”.

Quanto basta, per affermare che “il reato é concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti”; anche se “estinto per prescrizione.”

Fonte: www.unita.it

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

24 aprile 2006

Perchè gli Stati Uniti attaccheranno l'Iran nel 2006

di Dave Eriqat

Sono state avanzate numerose ipotesi sull'eventualità o meno che gli Stati Uniti possano attaccare l'Iran. C'è chi è dell'opinione che gli Stati Uniti lo faranno e chi invece ritiene che non lo faranno. Lasciando perdere i discorsi pubblici alquanto spavaldi provenienti da entrambi i governi, io credo che nel 2006 gli Stati Uniti attaccheranno l'Iran. Vi spiego perché:
Il piano principale degli Stati Uniti prevede il controllo del petrolio nel Medioriente. Soltanto due Paesi si sono opposti a questo piano: l'Iraq e l'Iran. L'Iraq è stato neutralizzato e reso impotente per i prossimi dieci anni a causa della guerra civile. Adesso è rimasto solo l'Iran ad ostacolare il piano principale degli Stati Uniti. Ma prima di continuare il filo logico di questo discorso, facciamo una breve digressione.
E' chiaro che l'Iraq rappresenti un disastro sia dal punto di vista umanitario che miitare. Ma l'Iraq sta diventando anche un disastro politico per i Repubblicani negli Stati Uniti, perché i Repubblicani non solo rischiano di perdere il controllo del Congresso, ma con il tasso di approvazione per il presidente Bush sceso sotto terra [n.d.t. l'originale in inglese è “in the toilet”], essi potrebbero anche perdere la Casa Bianca. La lezione data dalla messinscena dell'11/9 e dalla conseguente guerra in Iraq è chiara: gli Statunitensi si raccolgono intorno al presidente e al suo partito nei momenti di difficoltà. Per questo presidente e per il suo partito che cosa sarebbe conveniente più di un altro evento costruito in stile 11/9, seguito da un'altra guerra di rappresaglia, questa volta contro l'Iran?
Non credo che un altro simulato 11/9 sia davvero necessario per far sì che il presidente intraprenda un'altra guerra nel Medioriente. Proprio quando stavo cominciando a credere che il calo precipitoso del sostegno alla guerra in Iraq – sceso fino a circa un terzo dell'opinione pubblica – fosse un segnale del fatto che gli Statunitensi stavano arrivando a capire la realtà dei fatti, recenti sondaggi rivelano che più di metà degli Statunitensi sono a favore di una nuova guerra contro l'Iran! Come è possibile che siano a favore di una nuova guerra se il loro appoggio per l'ultima sta venendo meno? Sono rimasto perplesso dinnanzi a tanta incoerenza finché non ho capito che il calo di sostegno alla guerra in Iraq non è un rifiuto alla guerra in quanto tale, ma è espressione di un rifiuto a una guerra in cui si perde. Gli statunitensi sono assolutamente a favore delle guerre finché le vincono. In ogni caso, sembra che ci sia un ampio consenso da parte dell'opinione pubblica statunitense per una nuova guerra contro l'Iran. Un altro attacco simulato del tipo dell'11/9 non è necessario, anche se si potrebbe comunque verificare per favorire le ambizioni totalitaristiche del governo.
Il ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq è fuori questione. Un'azione simile equivarrebbe ad un'ammissione di sconfitta da parte di quest'amministrazione, un'ammissione che non è prossima a venire. Inoltre, gli Stati Uniti hanno compiuto grandi sforzi e speso molte risorse per andare in Iraq e costruirvi basi militari permanenti. Semplicemente non se ne andranno per almeno qualche decennio. La scelta di lasciare lo status quo in Iraq è altrettanto difficile da difendere, man mano che crescono di giorno in giorno le esortazioni a ritirarsi, e quindi per questa amministrazione rimane soltanto una via: l'escalation. Una nuova guerra contro l'Iran distoglierà l'attenzione dall'Iraq e consoliderà l'appoggio dell'opinione pubblica a favore del presidente e del suo partito, come si rivelerà dalla rinnovata passione per i fiocchi magnetici rosso-bianchi-blu e gialli [n.d.t. simboli dell'orgoglio patriottico].
Un'altra buona ragione per intraprendere una guerra contro l'Iran consiste nel distogliere l'attenzione dall'economia. E' ormai ovvio che la bolla immobiliare statunitense si stia sgonfiando. Potrebbe continuare a sgonfiarsi gradualmente o potrebbe crescere con conseguenze spettacolari, nessuno lo sa. Come andrà a finire dipende molto dalla percezione della gente. Le persone sono ancora molto ottimiste riguardo all'economia, quindi forse è per questo motivo che la bolla immobiliare si sta sgonfiando ancora lentamente. Ma la situazione potrebbe cambiare. In ogni caso, con la bolla immobiliare come forza trainante del recente “consumer spending” [n.d.t. la spesa dei consumatori], e con il “consumer spending” che traina l'economia, non appena la bolla immobiliare si sgonfierà, il “consumer spending” scenderà. Un imminente declino del “consumer spending”, insieme ad altri indicatori, come il convergere di bond yield [n.d.t. rendimenti di obbligazioni] , fanno prevedere una recessione verso la fine di quest'anno. Una nuova guerra rappresenterebbe un efficace diversivo dai problemi economici e permetterebbe al governo di far entrare “liquidità” nell'economia. Il governo degli Stati Uniti ha recentemente sospeso le pubblicazioni dei dati della maggiore grandezza di offerta di moneta, M3, forse per nascondere future introduzioni di liquidità.
Torniamo a riflettere sul progetto principale [n.d.t. degli Stati Uniti]. In molti hanno sottolineato come l'attacco all'Iran non regga ad un'analisi che prenda in considerazione il rapporto costi-benefici. Si ritiene che l'attacco all'Iran indurrebbe l'Iran a vendicarsi fomentando l'insurrezione in Iraq e minacciando il trasporto di petrolio attraverso il Golfo Persico. Chi lo afferma dà per scontato che gli Stati Uniti non metteranno in pericolo la vita dei loro soldati in Iraq né correranno il rischio di far salire il prezzo del petrolio per imporre la propria volontà politica sull' Iran e ritiene che persino questa amministrazione non sarebbe tanto folle da farlo.
Ma chi pensa così si sbaglia. L'unico obiettivo che gli Stati Uniti si prefiggono nel Medioriente è il controllo del petrolio, costi quel che costi. Esaminiamo quali sono gli eventuali costi. Gli Stati Uniti metterebbero a rischio la vita dei loro soldati in Iraq? Assolutamente sì. Basti pensare a Pearl Harbor durante la Seconda Guerra Mondiale. E' fuor di dubbio che il governo degli Stati Uniti sapesse che i Giapponesi stavano per attaccarli e lasciò che ciò avvenisse. Il governo degli Stati Uniti probabilmente facilitò l'attacco lasciando libera da impedimenti una traiettoria di volo per gli aggressori giapponesi. Dunque sarebbero disposti a sacrificare qualche migliaio di soldati in Iraq? Certamente. E che cosa succederebbe se l'Iran riuscisse a rallentare o fermare il flusso di petrolio attraverso il Golfo Persico? Ancora una volta, questo fatto potrebbe tornare a vantaggio degli Stati Uniti, come vedremo. Nel frattempo, chi beneficerebbe da una riduzione globale delle scorte di petrolio? Le compagnie petrolifere. Negli ultimi anni si è visto che quando il petrolio è salito di prezzo, i profitti delle compagnie petrolifere sono saliti vorticosamente di dieci miliardi di dollari l'anno per compagnia. Abbiamo anche potuto vedere come l'amministrazione Bush si sia voltata dall'altra parte quando le compagnie energetiche hanno sfruttato avidamente il nascente mercato dell'elettricità dopo la “deregulation”, quindi sappiamo a chi vada il suo appoggio.
Un altro argomento “razionale” contro la possibilità di un attacco contro l'Iran è che gli Stati Uniti in virtù delle proprie limitate truppe, possano in pratica attaccare l'Iran solo per via aerea, il che non risulterebbe molto efficace se limitato ai bersagli “militari”. E' vero, ma il punto è che l'iniziale attacco aereo sarebbe soltamente il primo passo di quella che gli Stati Uniti probabilmente sperano diventi una guerra più ampia. Perché? Perché l'unico modo che gli Stati Uniti hanno per riuscire a neutralizzare con successo l'Iran è sganciare un paio di bombe nucleari sulla popolazione civile, costringendo l'Iran alla resa incondizionata.
Persino gli Stati Uniti non oseranno interrompere in modo unilaterale sessant'anni di tabù nucleare e sganciare una bomba nucleare sopra una città iraniana. Ma probabilmente riusciranno a farla franca usando le cosiddette bombe tattiche nucleari “bunker buster” contro bersagli apparentemente militari. Naturalmente il mondo intero si indignerà dinnanzi a un simile atto, ma dopo qualche mese di capovolgimento dei fatti attraverso i media, probabilmente gli Stati Uniti placheranno il disprezzo nei loro confronti. Nel frattempo, l'Iran fomenterà l'insurrezione Shiita in Iraq, facendo così aumentare il numero di vittime tra i soldati statunitensi. L'Iran magari affonderà anche qualche nave militare statunitense e qualche petroliera nel Golfo Persico , riuscendo davvero a rallentare o fermare il flusso di petrolio attraverso il golfo. Ovviamente gli Stati Uniti faranno passare questa vendetta iraniana come una sconsiderata e fanatica escalation di guerra. La popolazione statunitense, adirata nel vedere i propri soldati uccisi e le proprie navi militari affondate, si raccoglierà attorno al proprio presidente con ancora maggior fervore. Il governo degli Stati Uniti indicherà i crescenti problemi economici del mondo causati dall'insufficienza di petrolio come prova della necessità di fermare l'Iran, costi quel che costi. I Paesi industrializzati del mondo che dipendono dal petrolio rinunceranno ufficialmente a intraprendere un'azione più dura contro l'Iran, mentre in privato coltiveranno la speranza di vedere gli Stati Uniti far di tutto per riattivare il flusso di petrolio.
Allora, senza preavviso, gli Stati Uniti lanceranno un paio di bombe nucleari sopra un paio di città iraniane di medie dimensioni, proprio come fecero in Giappone sessant'anni fa. E useranno le stesse giustificazioni di un tempo: velocizzare la fine della guerra. Ovviamente il mondo sarà indignato, ma tale reazione passerà in sordina, dato che gli Stati Uniti avranno già infranto il tabù del nucleare usando le bombe “bunker buster,” e inoltre, che cosa potrà farci il mondo? L'Iran si arrenderà, e gli Stati Uniti assumeranno il pieno controllo del Medioriente e di due delle sue più importanti fonti di petrolio: l'Iraq e l'Iran .
Gli Stati Uniti potranno allora ritirare le loro truppe in Iraq nelle nuove basi militari grandi come intere città e aspettare tranquillamente la fine della guerra civile, tenendo sotto controllo da vicino il petrolio. Gli Stati Uniti saranno una nazione paria, ma che importa? Controlleranno la maggior parte delle risorse petrolifere mondiali.

Fonte: http://english.pravda.ru
Link: http://english.pravda.ru/opinion/feedback/78912-3
7.04.06

Traduzione di CRISTINA PEZZOLESI (Pixel) per www.comedonchisciotte.org

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

Europa: simulacro del collasso finanziario

di Alfredo Jalife Rahme

Le autorità finanziarie europee temono di non poter far fronte al contagio dei mercati e hanno pertanto organizzato a Vienna una “pratica di giochi di guerra” che “simula una crisi finanziaria in tutto il continente”, secondo quanto rivelato da George Parker (GP) del The Financial Times (9/4/06).
La pratica del “gioco di guerra”, è risaputo, “ha simulato il collasso di una megabanca con operazioni in diversi grandi paesi, al fine di valutare se la Banca Centrale Europea (BCE), le banche centrali nazionali e i ministri delle finanze sarebbero stati in grado di lavorare congiuntamente per contenere la crisi."
Ha molto senso, dal punto di vista della prevenzione, che le autorità finanziarie europee si preoccupino dell’effetto Islanda (cfr. Bajo la Lupa, 1/3/06) e del crollo delle borse arabe della OPEP [organizzazione dei paesi esportatori di petrolio], che hanno colpito la periferia delle borse dell’anglosfera e stanno scalzando la periferia europea (Ungheria e Polonia, creando squilibri in Spagna e Portogallo. Cfr. Bajo la Lupa, 4/4/06), quando serpeggia l’ingovernabilità in Francia e in Italia.
Coloro che hanno partecipato alla simulazione nella sede della BCE di Francoforte, alla vigilia del conclave finanziario dei paesi europei a Vienna, hanno confermato che si è discussa la “pratica della gestione delle crisi”. Uno degli assistenti, che ha mantenuto segreta la propria identità (a meno che non si tratti di un’invenzione di GP), ha dichiarato che è stato come se si trattasse di “verificare la sopravvivenza (sic) di un impianto nucleare in conseguenza allo schianto di un aereo”. Che bel paragone! Non sono stati specificati né le dimensioni dell’aereo schiantato, né quelle dell’impianto nucleare.
L’obiettivo principale è stato quello di “provare la capacità di condividere informazioni durante una crisi” per poter “superare le differenze culturali”, e i risultati saranno riferiti al consiglio dell’ECOFIN di giugno [Il Consiglio Ecofin (“Economia e Finanza”) riunisce i Ministri dell’Economia e delle Finanze degli Stati membri]. GP indica che la “vulnerabilità dell’Europa di fronte a una crisi transnazionale è stata rivelata in un rapporto riservato del consiglio dell’ECOFIN e la preoccupazione maggiore riguarda i “rischi di stabilità (sic) finanziaria comportati dalla crescita dei derivati creditizi e degli hedge fund [fondi ad elevato rischio]”; gli ominosi “fondi di copertura (sic) del rischio”, tanto contestati in Bajo la Lupa.
Il mercato speculativo dei derivati creditizi è cresciuto nello scorso anno del 128 per cento e GP arguisce che il valore “nominale” è di quasi quindicimila miliardi, cifra che consideriamo sia in realtà 25 volte più grande, e di cui un terzo verrebbe accaparrato dalla banca americana.
Il rapporto riservato sostiene che nella “maggior parte dei paesi membri il progresso è stato insufficiente” (sic) e si indicano come cause un “possibile crollo dei beni immobili, la pandemia dell’influenza aviaria e il costo elevato del petrolio come potenziali fonti di rischio”, continuano comunque a insistere sulla “solidità” (sic) del settore bancario.
Avverte altresì che la situazione dei derivati creditizi e degli hedge fund costituisce una fonte di preoccupazione a causa della “opacità” (sic) della loro gestione, con i conseguenti rischi sistemici, allarme che ai lettori di Bajo la Lupa deve ormai essere venuto a noia.

Fonti europee identificano tre detonatori:
1) la crescente crisi nei “mercati emergenti”;
2) la bolla di dei beni immobili,
e 3) i derivati creditizi.
O meglio: i tre elementi sono legati da una retroazione reciproca.

In Messico, le esilaranti quanto deliranti “autorità” finanziarie (e non parliamo di Fox e del suo delfino, il castañedista-salinista Calderón, che non vedono al di là del proprio naso) assicurano che il paese è blindato e hanno ragione: hanno blindato il vuoto, perché all’interno della protezione le loro finanze e la loro economia sono più vuote che mai, a somiglianza delle loro “idee”.
Quali nuove acrobazie si inventeranno gli ultramontani neoliberali del “Messico” per non essere raggiunti dal probabile crollo della borsa del cono sud, come ha avvertito Bill Rhodes, vicepresidente dell’Istituto Finanziario Internazionale (Financial Times, 5/4/06)?
Sono in possesso del dato riservato che Claudio X. González, dirigente dell’impresa texana Kimberly Clark Corp (KCC), uno degli operatori plutocrati di Salinas, ha partecipato allegramente alla recente fuga di capitali di quattro miliardi e mezzo di dollari che è costata lo scherzetto di Fox-Salinas-Calderón di paragonare Chávez a AMLO [Andrés Manuel López Obrador, sindaco progressista di Città del Messico]. Se non è vero, chiediamo una smentita da parte di X. González.
Forse la KCC possiede un’associazione di scambio in Texas attraverso X. González, simile a quella che si presume esista in alcune società messicane tra la dinastia Bush e il suo burattino Salinas? Greenpeace, noto gruppo ambientalista, ha accusato la KCC di essere uno dei peggiori depredatori del pianeta. Come Roberto Hernández Ramírez, ex venditore di arance tuxpeño e abiti di pessima qualità (Robert’s), fatto ascendere da Salina al titolo di “imprenditore globale” (che include le merci scaricate a Isla Pájaros), non bisogna stupirsi del fatto che il salinista X. González pretenda demolire il Messico pur di impedire che AMLO arrivi alla Presidenza.
Gli avvertimenti dei sacerdoti della globalizzazione finanziaria feudale deregolamentata sono più generosi che mai: il 5 aprile Timothy Geithner (TG), fiammante presidente della Riserva Federale di New York, ha lanciato un allarme all’Associazione dei banchieri di New York sul rischio crescente di uno scoppio del sistema (sic) finanziario.
È la terza volta, dall’inizio del primo trimestre dell’anno, che TG mette in guardia contro il “moltiplicatore” (leverage) dei derivati creditizi e degli hedge fund che “possiedono la potenzialità di aumentare lo stress”, che hanno reso “molto vulnerabile” il sistema finanziario globale: lo aveva già sostenuto l’11 gennaio innanzi alla Association of Business Economists (sic) di New York e il 28 febbraio innanzi alla Global Association of Risk Professionals - GARP (sic).
Persino Rodrigo de Rato, geneticamente fascista, e ora direttore dell’agonizzante FMI, ha ripetuto ciò che è ben noto riguardo agli “squilibri globali” presso il Centro per gli Studi Europei di Harvard lo scorso 4 aprile, e non ha perso l’occasione per attribuire all’aumento del costo del petrolio (e non al gioco speculativo degli ominosi hedge fund da parte del G-7) la colpa della “recessione globale” e dell’aumento dei tassi d’interesse” (in Messico, un esagerato Calderón ha promesso in modo psicotico di ridurre i tassi dal 3 luglio).
Prima di gettare la spugna del pensionamento estemporaneo, lo sventurato Alan Greenspan, già governatore della Riserva Federale per 19 anni (una vera e propria tirannia finanziaria) aveva confessato al suo omologo francese che il “sistema finanziario era fuori controllo”. Ecco perché non è gratuito il fatto che i due binomi oro-argento e petrolio-gas, siano arrivati alle stelle, come si era già sostenuto in Bajo la Lupa.
Il binomio Oro-Argento è quotato ai livelli più alti degli ultimi venticinque anni, e questo fatto non solo sta cancellando di colpo le mostruose creazioni di Greenspan di tutta una generazione cronologica, ma fa soprattutto trasparire il nuovo paradigma di un sistema finanziario internazionale incipiente che sta mettendo radici, nonostante tutte le costrizioni delle banche centrali del G-7, che remano contro la corrente della storia che li sta già trascinando verso la loro vera destinazione: la discarica delle immondizie.
I successivi 80 giorni saranno decisivi, quando crescerà la probabilità di uno scoppio finanziario globale che le irresponsabili banche centrali e i loro perniciosi ministri delle finanze del G-7 (con la loro escrescenza, il gruppo dei creditori del G-20) hanno preteso occultare a forza di giochi di specchietti e fumogeni.
Le Banche Centrali del G-7 preferiscono una crisi finanziaria globale piuttosto che il sacrificio del modello capitalista. La gestazione della molteplici bolle greenspaniane ha portato a una megabolla teratologica che è meglio far scoppiare prima che annienti tutti i suoi giocatori. Non è cosa da poco: stiamo parlando dello scoppio del sistema di “fluttuazione” imposto unilateralmente da Nixon nel 1971, che si aggiunse alla globalizzazione finanziaria feudale deregolamentata del 1991.
Vediamo un po' come si riprenderà il sistema capitalista dall’orgia speculativa che ha messo a rischio la sua stessa esistenza e la sopravvivenza del genere umano. Quella che muore è una spumeggiante “era finanziaria” di 35 anni.

Fonti: La Jornada e http://www.rebelion.org/noticia.php?id=29842
16/04/06
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da FLORA

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

Leeden istruisce Prodi

di Maurizio Blondet

«Prodi dovrà scegliere un ministro degli Esteri approvato e apprezzato dagli Stati Uniti»: così ingiunge una sinistra vecchia conoscenza, Michael Leeden, in un articolo sul Wall Street Journal (1).
E’ un corsivo di cui vale la pena riportare i passi salienti, alcuni dei quali suonano come implicite minacce.
Ai suoi lettori americani, Leeden spiega che Prodi «ha vinto con un margine così esiguo che lo fa passare quasi per il perdente, mentre Berlusconi, di cui tutti annunciavano la disfatta, appare quasi come un vincitore»: stesso argomento molto usato sul Foglio da Giuliano Ferrara, grande amico di Leeden.
Se lo devono essere detto a vicenda.
Prodi, aggiunge Leeden, arriva al potere «con tre tipi di comunisti: i vecchi comunisti che non lo sono più, i vecchi comunisti che dicono di esserlo ancora ma non lo sono più,e dei veri comunisti che non sono per niente neoconservatori».
Per fortuna, nota l’amico americano, nella coalizione vincente ci sono due partiti super-americani, «di politica estera neoconservatrice»: i radicali e (ci rivela) i Verdi.
Nell’insieme però - dice Leeden - i comunisti «che odiano il capitalismo, l’America e George W. Bush, spingeranno Prodi ad adottare una linea alla Jacques Chirac o alla Zapatero».
Per i neocon ebraici, Chirac e Zapatero sono nemici allo stesso titolo «ma non è questo che vogliono gli italiani», informa Leeden.

E qui la frase minacciosa: «Prodi dovrà scegliere un ministro degli Esteri noto e apprezzato dagli Stati Uniti. E questa dovrà essere la prima decisione di mister Prodi, prima di ogni altra nomina di governo».
In una parola, Leeden esige una garanzia anticipata e incondizionata: e lo fa a nome dell’American Enterprise, il think-tank israelita che ha scatenato la guerra all’Iraq.
Le sue minacce non vanno perciò sottovalutate, nota il sito (vicino ai servizi francesi) Réseau Voltaire.
Negli anni ‘70, in Italia, Michael Leeden è stato collaboratore dei servizi segreti italiani e di quelli israeliani (qual è sicuramente ancor oggi) nonché membro della P2: «insomma un uomo-chiave nella rete occulta della NATO in Europa», negli anni della strategia della tensione in cui tutta una serie di attentati, di «destra» e di «sinistra», delle Brigate Rosse e di «terroristi neri», furono organizzati - in gran parte da quella «rete» - per mantenere l’Italia nel solco atlantista, perpetuando un «forte governo bianco», ossia democristiano.
Esaurito il suo compito fra noi, Michael Leeden se n’è tornato in USA, dove ha diretto il Jewish Institute for National security affairs (JINSA), ossia la cupola semi-segreta in cui si allacciano i rapporti inconfessabili tra l’esercito israeliano, il Pentagono e l’apparato militare industriale americano, che ha condotto al colpo di Stato neocon e alle successive guerre d’aggressione dei nemici potenziali d’Israele.
Insomma, ha i mezzi per dare concretezza alle sue minacce.

D’altra parte, sottolinea il sito francese, «Prodi non brillò per coraggio negli anni in cui Michael Leeden e i suoi amici destabilizzavano l’Italia».
E ricorda che Prodi prese l’iniziativa di informare la polizia del luogo di detenzione di Aldo Moro, «ma rifiutò di rivelarne la fonte, pretendendo che venisse da una veggente» (la celebre seduta spiritica).
Siccome oggi si ritiene che Moro fosse stato rapito non senza la volontà degli americani (e detenuto a Palazzo Caetani, oggi ancora sede di vari enti consolari e di rappresentanza Usa), l’allusione del Réseau Voltaire appare significativa (2).
Conclusione dei francesi: «Romano Prodi non ha nulla di molto inquietante per Washington. Il suo passato non lascia intravvedere alcuna vera volontà reale d’indipendenza…Ma Prodi ha difeso anche l’idea di un rilancio del progetto europeo con la costituzione di un ‘nocciolo duro’ che unisca, oltre all’Italia, la Germania, la Francia, il Belgio, il Lussemburgo e la Spagna».
Dunque bisognerà osservare «con attenzione» la nomina del ministro degli Esteri.
Massimo D’Alema, per esempio, ha ricevuto un veto preventivo dalla comunità ebraica italiana.

Note
1) Michael leeden, «Vincerò!», Wall Street Journal, 13 aprile 2006. «Vincerò», in italiano nel testo, allusione alla celebre romanza operistica. Pare che gli anglo-americani non possano fare a meno di citare qualche melodramma, quando parlano dell’Italia - o la minacciano. Nel 1978 l’Economist, il settimanale dei Rotschild, uscì con la copertina con una caricatura di Aldo Moro tenuto da fili, come una marionetta. Il titolo, in italiano nel testo, diceva: «è finita la commedia». Pochi giorni più tardi Moro era rapito dalle cosiddette Brigate Rosse.
2) Sulla vicenda ha fatto (quasi) piena luce il libro di Fasanella e Rocca, «Il misterioso intermediario», Einaudi, 2003. Vi si parla della figura di Igor Markevic, celebre direttore d’orchestra e marito della contessa Caetani, proprietaria del palazzo omonimo, sotto il quale (nella laterale via Caetani) fu trovato il cadavere di Moro.

FONTE: EFFEDIEFFE

Era della privatizzazione ? Forse è quella dei debitori...

Sentiamo parlare spesso di privatizzazioni, soprattutto nelle dichiarazioni di “certe” associazioni e di pappagalli che si accreditano esperti e operatori dell’alta finanza. Ma cosa accade in un’operazione di privatizzazione? Nella maggior parte dei casi, una società non dispone dei mezzi finanziari necessari per acquisire un’azienda o il capitale di maggioranza di una società, così si rivolge a dei finanziatori, a delle banche o meglio a grandi banche d’affari estere. Il prestito viene erogato prendendo come garanzia il capitale della società da scalare, il suo patrimonio o la sua capacità di credito. Viene presentato un progetto industriale, un piano finanziario che deve indicare le ragioni “economiche e imprenditoriali” dell’operazione, firmato e controfirmato dagli “esperti” e dalla società di revisione. Questo a quanto pare basterebbe a giustificare la correttezza e la ragionevolezza della scalata. Questo progetto dice che “Io società voglio comprare la Telecom, per questo chiedo a voi un finanziamento. Dopo la fusione il prestito lo restituisce la Telecom stessa”: questo è lo schema dell’operazione. L’acquisizione, e in questo caso la privatizzazione, non crea capitale nuovo per un’azienda, anzi l’azienda inglobata verrà indebitata per restituire i soldi: il suo patrimonio verrà smembrato e venduto, o ancora interi rami d’azienda verranno scorporati, la liquidità in cassa rubata. Imprese economicamente sane vengono colpite per nutrirsi di loro, come fanno i parassiti. È ciò che accaduto nel caso Telecom ed è ciò che accade adesso nell’acquisizione di raffinerie oppure di centrali elettriche. È un sistema in cui i due soggetti – chi vende e chi compra – si scambiano i ruoli: alla fine paga chi è comprato. E' questo che è successo con tutte le privatizzazioni. Hanno guadagnato dalle privatizzazioni solo le grandi banche d’affari straniere.
In passato i ladroni erano i pirati, oggi i poteri si sono riformati nelle organizzazioni dei Buoni, iscritte nelle associazioni internazionali, che additano come nazionalisti, criminali e terroristi chi invece contrasta le privatizzazioni.
Chi lo avrebbe mai detto che saremmo arrivati nell'era dei debitori...

FONTE: ETLEBORO

23 aprile 2006

Il modello Argentina, perché no ?

di Maurizio Blondet

«L’Italia farà la fine dell’Argentina», continuano a minacciarci i santoni della City dalle colonne del Financial Times.
Già: che fine ha fatto l’Argentina?
Ecco la verità: oggi la sua economia cresce del 9 % annuo, come la Cina.
E precisamente perché ha smesso di prendere le medicine prescritte dai santoni della finanza di Londra e dal loro poliziotto mondiale, il Fondo Monetario Internazionale.
Nel 2001, come 400 mila italiani sanno a loro spese, l’Argentina ha dichiarato fallimento sul suo debito sovrano, insomma ha smesso di pagare i creditori.
«Nessuno farà più prestiti al Paese», tuono allora la City di Londra.
Sì, sono stati anni duri per gli argentini.
Ma oggi, come ammette lo stesso Financial Times, banchieri e investitori internazionali fanno la fila per accaparrarsi i primi buoni del Tesoro che l’Argentina ha emesso dal 2001 per il mercato estero. Mezzo miliardo di dollari, a cui farà seguire un altro mezzo miliardo.
«I banchieri internazionali chiamano e dicono: per favore, per favore, emettete altra carta», racconta Walter Molano, un analista finanziario di Buenos Aires.

Chissà che interessi salati dovrà pagare l’Argentina su questo nuovo debito, direte voi. Macché: paga lo 0,30-0,50 % più del normale.
E ciò, solo perché non può piazzare i suoi titoli direttamente all’estero, perché rischierebbe il sequestro degli attivi su richiesta dei creditori che non hanno accettato la ristrutturazione dell’anno scorso, e che reclamano ancora 20 miliardi di dollari.
Ma chi ha invece accettato la ristrutturazione, ha di che rallegrarsi.
Siccome l’Argentina cresce, come sì è detto, del 9% annuo, i «warrant» accettati da questi creditori - che sono legati alla crescita del prodotto interno lordo del Paese - hanno raddoppiato il loro valore da novembre ad oggi.
E per l’Argentina, questi «warrant» sono una manna.
Infatti sono, più che BOT, delle azioni: pagano gli interessi solo quando l’economia cresce più del 4,2 % l’anno.
Ciò significa che proteggono il Paese dalle recessioni, perché in quel caso il peso del debito diminuisce.
Com’è giusto.
Ma la recessione non è in programma: l’Argentina vanta oggi un avanzo commerciale (esporta a tutto spiano) e persino un bilancio pubblico in attivo.

Il successo argentino deve insegnare qualcosa a noi italiani, minacciati dai poteri forti di «sbatterci fuori dall’euro».
Come l’Italia con l’euro, l’Argentina deve le sue disgrazie al fatto di essersi agganciata, negli anni ‘90, a una moneta forte e su cui non aveva sovranità, il dollaro.
Era il primo consiglio del Fondo Monetario: per garantire gli investitori esteri (speculatori) che la divisa argentina non avrebbe perso valore.
Per mantenere l’aggancio al dollaro, ‘Argentina ha dovuto accettare tutte le «ricette di risanamento» imposte dal FMI nell’interesse dei creditori: tagli alla spesa pubblica, anche a quella necessaria (strade, scuole, ospedali), «finanziarie straordinarie» (ossia supertassazioni alla Prodi), austerità, tiro della cinghia.
Rigore e austerità spietati hanno gelato l’economia argentina, come l’euro ha gelato la nostra.
Fino al giorno in cui l’Argentina non ce l’ha fatto più, ed è ricorsa all’estrema prerogativa degli Stati sovrani: dichiarare bancarotta. Per gli argentini comuni, sono stati mesi durissimi.
Fuga di capitali, disoccupazione, miseria.
Ma intanto, liberato il collo dal peso schiacciante di quella macina da mulino che era il debito, il Paese cominciava a tornare a galla.

Ad investire risorse, anziché nel pagare i creditori stranieri, nel proprio sviluppo interno. Nelle infrattrutture soprattutto, che sono i pilastri del futuro benessere.
Ed oggi, sono i finanziari ad implorare l’Argentina risanata di indebitarsi un po’, per far lucrare anche loro del suo benessere.
Questa storia è istruttiva per noi.
Specie dal momento che Prodi ha scelto, come ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa. Se non avesse altri difetti, questo personaggio ammanicatissimo coi poteri forti ne ha uno capitale: è lui l’inventore dell’euro.
Costui farà di tutto per mantenerci questa macina da mulino legata al collo, nell'interesse dei creditori mondiali: austerità, tagli, supertasse, finanziarie astronomiche; e vendite di gioielli nazionali agli speculatori della City.
Con la scusa di renderci «competitivi» nel «mercato globale», come ci ripete da vent’anni.
Perché Padoa Schioppa è intellettualmente in ritardo di vent’anni.
Ormai tutta l’America Latina è in ripresa, perché ha rifiutato le medicine del FMI e le ricette del liberismo globale.
E sul New York Times, l’economista Thomas Palley si domanda: «la globalizzazione sta
per fallire?».
I globalizzatori hanno una paura matta che la loro giostra finanziaria mondiale finisca in un crack imminente. Per questo ci minacciano: non uscite dal sistema, altrimenti «fate la fine dell’Argentina».
Oggi, siamo noi che possiamo minacciarli: se non la piantate, facciamo come l’Argentina.
Torniamo sovrani a casa nostra.

FONTE: EFFEDIEFFE

22 aprile 2006

Quando 'Diplomazia' significa Guerra

L'arte dell'inganno [Bait-and-Switch*] sull’Iran

di Norman Solomon

Uno tra i più importanti ricercatori della nazione [Usa], Andrew Kohut del Centro di Ricerca di Pew, ha scritto qualche settimana fa che tra gli Americani “c’è un piccolo e potenziale supporto nell’uso della forza contro l’Iran.” Questo mese la Casa Bianca ha continuato ad enfatizzare il proprio desiderio di trovare una soluzione diplomatica. Nonostante ciò e’ molto probabile che il governo USA lancerà un attacco militare sull’ Iran entro il prossimo anno. Come può essere ?
Nella corsa alla guerra, le apparenze sono spesso ingannevoli.
Può sembrare che gli eventi ufficiali si stiano muovendo verso una direzione mentre chi fa politica si dirige altrove. Sulla loro tabella di marcia, gli strateghi della Casa Bianca mettono in atto una pressione sull’opinione pubblica che fa affidamento sull’ intensificazione dell’effetto mediatico. Un’amministrazione americana dopo l’altra si è definita promotrice delle vie diplomatiche mentre poneva le basi per l’inizio di una guerra.
Diversi giorni fa il Presidente Bush ha dichiarato che “la dottrina della prevenzione consiste nel lavorare insieme per prevenire che gli Iraniani abbiano armi nucleari” – ed ha velocemente aggiunto che “in questo caso, significa democrazia.”
Il 12 Aprile il Segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha insistito che il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU agisca “ in modo deciso” in risposta all’annuncio dell’Iran di essere riuscito ad arricchire l’uranio. Bush e la Rice sono stati occupati in un estenuante rituale che include la recita diplomatica prima di intraprendere azioni militari.
Sette anni fa, il Presidente Clinton dichiarò che stava iniziando una guerra aerea della NATO diretta dagli USA sulla Yugoslavia perchè tutte le opportunità di trovare accordi pacifici con il presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, erano finite in un vicolo cieco.
L’amministrazione Clinton ed i principali mass media USA non hanno però detto che Washington consegnò a Milosevic un ultimatum inaccettabile[nel gergo poison-pill ultimatum**] in bella copia sui programmati accordi di Rambouillet – il cui Appendice B prevedeva l’ illimitato potere concesso alle truppe della NATO di governare l’ intera Repubblica Federale della Yugoslavia.
Gli ultimi decenni della storia Americana sono pieni di tanta falsa politica: ungere le ruote dei mass media e dell’apparato politico per interventi militari nel sud-est Asiatico, nei Caraibi, nell’America Centrale e nel Medio Oriente. Ma la brama dell’amministrazione Bush di usare la “ diplomazia” come scusa per fare una guerra e’ stata insolitamente affrontata con coraggio.
Il 31 Gennaio del 2003 – cinque giorni prima del tanto strombazzato discorso dell’allora Segretario di Stato Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ ONU – il presidente Bush tenne una riunione segreta nella Stanza Ovale con Tony Blair. Riassumendo la discussione, che avvenne quasi due mesi prima l’invasione dell’Iraq, il consigliere per la politica estera del primo ministro Britannico, David Manning, prese nota in un agenda: “La nostra strategia diplomatica doveva essere adattata al programma militare.” Nel frattempo, il presidente Bush ed i suoi alti cosiglieri stavano ancora dicendo al pubblico di spingere verso tutti i canali diplomatici nella speranza di evitare una guerra.
I sapientoni hanno spesso consigliato ai presidenti di usare gli stratagemmi diplomatici come finzioni virtuali per legittimare un successivo conflitto. Charles Krauthammer buttò benzina nel fuoco a metà novembre del 1998 quando il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan sembrava far progressi nel prevenire un attacco missilistico USA verso l’ Iraq. “ E’ più che giusto per un presidente Americano enfatizzare il rispetto del consenso internazionale e cose del genere, “ scrisse Krauthammer sul Time Magazine.. “Ma quando inizia a crederci, vieta l’accesso alla Stanza Ovale a Kofi Annan ed amici”.
Alla fine dell’estate del 2002, con grande slancio nei confronti di un’invasione dell’ Iraq, il giornalista per gli affari esteri del Newsweek Fareed Zakaria esortò l’amministrazione Bush a riconoscere il valore delle relazioni pubbliche e consentire agli ispettori dell’ ONU di trascorrere un po’ di tempo in Iraq. “ Anche se le ispezioni non contribuiranno a generare la crisi perfetta,[per una guerra]” egli scrisse ottimisticamente, “Washington sarà ancora più felice nell’ averci provato perche’ questo sarebbe visto come l’aver fatto ogni sforzo possibile per evitare la guerra.”
Quando la realtà non riesce a mantenere neppure un briciolo di percezione, allora è adatta a divenire impercettibile. E nelle questioni di guerra e di pace, quando il potere politico a Washington si adopera al fine di ingannare l’apparenza, il risultato è una diplomazia da pantomima che assomiglia a mala pena ad una cosa reale. Quando il vero obiettivo è la guerra, il compito delle pubbliche relazioni è inscenare uno spettacolo di vita in cui sembra impossibile perseguire la via diplomatica.
Questo tipo di macabro rituale è stato messo in atto il 10 Aprile quando il segretario della Casa Bianca addetto alle realzioni con la stampa, Scott McClellan, ha dichiarato: “ Il presidente e’ stato molto chiaro sul fatto che stiamo lavorando con la comunità internazionale per trovare una soluzione diplomatica riguardo al regime Iraniano ed al suo programma di armi nucleari.” La citazione è apparsa il mattino dopo in un articolo del New York Times con un titolo che deve aver fatto piacere agli architetti della guerra alla Casa Bianca: “ Bush insiste sulla Diplomazia per Fronteggiare il Nucleare in Iran”.

Ambrose Bierce definisce la diplomazia come “ l’atto patriottico di mentire per un paese.” Ma non c’è niente di meno patriottico che mentire per un paese – specialmente quando il risultato è una guerra che poteva evitarsi se l’onestà avesse sostituito la menzogna.

Norman Solomon e’ direttore esecutivo dell’ Institute for Public Accuracy (www.accuracy.org) ed autore di “War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death”. (Approfondimento: http://www.nuovimondimedia.com/sitonew/print.php?sid=1595)
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/solomon04192006.html
19.04.06

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MANRICO TOSCHI

Note:
*Bait & Switch - Nel marketing è una tattica di vendita nella quale un prodotto che è venduto ad un certo prezzo viene usato per attrarre clienti, che vengono poi incoraggiati ad acquistare un prodotto del tutto simile ma ad un prezzo maggiore. E’ illegale reclamizzare un prodotto quando l’azienda non ha intenzione di venderlo.
**poison-pill ultimatum - Una tattica con la quale viene dato un ultimatum a condizioni così sfavorevoli che l’altra parte non potrà mai accettare perchè troppo assurde.

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

21 aprile 2006

I ricchi distruggono la società

di Maurizio Blondet

Quest’anno Lee Raymond, il supermanager della Exxon Mobil, ha ricevuto (o si è dato) un emolumento di 400 milioni di dollari, oltre un milione al giorno, 191 mila dollari l’ora.
Adeguato ai profitti della Exxon che, grazie al rincaro del petrolio, sono i più alti della storia.
Il senatore democratico Byron Dorgan ha protestato: “gli agricoltori non riescono a pagare il carburante per i trattori, mentre le compagnie petrolifere affogano nei profitti”.
Ed ha minacciato di trascinare le Sette Sorelle davanti al Congresso, per obbligarle a reinvestire i loro profitti in nuove prospezioni o “restituire parte del denaro ai consumatori” (1).
Voce isolata.
La scandalosa iniquità del capitalismo terminale, che sta strappando le fibre più profonde della struttura sociale, non trova molti critici.
Anzi la proliferazione di miliardari spreconi è esaltata come segno del successo americano.
Né il compenso astronomico di Raymond è un’eccezione.
Omid Korestani, capo delle vendite mondiali di Google, ha ricevuto un emolumento di 288 milioni di dollari.
Il banchiere Richard Fairbank, di Capital One, ha ricevuto 280 milioni nell’ultimo anno.
David O’Reilly, amministratore delegato della Chevron, ha un salario di 1,55 milioni annui, più un bonus di 3,5, e altri compensi di 3,57 milioni.
Di dollari.
In USA, la globalizzazione ha creato una società isolata ed autosufficiente di favolosamente ricchi, che si concedono lussi scandalosi (2).
Paul Allen, di Microsoft, ha uno yacht da 250 milioni di dollari con piscina, due piattaforme per elicotteri, un cinema, un teatro da 260 posti, un’autorimessa e uno studio di registrazione.
Lo yacht di Larry Ellison, della Oracle, ha cinque ponti, 82 cabine, una cantina di vini fra le più preziose del mondo.
Molti di questi nuovi miliardari, come i principi sauditi, si comprano aerei privati jumbo, Boeing 777 e Airbus 340, che costano 100 milioni di dollari l’uno, a cui aggiungono circa 30 milioni (di dollari) per l’arredamento interno personalizzato.
Aerei, gongolava un numero recente di Business Week, che “sono hotel a cinque stelle”.
Micael Silverstein, dirigente della Boston Consulting Group ed autore di un libro dal titolo significativo: “The new american luxury”, assicura che questa nuova covata di miliardari spenderà in beni di lusso, gioielli sfarzosi, auto incredibili e ville, entro il 2010, qualcosa come mille miliardi di dollari.
Non si noterà mai abbastanza la natura assolutamente nuova, e spaventosamente nichilistica, di questa ricchezza super-consumatrice.
Nel 1957 la rivista “Fortune”, che tiene una lista aggiornata dei ricchi, indicava 250 individui con un patrimonio di 50 milioni di dollari o più.
Il più ricco era allora Paul Getty, il magnate del petrolio, che stava sopra i 700 milioni di dollari, forse vicino al miliardo.
I 50 milioni di allora sono, al valore attuale, pari a 350 milioni di dollari.
Nell’elenco 2005 dei 400 uomini più ricchi d'America che “Fortune” ha stilato, non c’è nessuno che guadagni così poco: la lista comincia con 900 milioni di dollari.
Paul Getty sarebbe, adesso, verso il quarantesimo posto.
Anche negli anni ‘60 i capitalisti erano sfrenati e spietati.
Ma i Rockefeller, gli Harrriman, i DuPont, i Ford, e i capi della General Motors Alfred Sloan e Charles Kettering, basavano le loro fortune, direttamente o no, sulla crescita delle forze produttive reali, per lo più industriali.
E si facevano perdonare la loro ricchezza staccando assegni per il mecenatismo culturale o sociale: una clinica famosa in USA si chiama Sloan-Kettering, dal nome dei magnati della General Motors che la fondarono.
I nuovi ricchi sono di generale radicalmente parassitario.
Ricavano le loro ricchezze da attività che “Fortune” indica come “investimenti in hedge found o leveraged buy-out”, in “attività immobiliari”, in “moda e spettacolo”, nel software.
Non ci sono capitani d’industria, nell’empireo, ma furbetti del quartierino su scala planetaria.
Ci sono speculatori finanziari, o - come i miliardari di Microsoft e Oracle, di profittatori di posizioni dominanti, semi-monopolistiche, nell’economia incorporea, irreale.
Né i supermanager da 400 milioni di dollari alla Raymond sono dei veri imprenditori, specialmente inventivi o astuti e amanti del rischio.
I loro successi risiedono su fatti indipendenti dalla loro volontà: la destabilizzazione di Bush che ha rincarato il greggio.
Altri sono profittatori delle guerre di Bush, dell’apparato militare-industriale.
Altri debbono le loro fantastiche fortune alla bolla immobiliare o della Borsa.
Tutti insomma, sono ricchi non per qualche loro merito imprenditoriale, ma semplicemente per il loro posizionamento nei processi automatici del capitalismo globale.
E il senso ultimo di queste nuove fortune è la retribuzione eccessiva del capitale a danno del lavoro. Questi superricchi sono cresciuti mentre l’America perdeva posizioni, e la massa degli americani ha visto calare il suo potere d’acquisto, diminuire i salari, farsi più precario l’impiego.
Lo stesso fenomeno avviene in Italia, in modi ancora più torbidi e collusivi che in USA.
I supermanager nostrani, quelli che guidano le 40 aziende più grosse quotate, con una capitalizzazione aggregata di 570 miliardi (di euro), hanno i compensi più alti d'Europa. Chi glieli riconosce?
I consigli d’amministrazione.
E la composizione di tali consigli è assai istruttiva: amici, parenti e compari, che si danno l’uno l’altro i posti nei suddetti consigli.
I compari di Telecom Italia siedono nei consigli di Autogrill e Autostrade (Benetton) e viceversa.
Io pago bene te qui, tu paghi bene me là: i Della Valle coi Montezemoli, i Tronchetti con i Del Vecchio e viceversa.
Nei consigli italiani che contano, su 147 seggi, i membri di minoranza - quelli che potrebbero esercitare un controllo severo - sono solo sette.
Gli stranieri sono l’8 %: pochissimi, e senza reale potere.
Tutti gli altri sono amici e amiconi.
E qui parliamo solo dei furbetti dei quartieri alti.
Vediamo i furbetti dei quartieri bassi.
Basta scorrere uno studio di Confindustria del dicembre 2005, intitolato “Inflazione per gruppi di famiglie e struttura dei consumi in Italia” (3).
Lì si vede questo semplice fenomeno: mentre tutti gli italiani a reddito fisso (salariati o pensionati) hanno subìto in pieno l’inflazione da euro, tutte le categorie che vendono qualcosa - i bottegai, i commercianti, i professionisti - hanno aumentato il loro potere d’acquisto, si sono più che difesi contro l’inflazione, ed hanno aumentato i loro consumi voluttuari.
Questa è la vera Italia “spaccata in due”.
Tutti coloro che hanno potuto, hanno ritoccato al rialzo i prezzi, le parcelle, le fatture che impongono ai clienti, ossia in ultima istanza al reddito fisso.
L’inflazione da euro, l’hanno provocata in gran parte lorsignori.
E lo stesso vale per le altre categorie privilegiate, l’alta dirigenza statale e regionale: enormi stipendi pubblici e semi-pubblici, con enormi aumenti, in un’Italia che arranca, perde posizioni sul mercato mondiale, fatica nella precarietà crescente, arretra nella cultura, nella scienza e nell’innovazione fino all’insignificanza.
Come in USA, i nostri super-ricchi non sono i più bravi: sono quelli che hanno potuto proteggersi, che non soffrono la competizione mondiale, che si sono messi sotto un tetto d’oro.
In USA, il segno nichilistico dei super-ricchi è evidente: spendono e consumano perdutamente, disperatamente, sapendo che non c’è domani.
Un venditore di panfili ha confidato alla Associated Press che i suoi clienti gli dicono: “beh, se penso che potevo essere sulle Twins Towers l’11 settembre…”.
Il loro motto è dunque.
Puoi morire domani, quindi godi e consuma oggi.
Senza responsabilità, senza misura.
I Ricucci e i signori Parmalat non pensavano altrimenti.
Qui si vede che l’iniquità imperante, dei sempre più pochi ricchi indifferenti ai sempre più numerosi poveri e a rischio, è la conseguenza diretta della mentalità promossa dal capitalismo terminale, dell’egoismo che predica come unica virtù sociale.
Il vecchio mantra usato dai liberisti sfrenati contro la socialdemocrazia - che la ricchezza, prima di distribuirla, bisogna produrla - si è rovesciato nella pratica contraria: produrre ricchezza non importa come, e accaparrarsela tutta, senza alcuna redistribuzione.
Anzi, farsi ricchi pagando meno i lavoratori, sempre meno.
Il concetto di distribuzione non è più di moda.
Il giudizio sociale sugli egoismi scandalosi non è più di riprovazione.
Peggio: lo Stato stesso, i politici, non hanno fatto nulla per la redistribuzione, il controllo dei prezzi, la moderazione autoritaria dei parassitismi miliardari.
Tutto ciò non è più semplicemente “iniquità”.
E’ una devastazione totale della solidarietà sociale tradizionale, dello “speciale rapporto tra governanti e governati” che reggeva l’Occidente: una più o meno diffusa fiducia dei meno abbienti sul fatto che i dirigenti, ricchi, erano in qualche modo occupati dal bene comune. L’interesse dei ricchi e quello dei poveri è divaricato come mai prima.
E l’indifferenza dei privilegiati verso le giovani generazioni, verso il futuro della nazione, non è mai stata così radicale.
Il silenzioso patto sociale dell’Occidente si è rotto.
A dominare non sono più industriali - forzati dai fatti a non trascurare troppo il relativo benessere dei loro operai - ma una borghesia compradora, improduttiva, che screma i suoi profitti da semplici rincari e dalla complicità di casta, che la protegge, fuori dagli sguardi delle classi subordinate.
E questo corrompe la società in tutti i suoi livelli.
Lo scandalo radicale, il fatto che comanda chi non deve comandare, senza legittimità, fa marcire tutti i ranghi inferiori della società. I giovani francesi che sono scesi in piazza contro la modesta legge sulla libertà di licenziamento al primo impiego avevano torto nel fatto specifico; ma esprimevano la sfiducia, ormai immedicabile, dei subalterni e dei meno garantiti verso i dirigenti sociali.
Non hanno pensato: questi vogliono agevolarci nel primo impiego, ma hanno pensato: questi vogliono derubarci anche delle poche garanzie che abbiamo ereditato.
E’ il risultato della rottura del patto sociale occidentale: ormai, nessuno si fida.
E perciò, nessuno studia, nessuno si sforza, nessuno vuole “sacrificarsi”.
Tutti gli individui sono diventati flaccidi e impotenti.
In altri tempi, una tale iniquità provocava nei popoli violente chiamate all’ordine, rivoluzioni, instaurazioni di governi “sociali”.
Ora non più.
Non c’è più l'energia, non ci sono più le risorse intellettuali e morali.
Non ci sono più, a rigore, i “popoli”: ci sono solo atomismi individualistici, egoistici nel loro miserabile livello, come i dirigenti sociali sono egoisti alla grande.
Lo scopro in un articolo scritto su Le Monde dall’economista Michel Volle, un esperto della piccola-media industria francese (4).
Un tessuto industriale - tipico anche in Italia - creato da ex operai, che speravano nell’approvazione della legge sulla libertà di licenziare i giovani.
E perché?
Perché questi piccoli industriali - che non sono sociologi né psicologi - quando assumono, spesso di trovano a che fare (dice Volle) con “persone che non sanno né leggere, né scrivere, né far di conto, né parlare, né ascoltare, né lavarsi, né rispettare un orario, né ammettere che gli si dia un consiglio - o che, anche se non presentano tutte queste lacune, ne presentano diverse”.
Non è spaventoso?
Non è una spietata ma precisa descrizione dei “nostri ragazzi” da discoteca, che vivono sempre con mammà e “non fanno sacrifici”?
Ciò che c’è di spaventoso nella descrizione di Volle, è che quelle “lacune” (il non saper leggere, né lavarsi, né rispettare un orario) descrive un fenomeno tremendo: i giovani occidentali come “selvaggi di ritorno”, come i negri della peggiore Africa.
E’ infatti così che si ridiventa selvaggi, che si abbandona la civiltà: a forza di ermetica chiusura verso l’imparare, anche dalle ruvidezze del padrone ex-operaio, ad affrontare la vita all’altezza dei tempi.
L’ignoranza come rifiuto dell’educazione e dell’istruzione.
Rifiuto positivo, o per ottusità, per diffidenza selvatica verso l’uso del cervello.
E di ogni “sacrificio” per l’oggi, in vista del domani (5).
La conseguenza è: questo tipo di giovani non farà mai alcuna rivoluzione sociale per moderare l’iniquità, esigere la distribuzione più equa delle ricchezze.
Farà, occasionalmente, delle devastazioni, come i neo-selvaggi delle banlieues parigine.
Saccheggi senza progetto, anche loro - come i super-ricchi - per godere oggi, subito, di qualche bene dozzinale arraffato e rubato.
Ricostruire una simile società è un compito duro e quasi impossibile.
Occorrerebbe uno Stato autoritario, “etico” nel senso non-hegeliano del termine: ma come troverebbe il consenso sociale necessario anche ad un esercizio dell’autoritarismo?
Il rifiuto di ogni autorità, la sfiducia ottusa verso ogni “comando”, l’indisciplina senza princìpi che risponde all’irresponsabilità dei dirigenti sociali di fatto, è il dato più evidente e devastante dell’ultimo Occidente.
Da qui è possibile vedere come sarà presto - come comincia ad essere - la nostra società.
L’ho vista in Venezuela, l’ho vista in America Latina, e in USA: la borghesia miliardaria asserragliata in lussuosi complessi condominiali con alte mura, allarmi elettronici e guardie armate ai cancelli.
E fuori, il rischio reale di essere ammazzati da uno qualunque, in cerca di dieci dollari per la sua dose di crak o la sua pastiglia di ecstasis.
Niente più classe media nazionale, nerbo delle nazioni e dell’Occidente: solo miliardari e teppisti disperati e impazziti.
In Venezuela, hanno poi votato Chavez: troppo ignorante per essere un dittatore moderno, immagine e figura rappresentativa dei teppisti e degli ignoranti di strada.
Almeno, Chavez ha da spendere i soldi del petrolio.
L’Italia cos’ha?
Cerchiamo però di farla, questa ricostruzione.
Uniamoci, finché siamo in tempo, noi del ceto medio ancora relativamente disciplinato, che stima la giusta autorità.
E’ la sola speranza.

Note
1) “Democratic senator wants SEC investigation on ExxonMobil’s $400m retirement package”, Raw Story, 18 aprile 2006.
2) David Walsh, “The very rich in America: the kind of money you cannot comprehend”, World Socialist Web Site, 19 aprile 2006.
3) Lo studio è di Ciro Rapacciuolo. Si può vedere sul sito della Confindustria, nei working papers.
4) Michel Volle, “L’angoisse du petit patron face à l’embauche”, Le Monde, 14 aprile 2006.
5) Non si può fare a meno di notare che i “nostri ragazzi” lasciano lavori onesti e qualificati a immigrati del cosiddetto terzo mondo, che hanno la voglia d’imparare e lo spririto di sacrificio che fu del primo mondo. Una urgente cura sociale dovrebbe essere spedire i nostri ragazzi, quelli fermati nelle notti brave in discoteca, a raccogliere i pomodori in Puglia con i maghrebini, da cui possono imparare qualcosa. Ma ci vorrebbe l’autorità: impossibile. Le famiglie insorgerebbero, e così i politici. L’insubordinazione generale pare al momento invincibile.

FONTE: EFFEDIEFFE

Silvio, il carisma e l'Italia

di Massimo Fini

Che l’Italia si sia divisa quasi perfettamente in due alle elezioni non dovrebbe essere un dramma e nemmeno un problema dal momento che una delle parti contendenti ha conquistato, sia pure in modo alquanto rocambolesco, la maggioranza sia alla Camera che al Senato. In democrazia, com’è noto, basta un solo voto in più per essere pienamente legittimati a governare.
Invece nel nostro Paese la divisione dell’elettorato in due parti uguali, come una mela spaccata a metà, è effettivamente un dramma.
Perché di fronte si trovano schieramenti profondamente ostili, sin quasi al limite della guerra civile. Che è un paradosso, dato che sul piano sostanziale non ci sono gli estremi per un’ostilità così feroce. Non siamo nel 1948 quando si trattava di scegliere se il nostro Paese doveva restare nell’area del cosiddetto ‘mondo libero’ o nel sistema sovietico. Il che faceva oggettivamente, pur con tutte le critiche che si possono fare alla ‘democrazia reale’, una differenza decisiva. Ma non siamo nemmeno negli anni Sessanta o Settanta quando esistevano ancora classi sociali assai marcate con interessi molto diversi per le quali non era per niente indifferente che a governare fosse una forza politica piuttosto che un’altra. Ma oggi, l’Italia, (a parte le punte in alto e in basso) è formata da un vastissimo e indifferenziato ceto medio i cui interessi, dal punto di vista economico, sono largamente coincidenti.
Così come, al di là delle apparenze e di qualche dettaglio, sono largamente coincidenti le visioni economiche dei due schieramenti di centrodestra e di centrosinistra: entrambi a favore del libero mercato (a parte per il centrosinistra, la componente, tutto sommato marginale, bertinottiana), entrambi convinti delle ineluttabil ità della globalizzazione e quindi che, in questa mondializzazione dell’economia, un Paese si salva solo se è in grado di ‘competere’, con tutti gli inevitabili sacrifici che, comunque mascherati, ciò comporta per la popolazione. E allora perché quest’odio irriducibile? Questo fare della vittoria alle elezioni una questione di vita o di morte? Questo grottesco evocare, com’è stato fatto da entrambe le parti, il bagno di sangue che seguì la caduta del fascismo? La questione, è inutile negarlo, ha un nome e si chiama Silvio Berlusconi. Da quando è entrato in politica il Cavaliere ha spaccato in due il Paese. Riportando all’onor del mondo un anticomunismo viscerale che, dopo il crollo dell’Urss non aveva più alcuna ragion d’essere, almeno da noi (come non l’aveva, e da molto prima l’antifascismo militante) e bollando come ‘comunisti’ praticamente tutti coloro che non condividono la sua visione del mondo (nemmeno a Indro Montanelli, nonostante settant’anni di anticomunismo, fu risparmiata questa sorte).
Dall’altra parte i suoi avversari di sinistra lo hanno demonizzato fin da subito (“il Cavaliere Nero”), prima che emergessero alcune disinvolte operazioni che Berlusconi aveva compiuto da imprenditore e che legittimano qualche perplessità sul personaggio. Ma al di là di questo è lo stesso carisma personale di Berlusconi a spaccare profondamente il Paese, perché i suoi fan glielo riconoscono in modo totalmente acritico come i suoi oppositori glielo negano in maniera altrettanto acritica.
Il che dimostra che il carisma, buono o cattivo che sia, non va bene per un sistema democratico. La democrazia organizza appositamente meccanismi di selezione che portino al governo persone anche capaci, ma prive di particolari doti carismatiche. Perché il carisma, come insegna Max Weber, è la forma del potere dittatoria le. Calato in un sistema democratico provoca solo cont! Rapposizioni violente del tutto immotivate, perché centrate non su programmi o ideali, ma su una persona, che sono quelle che stiamo vivendo ormai da più di dieci anni. L’uomo carismatico può essere utilizzato da una democrazia soltanto in alcuni momenti eccezionali, come fecero gli inglesi con Churchill, durante il Secondo conflitto mondiale, liquidandolo subito dopo nonostante - e forse proprio - fosse aureolato dalla vittoria.

In regime di normalità, il politico carismatico è solo un elemento di grave e pericoloso disturbo. Come gli inglesi, che la democrazia l’hanno inventata, sapevano benissimo. E come l’esperienza berlusconiana in Italia, al di là dei pregi e dei difetti , conferma.

Fonte: www.linea.it
19.04.06
Segnalato da www.ariannaeditrice.it

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

Ma l'Argentina ce l'ha fatta

di Maurizio Ceraudo

Le ultime polemiche politico-economiche suscitate dal Financial Times, obbligano ad una riflessione sul futuro della nostra economia, ma non solo. In breve il Financial Times teme che un governo “populista” possa far uscire la nazione da Eurolandia, con conseguente crollo del tasso di interesse da parte di banche e aziende finanziarie (la moneta varrebbe molto meno) ma soprattutto avverrebbe una fortissima svalutazione economica con la possibilità che lo Stato non riesca a pagare il debito pubblico.
Questo quadro, drammatico, altro non è che la descrizione della situazione economica argentina all’alba del 2001. Effettivamente, le similitudini sono evidenti: l’Argentina dal 1998, sotto la guida di Menem, ha imposto una parità dollaro–peso con conseguente crollo del potere di acquisto, ma soprattutto ha condotto una serie di privatizzazioni a dir poco funamboliche (energia elettrica, trasporti pubblici e molto altro). Il resto è storia recente. Constatiamo però che tre anni dopo il collasso della economia argentina, avvenuto sotto il peso delle ricette per lo sviluppo fornite dal FMI e dalla Banca Mondiale, la ripresa in sboccio della nazione sud-americana sbalordisce gli osservatori internazionali.
Sfidando le prescrizioni del FMI, il presidente Kirchner ed i suoi consiglieri economici avevano detto ai creditori di mettersi in coda ed attendere, mentre si ricostruiva l'economia a partire dal punto piu’ basso.
Un eccellente articolo sul ”New York Times” ne riferisce la storia. Il saccheggio dell'Argentina da parte della finanza internazionale. e la susseguente disintegrazione della sua economia nel dicembre 2001, e' solo uno degli esempi di quale sia stata la politica ufficiale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per decenni: indebitare le nazioni in sviluppo. garantendo enormi prestiti per progetti che beneficiano gli appaltatori stranieri piuttosto che l'economia locale, raccogliere i rimborsi e, quando avviene il del tutto prevedibile default finanziario, passare alla spremitura per "aprire la nazione alla economia di mercato".
Abbassare le paghe, eliminare ogni sussidio sociale, aprire i servizi di base alla competizione multinazionale e cedere le materie prime a prezzi di svendita.
John Perkins, in passato un membro rispettato della comunità bancaria internazionale, ha deprecato duramente questa pratica. Nel suo libro "Confessioni di un sicario dell'economia" descrive come egli, da professionista ben pagato, aiutò gli Usa a derubare nazioni povere in tutto il mondo per migliaia di miliardi di dollari, concedendo loro in prestito più denaro di quanto esse potessero eventualmente restituire, e successivamente a prendere possesso delle loro economie.
In effetti le aspre critiche mosse dai seguaci del globalismo economico dipingono un quadro a tinte nere. La "soluzione magica" proposta dagli economisti è – difficile da credere - legare la valuta argentina al dollaro e rinnovare gli sforzi per compiacere la finanza internazionale.
Peccato che naturalmente ciò sia esattamente la causa primaria del crollo.
Come si comportarono gli argentini? Ripudiarono il "buon consiglio" ed iniziarono a lavorare nella propria nazione, convincendosi che l'economia di un paese non viene costruita con investimenti internazionali, quanto piuttosto con produzione e consumi realizzati proprio all'interno di esso.
Quando l'economia argentina collassò nel dicembre 2001, le previsioni da giorno del Giudizio Universale abbondavano. A meno che essa adottasse politiche economiche ortodosse e siglasse velocemente un accordo con i suoi creditori stranieri, certamente sarebbe seguita una super-inflazione, il peso sarebbe diventato senza valore, investimenti e riserve di valuta estera sarebbero svaniti ed ogni prospettiva di crescita sarebbe stata soffocata.
Ma tre anni dopo che l'Argentina dichiarò un default per un debito record di più di 100 miliardi di dollari, il piu' ampio nella storia, l'apocalisse non e' arrivata.
Invece l'economia e' cresciuta del +8% annuale per due anni consecutivi, le esportazioni sono parecchio cresciute, la moneta e' stabile, gli investitori stanno gradualmente ritornando e la disoccupazione e' calata dai livelli record - il tutto senza un accordo relativo al debito, ne' le misure standard richieste dal Fondo Monetario Internazionale per concedere la sua approvazione.
La ripresa argentina è stata innegabile, ed e' stata raggiunta almeno in parte ignorando e persino sfidando l'ortodossia economica e politica.
Piuttosto che procedere alla immediata soddisfazione dei possessori di obbligazioni, banche private ed FMI, così come invece altre nazioni in sviluppo hanno fatto in crisi anche meno severe, il governo a guida peronista scelse per prima cosa di stimolare i consumi interni e disse ai creditori di mettersi in coda insieme a tutti gli altri.
"Questo e' un importante evento storico, che sfida 25 anni di politiche fallimentari" ha asserito Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerche Economiche e Politiche, gruppo di ricerca di orientamento liberale in Washington.
"Mentre altre nazioni continuano tuttora a zoppicare, l'Argentina sta sperimentando una crescita molto sana, senza che alcun segno indichi che essa non possa continuare, ed essi hanno ottenuto questo risultato senza essere costretti a fare alcuna concessione per ottenere l'arrivo di capitale straniero."
Le conseguenze di tale decisione si possono vedere nelle statistiche governative e nei negozi. Piu' di due milioni di posti di lavoro sono stati creati a partire dal punto piu' basso della crisi all'inizio del 2002, e secondo le statistiche ufficiali anche il reddito reale, cioe' al netto della inflazione, e' rimbalzato, ritornando quasi al livello degli ultimi anni '90.
Fu in questi anni che la crisi emerse, e in quel periodo l'Argentina provo' a stringere la cinghia secondo le prescrizioni FMI, col solo risultato di collassare nella peggiore depressione della sua storia, che provocò anche l'avvio di una crisi politica.
Alcuni dei nuovi posti di lavoro provengono dal programma governativo volto alla creazione di occupazione a bassa paga, ma circa la meta' riguardano il settore privato.

Come risultato, la disoccupazione è sceso da piu' del 20 % a circa il 13 %, ed il numero di argentini che vivono sotto la linea della poverta' e' sceso di circa 10 punti percentuali dal livello record del 53,4 % di inizio 2002.
Gli economisti tradizionali, seguaci del libero mercato, rimangono scettici riguardo l'approccio governativo.
Mentre riconoscono che c'e' stata una ripresa, la attribuiscono soprattutto a fattori esterni piuttosto che alle politiche del Presidente Néstor Kirchner, che ha assunto la carica dal maggio 2003.
Inoltre sostengono anche che la ripresa comincia a perdere forza. "Siamo stati fortunati"- ha affermato Juan Luis Bour, capo economista presso la Fondazione Latino-Americana di Ricerche Economiche in Argentina.
"Abbiamo avuto prezzi alti per le merci e bassi tassi di interesse. Ma se vogliamo crescere, dobbiamo fare un accordo per la questione del debito e riscontrare l'arrivo di capitale estero." Il FMI, che i dirigenti argentini incolpano di aver provocato la crisi in prima battuta, ribatte che l'attuale governo agisce almeno in parte come il FMI ha sempre raccomandato.
Ha limitato la spesa e si e' attivato per incrementare le entrate, una prescrizione classica per una economia sofferente, ed ha accumulato un attivo di entita' doppia di quella che il Fondo aveva richiesto prima che le trattative fossero congelate molti mesi fa.
"Il ritorno a questi numeri incoraggianti e' stato molto aiutato da una disciplina fiscale, che e' quasi senza precedenti secondo gli standard argentini"- ha affermato John Dodsworth, il responsabile FMI in Argentina.
"Abbiamo avuto un attivo primario che e' aumentato in maniera decisa in questi pochi ultimi anni, sia a livello centrale che a quello provinciale, e che e' stata l'ancora fondamentale dal lato economico."
Ma una parte di tale attivo record del bilancio e' arrivato da un paio di tributi sulle esportazioni e sulle transazioni finanziarie, che gli economisti ortodossi del FMI e di altri organismi vogliono vedere abrogati.
Circa un terzo delle entrate governative è ora raccolto da tali tributi, che sono aumentati.
"Il FMI vuole che queste tasse siano eliminate, ma d'altra parte i suoi rappresentanti desiderano anche che l'Argentina migliori la sua offerta ai creditori e anche che essa rimborsi il Fondo, cosi' da poter ridurre la sua esposizione presso di esso" - ha affermato Alan Cibils, economista argentino associato allo indipendente Centro Interdisciplinare per lo Studio di Indirizzo Pubblico in Argentina.
In altre parole dicono: "Dovete pagare di piu' e trattenere di meno", che e' una prescrizione sicura per produrre un'altra crisi.
A causa della assenza di un accordo sul debito e dello stallo sulle tariffe delle "utility" (gas, luce e acqua), alcuni investitori, specie europei, continuano ad evitare l'Argentina, citando quella che chiamano la carenza di "sicurezza giudiziaria". Ma altri, soprattutto latino-americani, abituati ad operare in ambienti instabili o essi stessi sopravvissuti a simili crisi, hanno aumentato la loro presenza in Argentina a causa della espansione delle opportunita'.
Durante una visita di stato, il presidente cinese Hu Jintao ha annunciato che la sua nazione progetta di investire venti miliardi di dollari in Argentina nello spazio dei prossimi dieci anni.
Ma il grosso dei nuovi investimenti viene dagli stessi Argentini, che stanno cominciando a spendere il loro denaro in patria, sia riportando i loro risparmi dall'estero, sia prelevandoli dal di sotto dei loro materassi.
Per la prima volta in tre anni, e' maggiore la quantita' di denaro che entra nella nazione di quella che ne esce.
Cio' ha consentito a Kirchner il lusso di assumere una linea dura con il fondo monetario e con i creditori esteri che reclamano il rimborso.
"La questione e' che l'Argentina ha al momento un attivo di conto, cosicche' essa in realta' non ha granche' bisogno di investimenti stranieri" - ha affermato Claudio Loser, economista argentino e precedente direttore del FMI per l'emisfero occidentale.
"Gli investimenti nazionali stanno prendendo piede, perche' vi sono opportunita' in agricoltura, petrolio e gas." Proprio questa settimana il governo ha annunciato che le riserve di valuta estera sono risalite a 19,5 miliardi di dollari, il loro livello piu' alto a contare dal crash e a piu' del doppio del minimo segnato a meta' del 2002, un anno che segno' un deflusso netto di 12,7 miliardi di dollari.
Il picco degli investimenti negli anni '90 era del 19,9 % del PIL, e oggi e' del 19,1%, in risalita da un minimo del 10%.
Il governo Kirchner continua a cercare un accordo riguardo il debito di 167 miliardi di dollari tuttora esistente e progetta di effettuare quella che esso definisce la sua offerta finale.
Ma la svolta in Argentina ha inspirato un tale senso di confidenza che il governo non solo parla di tagliare i suoi ultimi legami con il FMI, ma anche insiste che ogni rimborso ai possessori di obbligazioni debba essere condizionato al protrarsi della buona salute economica dell'Argentina.
Semplificando possiamo dire: “Nessuno puo' raccogliere soldi da una nazione che non sta crescendo economicamente."
Guardando alla situazione italiana non possiamo prescindere da queste vicende e non possiamo non trarne insegnamento. Con le dovute proporzioni, l’italia non ha le materie prime dell’Argentina per esempio, constatiamo che spesso le visioni degli organismi economici internazionali sono assolutamente “lunari” e completamente staccate dalla vita economica di un paese, rispondere ad un ente superiore di controllo non vuol dire piegare un'economia già disastrata a pareggiare dei conti impossibili, se da un lato è giusto che banche ed organismi finanziari operino in Euro, moneta con forte potere di scambio, non capiamo perché il cittadino per comprare il pane debba usare questa moneta scomoda e ingombrante.

Se vogliamo evitare la crisi argentina, a cui purtroppo pare siamo avviati, non occorre asservire le urla disperate del Financial Times ma ristabilire i parametri di un corretto sviluppo evitando le ricette spesso fallimentari degli organismi monetari internazionali.

FONTE: LUOGOCOMUNE