12 aprile 2006

Prove di crack alla BCE

di Maurizio Blondet

La monetina americana da un cent vale molto di più.
Motivo: è composta al 97,5 % di zinco e al 2,5 % di rame, due metalli che, dall'inizio dell'anno, sono rincarati del 30 e 55 % (lo zinco, di 550 dollari a tonnellata in sole tre settimane).
Ancora pochi giorni, e il valore facciale del soldino diverrà inferiore a quello dei metalli che contiene: allora converrà incettare i cent per fonderli e rivenderli come materia prima.
E qualcuno certamente lo sta già facendo.
Non c'è fatto più simbolico della crisi del dollaro e della tempesta finanziaria che sta per scatenare. Tutti i metalli rincarano a ritmo accelerato: l'oro ha toccato il 600 dollari l'oncia, l'argento i 12 come non si vedeva da 23 anni: un rincaro del 35% da gennaio (soli tre mesi), il palladio del 37%. Evidente la corsa della speculazione ad accaparrarsi beni solidi, lingotti fisici, contro dollari
che stanno per diventare carta straccia.
Difatti, ai primi d'aprile, nella sede della Banca Centrale Europea a Francoforte, s'è tenuto un «gioco di guerra» che simulava «una crisi finanziaria di portata continentale».
L'ipotesi del war-game: «il crollo di una grande banca, attiva in vari Paesi», e come tappare la falla coordinando il pronto soccorso di BCE, banche, ministeri delle Finanze.

Non basta: l'8 aprile, a Vienna, i ministri finanziari europei hanno discusso un rapporto riservato, stilato dall'Economic and Financial Commitee, sui rischi «sistemici», provocati dagli hedge fund e private equity fund, che possono ampliare le crisi col loro enorme effetto-leva.
Preoccupano anche i buy-out, l'acquisto di imprese ottenuto con indebitamenti, «a motivo della loro illiquidità e scarsa trasparenza».
E hanno raccomandato ulteriori esercitazioni, simulazioni e «stress test» per essere pronti, in vista di transazioni che falliscono e fondi che crollano nell'abisso, a tappare le falle.
Ma già il 28 marzo la Asian Development Bank (ADB) ha avvertito i suoi membri di prepararsi ad un possibile crack del dollaro: e ciò in modo ufficiale.
Nonostante il nome, la Banca non è propriamente «asiatica».
E' dominata da Giappone ed USA (ciascuno con una quota del 15%) e ne fanno parte 64 Paesi, non solo asiatici, ma anche dell'Oceania e dell'Europa (fra cui Francia e Svizzera).
La Asian Development Bank sta lavorando febbrilmente a creare una divisa regionale alternativa al dollaro, l'ACU, modellata sul vecchio ECU europeo.
I Paesi del Golfo non sono parte della ADB.
Ma da tempo stanno liberandosi di dollari, di cui conoscono la supervalutazione - e di cui temono la caduta, magari fino al 40%.

L'avviso di tempesta della ADB può accelerare queste manovre di sganciamento, avvicinando la probabilità di un crack del dollaro, con conseguente recessione globale (gli Stati Uniti sono il maggior consumatore-importatore mondiale).
Ne consegue l'apprezzamento dell'euro.
Il quale, tuttavia, non sta poi meglio.
La BCE ha il problema di cominciare a ridurre la liquidità alzando i tassi; ma vuole evitare l'esplosione delle bolle speculative, immobiliari, sulle materie prime, sulle obbligazioni delle imprese, lasciate gonfiare paurosamente soprattutto dalla Federal Reserve di Greenspan. Missione quasi impossibile.
Il 6 aprile, la BCE e la Banca d'Inghilterra hanno sospeso nuovi rialzi dei tassi, segno di quanto siano consapevoli che camminano su ghiaccio sottile.
Ma i tassi aumentano comunque, specie sulle obbligazioni a lungo termine che non sono sotto il controllo diretto delle Banche Centrali, spingendo al rialzo tutti gli altri.
Ormai il costo del mutuo medio trentennale ha raggiunto il 6,43 %.
Una sorda ostilità all'euro viene intanto dalla Germania, massima esportatrice dell'area.

Come ha spiegato all'EIR l'economista tedesco Wilhelm Hankel, la moneta unica ha l'effetto che il surplus dell'export tedesco viene risucchiato a coprire i deficit correnti dei Paesi in deficit cronico come l'Italia, ma anche la Francia, la Spagna e la Grecia.
Nell'ordine monetario dettato da Delors e Padoa Schioppa, si ha un «trasferimento invisibile» di risorse finanziarie che escono dalla Germania, per andare a sussidiare gli Stati-cicala.
Così la Germania, che con gravi sacrifici ha risanato la sua struttura economica per renderla più «competitiva sul piano globale», non vede però diminuire la sua disoccupazione - anzi aumentano i «lavoretti» pagati 400 euro al mese (ora sono 12 milioni, su 38 milioni di lavoratori a contratto pieno).
Insomma il Paese va bene e i tedeschi vanno male, i redditi restano bassi (e perciò i consumi interni) e non ci sono i mezzi per gli investimenti.
Hankel dice: abbiamo abbandonato alla BCE gli strumenti monetari con cui lo Stato sociale poteva provvedere al bene comune.
Ma nella storia delle unioni monetarie è venuto sempre il momento in cui - quando si è stati posti di fronte alla scelta di salvare l'unione o salvare la società nazionale - gli Stati hanno scelto la società e la nazione.
Tanto vale, dice l'economista, prevedere e preparare un ritorno «ordinato» alla sovranità monetaria di ogni Stato, in cui l'euro tornasse ad essere una semplice unità di conto come era l'ECU.

Forse questa è una visione eretica, estremista.
Ma il 3 aprile, un incontro organizzato a Parigi da due riviste - la culturale cattolica Esprit e Alternatives Economiques - aveva come tema la domanda: «Vers la fin de l'euro?».
Il giornalista Christian Chavagneux, moderatore, ha sottolineato che il Trattato di Maastricht, che doveva condurre all'unificazione, in realtà ha innescato squilibri di crescita, contraddizioni e dissidi.
All'incontro hanno partecipato Christian de Boissieu, capo del consiglio di analisi economica del primo ministro (Villepin), e Claire Vezant, alto funzionario del ministero dell'Economia e Finanza.
Insomma due personaggi ufficiali hanno discusso apertamente su quanto sia sostenibile l'euro: un tabù infranto.
L'Italia dov'è in questo dibattito?
Non c'è.
Noi continuiamo ad aderire a tutti i dogmi e tabù.

(Fonti: EIR Strategic Alert, numero 15, 13 aprile 2006 - Reseau Voltaire, 10 aprile 2006).

FONTE: EFFEDIEFFE