21 aprile 2006

I ricchi distruggono la società

di Maurizio Blondet

Quest’anno Lee Raymond, il supermanager della Exxon Mobil, ha ricevuto (o si è dato) un emolumento di 400 milioni di dollari, oltre un milione al giorno, 191 mila dollari l’ora.
Adeguato ai profitti della Exxon che, grazie al rincaro del petrolio, sono i più alti della storia.
Il senatore democratico Byron Dorgan ha protestato: “gli agricoltori non riescono a pagare il carburante per i trattori, mentre le compagnie petrolifere affogano nei profitti”.
Ed ha minacciato di trascinare le Sette Sorelle davanti al Congresso, per obbligarle a reinvestire i loro profitti in nuove prospezioni o “restituire parte del denaro ai consumatori” (1).
Voce isolata.
La scandalosa iniquità del capitalismo terminale, che sta strappando le fibre più profonde della struttura sociale, non trova molti critici.
Anzi la proliferazione di miliardari spreconi è esaltata come segno del successo americano.
Né il compenso astronomico di Raymond è un’eccezione.
Omid Korestani, capo delle vendite mondiali di Google, ha ricevuto un emolumento di 288 milioni di dollari.
Il banchiere Richard Fairbank, di Capital One, ha ricevuto 280 milioni nell’ultimo anno.
David O’Reilly, amministratore delegato della Chevron, ha un salario di 1,55 milioni annui, più un bonus di 3,5, e altri compensi di 3,57 milioni.
Di dollari.
In USA, la globalizzazione ha creato una società isolata ed autosufficiente di favolosamente ricchi, che si concedono lussi scandalosi (2).
Paul Allen, di Microsoft, ha uno yacht da 250 milioni di dollari con piscina, due piattaforme per elicotteri, un cinema, un teatro da 260 posti, un’autorimessa e uno studio di registrazione.
Lo yacht di Larry Ellison, della Oracle, ha cinque ponti, 82 cabine, una cantina di vini fra le più preziose del mondo.
Molti di questi nuovi miliardari, come i principi sauditi, si comprano aerei privati jumbo, Boeing 777 e Airbus 340, che costano 100 milioni di dollari l’uno, a cui aggiungono circa 30 milioni (di dollari) per l’arredamento interno personalizzato.
Aerei, gongolava un numero recente di Business Week, che “sono hotel a cinque stelle”.
Micael Silverstein, dirigente della Boston Consulting Group ed autore di un libro dal titolo significativo: “The new american luxury”, assicura che questa nuova covata di miliardari spenderà in beni di lusso, gioielli sfarzosi, auto incredibili e ville, entro il 2010, qualcosa come mille miliardi di dollari.
Non si noterà mai abbastanza la natura assolutamente nuova, e spaventosamente nichilistica, di questa ricchezza super-consumatrice.
Nel 1957 la rivista “Fortune”, che tiene una lista aggiornata dei ricchi, indicava 250 individui con un patrimonio di 50 milioni di dollari o più.
Il più ricco era allora Paul Getty, il magnate del petrolio, che stava sopra i 700 milioni di dollari, forse vicino al miliardo.
I 50 milioni di allora sono, al valore attuale, pari a 350 milioni di dollari.
Nell’elenco 2005 dei 400 uomini più ricchi d'America che “Fortune” ha stilato, non c’è nessuno che guadagni così poco: la lista comincia con 900 milioni di dollari.
Paul Getty sarebbe, adesso, verso il quarantesimo posto.
Anche negli anni ‘60 i capitalisti erano sfrenati e spietati.
Ma i Rockefeller, gli Harrriman, i DuPont, i Ford, e i capi della General Motors Alfred Sloan e Charles Kettering, basavano le loro fortune, direttamente o no, sulla crescita delle forze produttive reali, per lo più industriali.
E si facevano perdonare la loro ricchezza staccando assegni per il mecenatismo culturale o sociale: una clinica famosa in USA si chiama Sloan-Kettering, dal nome dei magnati della General Motors che la fondarono.
I nuovi ricchi sono di generale radicalmente parassitario.
Ricavano le loro ricchezze da attività che “Fortune” indica come “investimenti in hedge found o leveraged buy-out”, in “attività immobiliari”, in “moda e spettacolo”, nel software.
Non ci sono capitani d’industria, nell’empireo, ma furbetti del quartierino su scala planetaria.
Ci sono speculatori finanziari, o - come i miliardari di Microsoft e Oracle, di profittatori di posizioni dominanti, semi-monopolistiche, nell’economia incorporea, irreale.
Né i supermanager da 400 milioni di dollari alla Raymond sono dei veri imprenditori, specialmente inventivi o astuti e amanti del rischio.
I loro successi risiedono su fatti indipendenti dalla loro volontà: la destabilizzazione di Bush che ha rincarato il greggio.
Altri sono profittatori delle guerre di Bush, dell’apparato militare-industriale.
Altri debbono le loro fantastiche fortune alla bolla immobiliare o della Borsa.
Tutti insomma, sono ricchi non per qualche loro merito imprenditoriale, ma semplicemente per il loro posizionamento nei processi automatici del capitalismo globale.
E il senso ultimo di queste nuove fortune è la retribuzione eccessiva del capitale a danno del lavoro. Questi superricchi sono cresciuti mentre l’America perdeva posizioni, e la massa degli americani ha visto calare il suo potere d’acquisto, diminuire i salari, farsi più precario l’impiego.
Lo stesso fenomeno avviene in Italia, in modi ancora più torbidi e collusivi che in USA.
I supermanager nostrani, quelli che guidano le 40 aziende più grosse quotate, con una capitalizzazione aggregata di 570 miliardi (di euro), hanno i compensi più alti d'Europa. Chi glieli riconosce?
I consigli d’amministrazione.
E la composizione di tali consigli è assai istruttiva: amici, parenti e compari, che si danno l’uno l’altro i posti nei suddetti consigli.
I compari di Telecom Italia siedono nei consigli di Autogrill e Autostrade (Benetton) e viceversa.
Io pago bene te qui, tu paghi bene me là: i Della Valle coi Montezemoli, i Tronchetti con i Del Vecchio e viceversa.
Nei consigli italiani che contano, su 147 seggi, i membri di minoranza - quelli che potrebbero esercitare un controllo severo - sono solo sette.
Gli stranieri sono l’8 %: pochissimi, e senza reale potere.
Tutti gli altri sono amici e amiconi.
E qui parliamo solo dei furbetti dei quartieri alti.
Vediamo i furbetti dei quartieri bassi.
Basta scorrere uno studio di Confindustria del dicembre 2005, intitolato “Inflazione per gruppi di famiglie e struttura dei consumi in Italia” (3).
Lì si vede questo semplice fenomeno: mentre tutti gli italiani a reddito fisso (salariati o pensionati) hanno subìto in pieno l’inflazione da euro, tutte le categorie che vendono qualcosa - i bottegai, i commercianti, i professionisti - hanno aumentato il loro potere d’acquisto, si sono più che difesi contro l’inflazione, ed hanno aumentato i loro consumi voluttuari.
Questa è la vera Italia “spaccata in due”.
Tutti coloro che hanno potuto, hanno ritoccato al rialzo i prezzi, le parcelle, le fatture che impongono ai clienti, ossia in ultima istanza al reddito fisso.
L’inflazione da euro, l’hanno provocata in gran parte lorsignori.
E lo stesso vale per le altre categorie privilegiate, l’alta dirigenza statale e regionale: enormi stipendi pubblici e semi-pubblici, con enormi aumenti, in un’Italia che arranca, perde posizioni sul mercato mondiale, fatica nella precarietà crescente, arretra nella cultura, nella scienza e nell’innovazione fino all’insignificanza.
Come in USA, i nostri super-ricchi non sono i più bravi: sono quelli che hanno potuto proteggersi, che non soffrono la competizione mondiale, che si sono messi sotto un tetto d’oro.
In USA, il segno nichilistico dei super-ricchi è evidente: spendono e consumano perdutamente, disperatamente, sapendo che non c’è domani.
Un venditore di panfili ha confidato alla Associated Press che i suoi clienti gli dicono: “beh, se penso che potevo essere sulle Twins Towers l’11 settembre…”.
Il loro motto è dunque.
Puoi morire domani, quindi godi e consuma oggi.
Senza responsabilità, senza misura.
I Ricucci e i signori Parmalat non pensavano altrimenti.
Qui si vede che l’iniquità imperante, dei sempre più pochi ricchi indifferenti ai sempre più numerosi poveri e a rischio, è la conseguenza diretta della mentalità promossa dal capitalismo terminale, dell’egoismo che predica come unica virtù sociale.
Il vecchio mantra usato dai liberisti sfrenati contro la socialdemocrazia - che la ricchezza, prima di distribuirla, bisogna produrla - si è rovesciato nella pratica contraria: produrre ricchezza non importa come, e accaparrarsela tutta, senza alcuna redistribuzione.
Anzi, farsi ricchi pagando meno i lavoratori, sempre meno.
Il concetto di distribuzione non è più di moda.
Il giudizio sociale sugli egoismi scandalosi non è più di riprovazione.
Peggio: lo Stato stesso, i politici, non hanno fatto nulla per la redistribuzione, il controllo dei prezzi, la moderazione autoritaria dei parassitismi miliardari.
Tutto ciò non è più semplicemente “iniquità”.
E’ una devastazione totale della solidarietà sociale tradizionale, dello “speciale rapporto tra governanti e governati” che reggeva l’Occidente: una più o meno diffusa fiducia dei meno abbienti sul fatto che i dirigenti, ricchi, erano in qualche modo occupati dal bene comune. L’interesse dei ricchi e quello dei poveri è divaricato come mai prima.
E l’indifferenza dei privilegiati verso le giovani generazioni, verso il futuro della nazione, non è mai stata così radicale.
Il silenzioso patto sociale dell’Occidente si è rotto.
A dominare non sono più industriali - forzati dai fatti a non trascurare troppo il relativo benessere dei loro operai - ma una borghesia compradora, improduttiva, che screma i suoi profitti da semplici rincari e dalla complicità di casta, che la protegge, fuori dagli sguardi delle classi subordinate.
E questo corrompe la società in tutti i suoi livelli.
Lo scandalo radicale, il fatto che comanda chi non deve comandare, senza legittimità, fa marcire tutti i ranghi inferiori della società. I giovani francesi che sono scesi in piazza contro la modesta legge sulla libertà di licenziamento al primo impiego avevano torto nel fatto specifico; ma esprimevano la sfiducia, ormai immedicabile, dei subalterni e dei meno garantiti verso i dirigenti sociali.
Non hanno pensato: questi vogliono agevolarci nel primo impiego, ma hanno pensato: questi vogliono derubarci anche delle poche garanzie che abbiamo ereditato.
E’ il risultato della rottura del patto sociale occidentale: ormai, nessuno si fida.
E perciò, nessuno studia, nessuno si sforza, nessuno vuole “sacrificarsi”.
Tutti gli individui sono diventati flaccidi e impotenti.
In altri tempi, una tale iniquità provocava nei popoli violente chiamate all’ordine, rivoluzioni, instaurazioni di governi “sociali”.
Ora non più.
Non c’è più l'energia, non ci sono più le risorse intellettuali e morali.
Non ci sono più, a rigore, i “popoli”: ci sono solo atomismi individualistici, egoistici nel loro miserabile livello, come i dirigenti sociali sono egoisti alla grande.
Lo scopro in un articolo scritto su Le Monde dall’economista Michel Volle, un esperto della piccola-media industria francese (4).
Un tessuto industriale - tipico anche in Italia - creato da ex operai, che speravano nell’approvazione della legge sulla libertà di licenziare i giovani.
E perché?
Perché questi piccoli industriali - che non sono sociologi né psicologi - quando assumono, spesso di trovano a che fare (dice Volle) con “persone che non sanno né leggere, né scrivere, né far di conto, né parlare, né ascoltare, né lavarsi, né rispettare un orario, né ammettere che gli si dia un consiglio - o che, anche se non presentano tutte queste lacune, ne presentano diverse”.
Non è spaventoso?
Non è una spietata ma precisa descrizione dei “nostri ragazzi” da discoteca, che vivono sempre con mammà e “non fanno sacrifici”?
Ciò che c’è di spaventoso nella descrizione di Volle, è che quelle “lacune” (il non saper leggere, né lavarsi, né rispettare un orario) descrive un fenomeno tremendo: i giovani occidentali come “selvaggi di ritorno”, come i negri della peggiore Africa.
E’ infatti così che si ridiventa selvaggi, che si abbandona la civiltà: a forza di ermetica chiusura verso l’imparare, anche dalle ruvidezze del padrone ex-operaio, ad affrontare la vita all’altezza dei tempi.
L’ignoranza come rifiuto dell’educazione e dell’istruzione.
Rifiuto positivo, o per ottusità, per diffidenza selvatica verso l’uso del cervello.
E di ogni “sacrificio” per l’oggi, in vista del domani (5).
La conseguenza è: questo tipo di giovani non farà mai alcuna rivoluzione sociale per moderare l’iniquità, esigere la distribuzione più equa delle ricchezze.
Farà, occasionalmente, delle devastazioni, come i neo-selvaggi delle banlieues parigine.
Saccheggi senza progetto, anche loro - come i super-ricchi - per godere oggi, subito, di qualche bene dozzinale arraffato e rubato.
Ricostruire una simile società è un compito duro e quasi impossibile.
Occorrerebbe uno Stato autoritario, “etico” nel senso non-hegeliano del termine: ma come troverebbe il consenso sociale necessario anche ad un esercizio dell’autoritarismo?
Il rifiuto di ogni autorità, la sfiducia ottusa verso ogni “comando”, l’indisciplina senza princìpi che risponde all’irresponsabilità dei dirigenti sociali di fatto, è il dato più evidente e devastante dell’ultimo Occidente.
Da qui è possibile vedere come sarà presto - come comincia ad essere - la nostra società.
L’ho vista in Venezuela, l’ho vista in America Latina, e in USA: la borghesia miliardaria asserragliata in lussuosi complessi condominiali con alte mura, allarmi elettronici e guardie armate ai cancelli.
E fuori, il rischio reale di essere ammazzati da uno qualunque, in cerca di dieci dollari per la sua dose di crak o la sua pastiglia di ecstasis.
Niente più classe media nazionale, nerbo delle nazioni e dell’Occidente: solo miliardari e teppisti disperati e impazziti.
In Venezuela, hanno poi votato Chavez: troppo ignorante per essere un dittatore moderno, immagine e figura rappresentativa dei teppisti e degli ignoranti di strada.
Almeno, Chavez ha da spendere i soldi del petrolio.
L’Italia cos’ha?
Cerchiamo però di farla, questa ricostruzione.
Uniamoci, finché siamo in tempo, noi del ceto medio ancora relativamente disciplinato, che stima la giusta autorità.
E’ la sola speranza.

Note
1) “Democratic senator wants SEC investigation on ExxonMobil’s $400m retirement package”, Raw Story, 18 aprile 2006.
2) David Walsh, “The very rich in America: the kind of money you cannot comprehend”, World Socialist Web Site, 19 aprile 2006.
3) Lo studio è di Ciro Rapacciuolo. Si può vedere sul sito della Confindustria, nei working papers.
4) Michel Volle, “L’angoisse du petit patron face à l’embauche”, Le Monde, 14 aprile 2006.
5) Non si può fare a meno di notare che i “nostri ragazzi” lasciano lavori onesti e qualificati a immigrati del cosiddetto terzo mondo, che hanno la voglia d’imparare e lo spririto di sacrificio che fu del primo mondo. Una urgente cura sociale dovrebbe essere spedire i nostri ragazzi, quelli fermati nelle notti brave in discoteca, a raccogliere i pomodori in Puglia con i maghrebini, da cui possono imparare qualcosa. Ma ci vorrebbe l’autorità: impossibile. Le famiglie insorgerebbero, e così i politici. L’insubordinazione generale pare al momento invincibile.

FONTE: EFFEDIEFFE