11 aprile 2006

I piani per l'Iran ( parte II )

di Seymour M. Hersh
New Yorker

Mentre quasi nessuno mette in dubbio le ambizioni nucleari dell'Iran, c'è un intenso dibattito su quanto presto otterrà la bomba, e cosa fare al riguardo. Robert Gallucci, un ex esperto del governo in non-proliferazione, che è ora il preside della School of Foreign Service a Georgetown, mi ha detto, "In base a quanto ne so, all'Iran potrebbero mancare dagli 8 ai 10 anni" per sviluppare un'arma nucleare lanciabile. Gallucci ha aggiunto, "Se avessero un programma nucleare segreto e potessimo provarlo, non potremmo fermarlo con la negoziazione, la diplomazia, la minaccia di sanzioni. Sarei a favore della sua eliminazione. Ma se lo fai" – se bombardi l'Iran – "senza essere in grado di dimostrare che ci sia un programma segreto, sei nei guai".
Lo scorso dicembre, Mei Dagan, il direttore de Mossad, l'agenzia di intelligence israeliana, ha detto al Knesset che l'Iran è distante due anni, al massimo, dall'avere l'uranio arricchito. Da allora, il completamento della loro arma nucleare è solo una questione tecnica". In una conversazione con il sottoscritto, un alto funzionario dell'intelligence israeliana ha parlato di quella che aveva definito la duplicità dell'Iran: "Ci sono due programmi nucleari paralleli" in Iran – il programma dichiarato all'AIEA e un'operazione separata, condotta dall'esercito e dalle Guardie Rivoluzionarie. I funzionari israeliani hanno ripetutamente sostenuto questa tesi, ma Israele non ha prodotta una prova pubblica a sostegno di ciò. Richard Armitage, il vice-segretario di stato durante il primo mandato di Bush, mi ha detto, "Penso che l'Iran abbia un programma segreto di armi nucleari – lo credo, ma non lo conosco".
Negli ultimi mesi, il governo pakistano ha dato agli Stati Uniti un nuovo accesso ad A. Q. Khan, il cosiddetto padre della bomba atomica pakistana. Khan, che sta ora vivendo agli arresti domiciliari ad Islamabad, è accusato di aver creato un mercato nero di materiale nucleare; ha fatto almeno una visita clandestina a Tehran verso la fine degli anni '80. Durante gli interrogatori più recenti, Khan ha fornito delle informazioni sulla progettazione delle armi iraniane e sulla loro tabella di marcia per costruire una bomba. "Il quadro è di 'indubbio pericolo' ", ha detto l'ex alto funzionario dell'intelligence. (Il consigliere del Pentagono ha anche confermato che Khan ha "cantato come un canarino"). La preoccupazione, ha detto l'ex alto funzionario dell'intelligence, è che "Khan ha dei problemi di credibilità. E' suggestible, e sta dicendo ai neo-conservatori quello che vogliono sentire" – o quel che potrebbe essere utile al Presidente del Pakistan, Pervez Musharraf, che è sotto pressione per assistere Washington nella guerra al terrore.
"Penso che Khan ci stia ingannando", ha detto l'ex agente dell'intelligence. "Non conosco nessuno che dice, "Ecco la pistola fumante'. Ma le luci stanno iniziando ad accendersi. Ci sta fornendo informazioni sulla tabella di marcia, mentre delle informazioni mirate stanno venendo dalle nostre fonti – sensori e squadre segrete. La CIA, che è stata così danneggiata dalla storie sulle armi di distruzione di massa irachene, sta per andare al Pentagono e nell'ufficio per Vice Presidente per dire, 'E' tutta roba nuova'. Le persone nell'Amministrazione stanno dicendo, 'Ne abbiamo avuto abbastanza'.
Il caso dell'amministrazione contro l'Iran è compromesso dalla sua storia nel promuovere false informazioni sulle armi di distruzione di massa in Iraq. In un recente saggio sul sito web di Foreign Policy, intitolato "Fregami due volte", Joseph Cirincione, il responsabile per la non-proliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, ha scritto, "La strategia dell'Amministrazione che si sta rivelando sembra essere un tentativo di ripetere la sua vittoriosa campagna per la guerra in Iraq". Ha notato molti paralleli: il vice presidente degli Stati Uniti ha tenuto un importante discorso incentrato sulla minaccia di una nazione ricca di petrolio in Medio Oriente. Il Segretario di Stato Usa dice al Congresso che la stessa nazione è la nostra più grave sfida globale. Il Segretario della Difesa chiama quella nazione la prima sostenitrice del terrorismo globale.
Cirincione ha definito alcune delle affermazioni dell'Amministrazione sull'Iran "discutibili" o mancanti di prove. Quando gli ho parlato, ha chiesto, "Cosa sappiamo? Qual'è la minaccia? La domanda è: quanto è urgente tutto ciò?". La risposta, ha detto, "è nella comunità dell'intelligence e nell'AIEA". (Ad agosto, il Washington Post ha riportato che la più recente stima complessiva dell'Intelligence nazionale prevedeva che all'Iran mancassero dieci anni per diventare una potenza nucleare).
Lo scorso anno, l'Amministrazione Bush ha informato i funzionari dell'AIEA su quelle che diceva essere nuove ed allarmanti informazioni sul programma di armi dell'Iran, che è stato recuperato da un laptop iraniano. Le nuove informazioni includevano più di mille pagine con disegni tecnici di sistemi armati. Il Washington Post ha riportato che c'erano anche dei progetti per un piccolo impianto che potrebbe essere usato nel processo di arricchimento dell'uranio. Le fughe di notizie sul laptop sono diventate il punto focale degli articoli sul Times e altrove. I pezzi sono stati prodotti attentamente per far notare che il materiale in questione avrebbe potuto essere inventato a tavolino, ma anche degli alti funzionari Usa sono stati citati dire che sembrava essere vero. Il titolo nel resoconto del Times faceva, "SECONDO UN COMPUTER, GLI STATI UNITI CERCANO DI PROVARE GLI INTENTI NUCLEARI DELL'IRAN".
Mi è stato detto in delle interviste con agenti dell'intelligence Usa ed europea, comunque, che il laptop era più sospetto e meno rivelatore di quanto si pensasse. L'Iraniano che possedeva il laptop era stato inizialmente reclutato da agenti dell'intelligence tedesca e statunitense, che lavoravano insieme. Gli Statunitensi, alla fine, hanno perso interesse in lui. I Tedeschi hanno continuato, ma l'Iraniano era braccato dalle forze di contro-spionaggio iraniane. Non è noto dove sia oggi. Alcuni membri della famiglia sono riusciti a lasciare l'Iran con il suo laptop e lo hanno ceduto ad un'ambasciata Usa, a quanto pare in Europa. Era un classico "vieni, sei il benvenuto!".
Un agente dell'intelligence europea ha detto, "C'erano alcune esitazioni da parte nostra", su cosa provassero davvero i materiali, "e ancora non siamo convinti". I disegni non erano meticolosi, come suggerivano i resoconti del giornali, "ma aveva il carattere di schizzi", ha detto l'agente europeo. "Non era una prova schiacciante".
La minaccia dell'intervento militare Usa ha creato sgomento al quartier generale dell'AIEA, a Vienna. I funzionari dell'agenzia credono che l'Iran voglia essere in grado di costruire un'arma nucleare, ma "nessuno ha presentato uno straccio di prova di un programma parallelo di armi nucleari in Iran", mi ha detto il diplomatico di alto rango. La stima più precisa dell'AIEA è che l'Iran sia a cinque anni di distanza dal costruire una bomba nucleare. "Ma, se gli Stati Uniti non agiscono militarmente, renderanno lo sviluppo di una bomba una questione di orgoglio nazionale iraniano", ha detto il diplomatico. "L'intera questione è la valutazione di rischio da parte degli Stati Uniti sulle future intenzioni dell'Iran, e loro non si fidano del regime. L'Iran è una minaccia per la politica Usa".
A Vienna, mi è stato detto di un incontro eccessivamente prematuro di quest'anno tra Mohamed ElBaradei, il direttore generale dell'AIEA, che lo scorso anno ha vinto il Premio Nobel per la Pace, e Robert Joseph, il Sotto-Segretario di Stato per il Controllo delle Armi. Il messaggio di Joespeh è stato categorico, ha ricordato un diplomatico: "Non possiamo avere una singola centrifuga in funzione in Iran. L'Iran è una minaccia diretta alla sicurezza nazione degli Stati Uniti e dei nostri alleati, e non lo tollereremo. Vogliamo che Lei ci dia un'assicurazione che non dirà pubblicamente nulla che ci comprometta".
La forte mancanza di disponibilità di Joseph non era necessaria, ha detto il diplomatico, poiché l'AIEA era già stata indirizzata a prendere una forte posizione contro l'Iran. "Tutti gli ispettori sono rabbiosi per essere stati ingannati dagli Iraniani, e alcuni pensano che la leadership iraniana sia folle – 100 % folle certificata", ha detto il diplomatico. Ha aggiunto che la preoccupazione prioritaria di ElBaradei è che i leader iraniani "vogliono il confronto, proprio come i neo-con dall'altra parte" – a Washington. "Alla fine, funzionerà solo se gli Stati Uniti accettano di parlare con gli Iraniani".
La domanda centrale – se l'Iran sia in grado di procedere con i suoi piani per arricchire l'uranio – è ora al vaglio delle Nazioni Unite, con i Russi ed i Cinesi riluttanti ad imporre sanzioni su Tehran. Uno scoraggiato ex funzionario dell'AIEA mi ha detto verso la fine di marzo che, a questo punto, "non c'è nulla che gli Iraniani possano fare per ottenere un risultato positivo. La diplomazia Usa non lo permette. Anche se annunciassero la fine dell'arricchimento, nessuno crederebbe loro. E' un punto morto".
Un altro diplomatico di Vienna mi ha chiesto, "Perché l'Occidente rischierebbe di andare in guerra contro quel tipo di bersaglio senza lasciare all'AIEA di verificare? Siamo economici, e possiamo creare un programma che costringa l'Iran a mettere le proprie carte in tavolo". Un ambasciatore occidentale a Vienna ha espresso una simile angoscia per l'accantonamento dell'AIEA da parte della Casa Bianca. Ha detto, "Se non credi che l'AIEA possa istituire un sistema di ispezioni – se non tu fidi di loro – puoi solo bombardare": c’è poca simpatia per l'AIEA da parte dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati europei. “Siamo abbastanza irritati con la direzione generale”, mi ha detto il diplomatico ruropeo. “Il suo approccio base è stato descriverla come una disputa tra partecipanti con ugual peso. Ma non lo è. Noi siamo i buoni! El Baradei sta da tempo insistendo sull’idea di lasciare che l’ Iran abbia un piccolo programma di arricchimento nucleare, che è una cosa ridicola. Il suo lavoro non è far pressioni su argomentazioni false che sostengono un serio rischio di proliferazione.”
Gli Europei sono comunque preoccupati dalla loro sempre più realistica sensazione che il Presidente Bush e il Vice-Presidente Dick Cheney ritengano necessaria una campagna di bombardamenti, e che il loro vero obiettivo sia un cambio di regime. “Tutti hanno la stessa preoccupazione, ma nonostante ciò gli Stati Uniti vogliono che il regime cambi”, come mi ha riferito un consigliere diplomatico europeo. Ed ha aggiunto, “Gli Europei posso giocare un ruolo se non sono costretti a scegliere tra lo stare dalla parte dei Russi e dei Cinesi o dalla parte di Washington per qualcosa che non vogliono. La loro politica è tenere gli Statunitensi occupati con qualcosa con cui gli Europei possono convivere. Questo potrebbe essere insostenibile”.
“I Britannici pensano che sia proprio una cattiva idea,” ha detto Flynt Leverett, ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale e adesso membro anziano del Brookings Institution al Saban Center“, e sono davvero preoccupati che [gli Europei] agiranno in quel modo”. Il consigliere diplomatico europeo ha ammesso che l’Ufficio degli Esteri Britannico era a conoscenza del piano di guerra di Washington ma che, “senza una ‘pistola fumante', sarà difficile coinvolgere militarmente gli Europei in Iran”. Egli ha detto che i Britannici “sono nervosi per il fatto che gli Statunitensi agiranno contro gli Iraniani, senza venire a compromessi”.
Il diplomatico Usa ha detto di essere stato scettico che l’Iran, dato il suo profilo, potesse aver ammesso tutto quello che stava facendo, ma “per quello che ne sappiamo, gli Iraniani non sono al punto in cui potevano già far funzionare centrifughe“ per arricchire uranio in quantità elevata. Una ragione per perseguire la via diplomatica era, ha detto, l’essenziale pragmatismo iraniano. “Il regime agisce nel perseguimento dei proprio interessi”, ha sostenuto. I leader iraniani “mantengono una linea d’approccio dura sulla questione nucleare e chiamano gli Statunitensi ingannatori“, credendo che più decisi sono, più è probabile che l’Occidente si piegherà”. Ma, ha aggiunto, “da quello che abbiamo visto con l’Iran, rimarranno super-fiduciosi fino al momento della loro ritirata”.
Il diplomatico ha continuato, “Un cattivo comportamento non merita di essere premiato, e questa volta non è il momento di fare concessioni. Abbiamo bisogno di trovare dei modi per imporre dei costi sufficienti da rendere il regime sano. Sarà qualcosa che non lascerà molto margine, ma penso che se c’è unità nell’opposizione [Stati Uniti ed Europa] e il prezzo imposto – nelle sanzioni – è sufficiente, essi potrebbero accettare la sconfitta. E' ancora troppo presto per arrendersi ai metodi dell’ONU”. Ed ha aggiunto, “se il processo diplomatico non funziona, non c'è alcuna soluzione militare. Ci potrebbe essere un’opzione militare, ma l’ impatto rischia di essere catastrofico”. Tony Blair, il Primo Ministro Britannico, è stato negli anni il più affidabile alleato di George Bush anni fino all’invasione dell'Iraq nel 2003. Ma egli ed il suo partito sono stati tormentati da una serie di scandali finanziari, e la sua popolarità è molto diminuita. Jack Straw, il Segretario degli Esteri, ha dichiarato lo scorso anno che l’azione militare contro l’Iran era inconcepibile”. Blair è stato più cauto, affermando pubblicamente che non bisognerebbe mai escludere alcuna opzione.
Anche altri funzionari europei hanno espresso simile scetticismo riguardo alla convenienza di una campagna di bombardamenti Usa. “L’ economia iraniana naviga in cattive acque, e Ahmadinejad non è un buon politico“, mi ha detto l'agente dell’intelligence europea. “Egli beneficerà politicamente del bombardamento Usa. Puoi anche bombardare, ma i risultati saranno peggiori”. Un attacco statunitense, ha detto, separerebbe gli Iraniani comuni, tra cui quelli che potrebbero simpatizzare per gli Stati Uniti. “L’ Iran non vive più nell’Età della Pietra, ed i più giovani hanno accesso ai film a libri statunitensi, e li adorano". “Se ci fosse una aggressione nei confronti dell’ Iran, i mullah avrebbero gravi problemi a lungo termine”.
Un altro funzionario europeo mi ha detto che era consapevole di come in molti, a Washington, volevano che gli Stati Uniti intervenissero. “Sono sempre i soliti individui”, ha detto, con un linguaggio di rassegnazione. “C’è la convinzione che la diplomazia sia destinata a fallire. I tempi si restringono”.
Alleato chiave con un importante voce in capito è Israele, la cui leadership ha messo in guardia per anni sul fatto che ogni tentativo dell’Iran di iniziare l’ arricchimento dell’uranio era considerato come punto di non ritorno. Diversi funzionari mi hanno detto che l’ interesse della Casa Bianca nel prevenire un attacco di Israele su territori musulmani, che provocherebbe ripercussioni in tutta la regione, è stato uno dei motivi che ha spinto alla decisione di iniziare l’attuale programma operativo. Durante un discorso a Cleveland il 20 marzo, il Presidente Bush ha descritto l’ostilità di Ahmadinejad verso Israele come una “seria minaccia. E' una minaccia alla parola pace”. Ed ha aggiunto, “Sono stato chiaro, e sarò chiaro di nuovo, che useremo la forza militare per proteggere il nostro alleato Israele”.
Qualunque bombardamento Usa, mi ha detto Richard Armitage, dovrebbe tenere presenti le seguenti domande: “Cosa accadrà negli altri paesi Islamici? Che probabilità ha l’ Iran di raggiungerci e colpirci a livello globale – cioè, terrorismo? La Siria e il Libano faranno pressioni su Israele? Quali consequenze comporta un attacco alle nostre già ridotta reputazione internazionale? Ed inoltre, cosa significherebbe questo per Russia, Cina e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU?
L’Iran, che adesso produce quasi quattro milioni di barili di petrolio al giorno, non avrebbe bisogno di interrromperne la produzione per danneggiare il mercato mondiale del petrolio. Potrebbe barricare o minare lo Stretto di Hormuz, il passaggio di 34 miglia attraverso il quale il petrolio del Medio Oriente raggiunge l’Oceano Indiano, anche se il funzionario della Difesa andato in pensione di recente abbia respinto le consequenze strategiche di tali azioni. Mi ha detto che la Marina Usa potrebbe comunque mantenere i trasporti attivi conducendo missioni di salvataggio ed impiegando navi dragamine. “E' impossibile bloccare il passaggio”, ha aggiunto. Il consigliere del governo con legami al Pentagono ha anche detto di credere che il problema del petrolio potrebbe essere gestito rivelando che gli Usa possiedono abbastanza riserve strategiche da tenere gli Stati Uniti in funzione per 60 giorni. Comunque, coloro che fanno parte del business del petrolio con cui ha parlato erano meno ottimisti; un esperto dell’industria ha stimato che il prezzo per barile si alzerebbe immediatamente, in ogni luogo, dai 90 ai 100 dollari a barile, e anche più in alto, a seconda della durata e dell’estensione del conflitto.
Michel Samaha, un veterano Libanese, politico cristiano, ed ex membro del consiglio del ministri a Beirut, mi ha detto che la ritorsione iraniana potrebbe essere indirizzata sui giacimenti di gas e petrolio allo scoperto in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. “Sarebbero a rischio,” ha detto, “e questo potrebbe portare alla vera jihad dell’Iran contro l’Occidente. Avremmo un disordine mondiale”.
L’ Iran potrebbe anche dare inizio ad un’ondata di attacchi terroristi in Iraq e in altri paesi, con l’aiuto degli Hezbollah. Il 2 Aprile, il Washington Post ha riportato che i preparativi per contare tutti i potenziali attacchi “stanno portando via tutto il tempo” alle agenzie di Intelligence Usa. “La migliore rete di terrore nel mondo è rimasta neutrale durante la guerra al terrore degli scorsi anni”, ha affermato un consigliere del Pentagono sulla guerra al terrore riferendosi agli Hezbollah. “Questo li farebbe reagire e ci metterebbe contro il gruppo che cacciò Israele fuori dal sud del Libano. Se andiamo contro l’Iran, gli Hezbollah non siederanno a nostro fianco. A meno che Israele non se ne sbarazzi, essi si mobiliteranno contro di noi”. ( Quando ho chiesto al consulente del governo circa tale eventualità, egli ha risposto che, se gli Hezbollah lanciassero missili contro il nord di Israele, “Israele ed il nuovo governo Libanese li spazzerebbero via).
Il consigliere ha continuato, "Se procediamo, la metà meridionale dell'Iraq sarebbe accesa come una candela". Gli Statunitensi, i Britannici e le altre forze di coalizione in Iraq sarebbero a rischio molto maggiore di attaco dalle truppe iraniane o dalle milizie sciite che operano su ustruzione dell'Iran (l'Iran, che è prevalentemente sciita, ha stretti legami con i partiti sciiti in Iraq). Un generale in pensione a quattro stelle mi ha detto che, nonostante le ottomila truppe Britanniche nella regione, “gli Iraniani potrebbero prendere Bassora con dieci mullah ed un furgone equipaggiato di altoparlanti.
“Se tu attacchi, “ mi ha detto a Vienna il diplomatico di alto rango, “Ahmadinejad sarà il nuovo Saddam Hussein del mondo Arabo, ma con più credibilità e più potere. Dovremo accettarne le consequenze e stare dalla parte degli Iraniani”.
Il diplomatico ha continuato, “Ci sono persone a Washington che sarebbero scontente se riuscissimo a trovare una soluzione. Stanno ancora lavorando sull’isolamento ed il cambio di regime. Questo è ciò che si vuole.” Ed ha aggiunto, “ L’opportunità di agire è adesso”.

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Seymour Hersh
Fonte: http://www.newyorker.com
Link: http://www.newyorker.com/fact/content/articles/060417fa_fact
Numero del 17.04.2006
Postato il 10.04.2006

Traduzione dall'inglese di MANRICO TOSCHI e CARLO MARTINI per www.comedonchisciotte.org

FONTE: ComedonChisciotte