14 aprile 2006

L’Italia in declino? Guardate gli altri

di Maurizio Blondet

L'Italia è nei guai, indebitata, con la spesa pubblica fuori controllo, e perde quote di mercato mondiale.
D’accordo, andiamo male.
Ma che avviene nel resto d’Europa?
Di chi è la colpa?
L’Europa intera è in subbuglio, percorsa da un’ondata di instabilità allarmante, che può diventare di colpo destabilizzazione.

In Francia, poche settimane dopo la sedizione incendiaria delle banlieues, ecco l’insurrezione degli studenti contro il contratto di primo impiego (CPE).
Quelli erano i giovani sottoproletari marginali e di colore, capaci solo di saccheggi e vandalismi. Ma ora è sceso in piazza il ceto medio allarmato dalla precarietà che attende i suoi figli, il che è più gravido di conseguenze: è la borghesia, che in Francia fa le rivoluzioni.
Agli studenti e loro famiglie si sono accodati, opportunisticamente, i sindacati di sinistra e gli statali, i privilegiati, i garantiti col posto fisso, nient’affatto esposti alla concorrenza globale.
In ogni caso, hanno dato una forza gigantesca alla protesta.
Il 28 marzo hanno dimostrato in tre milioni.
E c’è stato lo sciopero generale: nei trasporti ha aderito il 35-50 % dei dipendenti, (l’Air France al completo) più il 66 % degli insegnanti elementari e il 55 % dei docenti delle superiori.
Senza contare i settori del privato, banche, metallurgici, imprese d’alta tecnologia.
La protesta non si placa.
E il governo non sa cosa fare.

Il Regno Unito è il primo della classe nella deregulation liberista, la sua specialità competitiva è nell’alta finanza (la City «produce« il 25% del prodotto lordo), e la forza lavoro è più «flessibile» che nel resto d’Europa, sicché vanta tassi di crescita quasi americani.
Sono contenti gli inglesi?
No.
Un milione di dipendenti pubblici sono scesi in sciopero il 28 marzo.
Non si vedeva uno sciopero così dal 1926.
Hanno incrociato le braccia: insegnanti, dipendenti di musei e di biblioteche, poliziotti del traffico e persino gli addetti ai crematori.
A protestare contro il tentativo di Blair di abolire la «regola dell’85», in base al quale un dipendente pubblico, poniamo, con 27 anni di servizio, può andare in pensione a 58 anni d’età (la somma della due cifre è appunto 85).
Ora, la regola dell’85 non si applicherà più ai giovani (quelli nati dopo il 1953).
Altri scioperi a catena sono programmati da qui a maggio, quando si voterà e il Labour di Tony Blair - è una previsione certa - perderà in modo miserabile.

La Germania è il maggior esportatore europeo, anzi del mondo: vende a Cina e India impianti di prima qualità tecnologica.
Solo le macchine utensili hanno visto un aumento degli ordini del 20 %, e della produzione del 25%: però, nello stesso tempo, anche una riduzione dei dipendenti dello 0,5 %.
Ecco il problema: l’economia esportatrice va bene, e i lavoratori male.
I consumi si sono ridotti, per fronteggiare il taglio delle pensioni e delle previdenze sanitarie.
La Germania ha 5 milioni di disoccupati sopra i 50 anni, quasi il doppio dei disoccupati sotto i 25: sono i licenziati in nome della «riduzione dei costi», e i più difficili da rioccupare.
Un disastro sociale.
Scioperi nel privato sono già in programma.
Intanto, scioperano i dipendenti pubblici, i più organizzati (e privilegiati).
Ma anche nel settore pubblico, dal 1990, sono stati licenziati 1,2 milioni di lavoratori.
Il 6 febbraio i pubblici dipendenti hanno fatto il primo sciopero in 14 anni contro il progetto governativo di aumentare l’orario di lavoro da 38 a 40 ore settimanali.
Secondo il sindacato «verdi. de» (il secondo d’Europa, 2,4 milioni di iscritti) l’orario prolungato servirà a tagliare altri 250 mila posti.
E dal 1990, il settore pubblico tedesco ha già visto sparire 1,2 milioni di posti, sempre in nome dell’efficienza, della flessibilità e del taglio dei costi.
Dall’11 marzo, scioperi vari sono esplosi in dieci dei 16 Stati tedeschi, coinvolgendo 900 mila lavoratori, persino i poliziotti.
Tutti sono inaspriti dal sensibile calo del livello di vita e dalla precarietà.
Il Comune di Berlino vuole togliere la sicurezza del posto ad 8 milioni di nuovi assunti.
I medici ospedalieri chiedono un aumento degli stipendi del 30%: esempio di domanda corporativa. Ma anche questo è il risultato delle privatizzazioni: ogni gruppo sociale, se è abbastanza forte, si batte per le «sue» rivendicazioni soltanto.
E’ la privatizzazione psicologica.

E sarebbe solo l’Italia a perdere colpi?
Tutte la grandi nazioni europee, ciascuna col suo stile e modi, stanno protestando.
E tutte per gli stessi motivi: la precarietà e il costo della vita in rialzo, la chiusura di prospettive dovuta alla stagnazione, l’incapacità dei governi di additare un orizzonte credibile.
Tutta l’Europa non ne può più di due cose: la globalizzazione e Maastricht.
La globalizzazione mette in concorrenza i nostri salariati coi cinesi, che si contentano di 60 euro mensili, in una corsa al ribasso della «merce lavoro» che sta distruggendo il tessuto sociale. Maastricht, in più, che impone il pareggio dei bilanci pubblici e perciò impone alle popolazioni una crescente austerità: quando i bilanci sono rigidi, a dover diventare «flessibile» è il lavoro.
Ma anche il traguardo di Maastricht diventa sempre più inarrivabile: la stagnazione e i licenziamenti significano meno introiti fiscali per gli Stati, quindi deficit pubblici in aumento ineluttabile.
Le popolazioni, costrette all’austerità senza contropartite, vedono intanto i pochi ricchi diventare sempre più ricchi.
E’ il modello sociale europeo che cercano confusamente di difendere, perché sentono che viene smantellato.
Ma i governi non propongono null’altro che tagli e tirate di cinghia, e così perdono ogni giorno legittimità.
E’ in vista un caos anarcoide?
E questo in Europa.
Proviamo a guardare oltre.
Ai Paesi che, ci dicono, nella globalizzazione stanno trionfando.
E che ci vengono additati a modello da Montezemolo.

La Cina: è in pieno boom economico, certo.
Al punto che ormai le imprese, nelle regioni avanzate, faticano a trovare lavoratori qualificati, e aumentano persino le paghe.
Ma in questa crescita trionfale, c’è qualche piccolo neo: 80-90 mila proteste l’anno, spesso violente e in piazza, in un Paese dove la polizia spara sui dimostranti e dove la protesta porta spesso alla pena di morte.
Anche i cinesi, supposti beneficiari del boom globale, sono incazzati neri.
Il boom cinese non è quello di un Paese industriale, ma quello di un Paese di montaggio di parti industriali.
Si scopre che oltre i due terzi del valore dei prodotti cinesi è costituito da «beni importati»: ossia materie prime, componenti e semilavorati, prodotti in Giappone ed USA, che la Cina compra per assemblarli in prodotti di consumo a media tecnologia, come auto e lettori di DVD.
Risultato: i profitti delle aziende cinesi sono all’osso, e anzi stanno calando.
Ma allora chi sta guadagnando nel mondo?
Vediamo il primo Paese del pianeta.

Negli Stati Uniti, tra il 1999 e il 2004 l’economia è cresciuta di oltre il 3 % annuo.
In quel periodo di robusta crescita, il reddito delle famiglie «mediane» (quelle a metà della scala, il ceto medio) è diminuito di 1.700 dollari.
In termini nominali, il reddito di queste famiglie è cresciuto del 44 %; ma l’inflazione è stata del 33 %.
E i costi tipici del ceto medio americano - spese sanitarie e per l’istruzione, che sono private e costose - sono rincarati del 49 %.
Insomma anche là il livello di vita è calato sostanzialmente.
E cominciano gli scioperi, cosa quasi inaudita in USA.
Giorni fa i raccoglitori di pomodori della Florida hanno protestato davanti alla McDonald’s, come no-global qualunque.
Il loro problema?
Guadagnano 7.500 dollari l’anno (sui 6 mila euro).
In USA la scuola del liberismo è stata applicata con più rigore.
Oggi ci si accorge che la deregulation delle linee aeree ha prodotto questo: che il prezzo dei biglietti è calato sulle tratte frequentate, dove competono più compagnie, ed è aumentato nelle tratte secondarie, dove di solito vola una compagnia sola.
E intanto i salari del personale sono stati tagliati, le pensioni aziendali decurtate, i dipendenti sono diminuiti mentre è aumentata la frequenza dei voli, la sicurezza e la qualità del servizio sono crollate di conseguenza, e varie solide compagnie sono finite in fallimento.
Idem per l’elettricità: la concorrenza doveva diminuire le bollette, le ha aumentate quasi dovunque.

La deregulation è andata troppo oltre, scrive William Pfaff, famoso columnist dell’Herald Tribune, «provocando danni economici e umani».
Bisogna tornare al concetto che certi settori - come l'acqua e i trasporti pubblici - sono «monopoli naturali»: la loro privatizzazione non li rende più efficienti, ma solo più rapinosi.
La precarietà incide sulla salute dei lavoratori USA, ha scoperto un recente studio.
Bella scoperta.
Ma la vera novità è che queste cose si cominciano a scrivere sui giornali americani.
Anche là si comincia a criticare la globalizzazione in quanto tale; a capire che è il sistema ad essere «diventato folle», come dice William Pfaff.

FONTE: EFFEDIEFFE