09 aprile 2006

Ciclone Alex Jones

di Massimo Mazzucco

Nelle stesse ore in cui, ieri sera, Eric Hufschmid e Maurizio Blondet si scambiavano i saluti in diretta, nella conferenza di Bologna sull'undici settembre, da New York andava in onda sulla CNN un'intervista ad Alex Jones, il presentatore radiofonico che pochi giorni fa aveva fatto da amplificatore ai dubbi espressi dall'attore Charlie Sheen sulla versione ufficiale dei fatti di quel giorno.
Una "coincidenza" del genere, soltanto un anno fa, sarebbe stata del tutto impensabile.
Era stata la stessa CNN, il giorno dopo l'intervista di Jones a Sheen, a rilanciare la notizia a livello nazionale, e da quel momento pare che l'ondata di email che ha investito la redazione non si sia più arrestata. Lo stesso Sheen è stato travolto da una vera e propria ondata emotiva, fatta di puro entusiasmo da una parte, e di attacchi violenti dall'altra. Per tutta risposta, Sheen è tornato il giorno dopo da Alex Jones a ribadire ciò di cui è convinto, mentre invitava chi lo attacca a "confrontarsi con i dati di fatto, invece di prendersela con lui". "Fra l'altro questo atteggiamento - ha aggiunto Sheen - non fa che aggiungere credibilità a quello che dico io, perchè mostra che chi mi denigra non ha argomenti sufficienti per smontare le mie tesi".
Lo stesso Alex Jones ha detto ieri, nell'intervista alla CNN, di essere in contatto con molti dei grossi personaggi dello spettacolo di Hollywood, e che questi condividono, nella stragrande maggioranza, la posizione di Sheen. Pur senza fare nomi, Jones ha detto che si prefigge di portare altre grosse star "allo scoperto" molto presto.
Una volta entrato nello specifico degli attentati, Jones non si è fatto sfuggire la preziosa oppurtunità, e ha sfruttato al meglio il poco tempo che aveva a disposizione. Come riesca a parlare per così tanti minuti consecutivi, senza mai prendere il fiato, è un segreto che nessuno è ancora riuscito a carpirgli: fatto sta che nell'arco di un solo intervento Jones è riuscito a snocciolare più elementi probanti, contro la versione ufficiale, di quanti ne conosca un qualunque esperto in materia di medio livello. Una specie di macchinetta inarrestabile, precisa ed appassionata insieme, Jones è riuscito anche a dire, prima di cedere lo spazio alla pubblicità: "Io ho dei figli, e rischio la vita tutti i giorni per fare quello che faccio. Se lo faccio, è perchè amo questo paese più di chiunque altro, e non accetto di vederlo ridotto ad uno stato di polizia come stanno cercando di farlo diventare i nostri governanti".
Come se non bastasse, dopo la pubblicità è stato il turno di Erica Jong, la scrittrice che divenna famosa, una trentina di anni fa, con "Paura di Volare". La Jong ha esordito dicendo che è la storia stessa a insegnarci che troppo spesso i governi occidentali hanno fatto ricorso a quella che lei ha definito "la migliore arma dei tiranni": convincere il proprio popolo che là fuori c'è un nemico che ti odia, per poi andare a portargli la guerra con il supporto dell'intera nazione. Esattamente come ha fatto Hitler con il suo popolo, ha detto la Jong, anche la nostra amministrazione ci ha convinto che qualcuno là fuori ci odia, e ci ha detto che dovremo combattere questa lunghissima, infinita guerra al terrorismo, che pare debba durare per sempre. "La paura è l'arma tipica dei dittatori - ha affermato la Jong - e infatti Bush è un dittatore".
Stupito, il conduttore ha in seguito rimarcato la "frase forte" della Jong, come per concederle la possibilità di una correzione, ma la scrittrice l'ha invece confermata in tutta tranquillità: "L'America non vuole essere in Iraq - ha detto - l'America è a favore del diritto alla scelta (sull'aborto), l'America non vuole uno stato teocratico. Eppure Bush ignora tutto questo, e non fa quello che vuole il suo popolo, ma fa quello che vuole lui. E' quindi un dittatore."
In chiusura, la Jong ha aggiunto che sono ormai tre anni che i suoi nipoti sostengono di avere le prove che l'amministrazione Bush abbia voluto insabbiare la verità sull'undici settembre, e che grazie ad internet oggi abbiamo tutti la possibilità di verificare queste prove in prima persona.
Per chiudere la giornata, è stato intervistato il giornalista del New York Magazine che la settimana scorsa ha scritto l'articolo sulle "conspiracy theories" sull'undici settembre che ormai prolificano in Internet. Pur restando più neutro ed attento di chi lo aveva preceduto, il giornalista ha comunque lasciato capire che la verità sull'undici settembre è molto diversa da quella che ci è stata raccontata finora.
Durante la trasmissione venivano anche mandate in sovrimpressione alcune delle email spedite dagli ascoltatori. I commenti andavano da un "mi sembra davvero strano che degli americani abbiano potuto fare questo a se stessi", fino a "scaviamo, scaviamo, che la tana del coniglio è molto più profonda di quello che possa sembrare". Con una netta maggioranza però, ricordata con orgoglio dallo stesso Jones, dell'82% di lettere contro il governo americano, e solo il 18% a favore della versione ufficiale.
Va fatto notare che per la prima volta, nell'arco di un'intera discussione, non si è mai sentito pronunciare la maledetta frase: "se lo sono lasciato succedere". Quell'ipotesi, fortunatamente, non è mai rimbalzata per un solo momento fra le pareti dello studio, mentre si è parlato chiaramente, dall'inizio alla fine, di un'amministrazione Bush complice degli attentati, se non responsabile stessa dei medesimi.
A questo proposito, è interessante il commento che ha fatto ieri Hufschmid, rispondendo via internet alle domande del pubblico da Bologna. Hufschmid ha detto di avere ultimamente l'impressione che "qualcuno", a Washington, abbia deciso di scaricare Bush e Cheney, come olocausto per l'onda crescente di sfiducia che sta montando attorno all'attuale amministrazione. Troppi gli errori ormai, troppe le bugie, troppi gli scandali, e credibilità ridotta al lumicino. Non sarebbe la prima volta, peraltro, che un presidente al secondo mandato si trova a fare il "lame duck", il peso morto, senza più poteri decisionali, negli ultimi due anni di presidenza. (Questo accadrebbe in seguito ad un'eventuale vittoria democratica, alle elezioni intermedie del prossimo autunno, in cui si rinnova un terzo del parlamento - oggi a maggioranza repubblicana).

La libertà improvvisa con cui pare muoversi la CNN negli ultimi tempi, rispetto all'evidente bavaglio che ha indossato fino a qualche settimana fa, sembrerebbe confermare questo cambiamento di rotta. La domanda rimane, scaricare Bush e Cheney… a favore di chi?

FONTE: LUOGOCOMUNE