19 aprile 2006

Rivolta al Pentagono

di Carlo Bertani

Le notizie che giungono da Washington e da Tel Aviv riguardo all’Iran sono tutto meno che confortanti: sembrerebbe essere iniziato il “conto alla rovescia” per un attacco contro i siti nucleari iraniani.
Nell’infinito balletto diplomatico s’è udita nei giorni scorsi la voce del ministro degli Esteri russo Lavrov, il quale ha affermato che «L’opzione militare in Iran è impraticabile»: secca dichiarazione che pone fine alle ipotesi di una solenne “ammucchiata” contro Teheran. Come se non bastasse, la Russia ha promesso aiuti economici ad Hamas in Palestina, frantumando così il minaccioso tentativo di USA ed UE di “prendere per fame” un popolo che aveva scelto democraticamente i propri rappresentanti. Come già avvenne in Algeria nel 1992, non si può promuovere la democrazia nel mondo e poi – quando qualcuno vota contro i desideri di Washington, Bruxelles e Tel Aviv – mettere alla fame una popolazione finché non cambia opinione. Bel concetto di democrazia: lo stesso applicato in barba a tutti i trattati internazionali con Cuba, per poi lamentarsi se Fidel Castro non si “apre” alla “democrazia”.
Pechino è più prudente ma non molto distante da Mosca quando invita tutti alla “moderazione”. D’altro canto, entrambi i paesi hanno consistenti rapporti economici con Teheran: la Russia fornisce gli impianti nucleari, missili ed altro materiale militare mentre Pechino ha un contratto d’acquisizione del gas e del petrolio iraniano per 25 anni. Entrambi i paesi, quindi, non hanno nessun interesse per un “cambio della guardia” in Iran.
Anche l’Europa non sembra molto interessata alla querelle iraniana (dichiarazioni di facciata a parte), giacché la borsa petrolifera in euro di Teheran contribuisce (e lo farà ancor più in futuro) ad apprezzare l’euro sul dollaro.
Ovviamente, ciò che può andar bene per Mosca, Pechino e Bruxelles è l’esatto contrario dei desideri di Washington – giacché il petrolio iraniano non può soddisfare tutti – ed allora prendono forma le ipotesi belliche con la scusa del programma nucleare iraniano (1), anche se nessun trattato internazionale prevede che sia negato l’accesso alla tecnologia nucleare ad una nazione.
Ad un analista attento un simile azzardo sembra veramente irresponsabile: come si può pensare d’attaccare un paese grande quattro volte l’Iraq e con circa ottanta milioni d’abitanti quando già in Iraq ed in Afghanistan non si riesce nemmeno a controllare il territorio?
La risposta è ovvia: nessuno pensa ad un’invasione dell’Iran, ma ad una serie d’attacchi aerei e missilistici che – nelle intenzioni di Washington – dovrebbero portare ad un “cambio di regime”.
Già questa tesi è molto difficile da sostenere – poiché non si comprende quali forze interne all’Iran dovrebbero ribaltare un potere solido come quello degli ayatollah – e conduce a conclusioni diametralmente opposte: Khamenei ed Ahmadinejad avrebbero buon gioco nel consolidare gli umori della popolazione contro il “Satana” di sempre, ovvero gli USA.
Il “Satana”, però, si trova già all’inferno per la situazione in Iraq, e gli ayatollah non ci metterebbero molto a scoperchiare ancor più la pentola irachena: l’ayatollah Al-Sistani – massima espressione degli sciiti iracheni – non ha nemmeno la cittadinanza irachena, è un cittadino iraniano che ha studiato a Qom – in Iran – insieme a Khamenei ed agli altri dirigenti iraniani.
Se i grattacapi – per Washington – fossero soltanto questi ci sarebbe già da fare una bella doccia fredda prima di prendere decisioni azzardate, ma anche il fronte interno inizia a cedere, e le crepe cominciano ad essere evidenti.
Chi desiderasse fare dei paragoni con il Vietnam si troverebbe spiazzato per un semplice motivo: a quel tempo l’esercito USA era di leva, mentre oggi è un esercito professionale. Della serie: sei pagato per combattere e per morire, e se crepi non ti lamentare perché era già scritto nel contratto (2).
Ha reale valore un simile “contratto”? Ossia, quanto è sostenibile in termini politici?
Sulla “tenuta” degli eserciti in situazioni difficili poco si sa e poco si parla: si stima in modo assai fumoso che un esercito “debba” resistere, “che farà il suo dovere” ed altre affermazioni di questo tipo che significano assai poco.
Sappiamo che la guerra in Vietnam non fu perduta dagli USA nelle risaie dell’Indocina ma sul territorio nazionale, quando fu evidente che non serviva più inviare soldati demotivati e contrari alla guerra, truppe che si squagliavano come neve al sole. In questo senso, Apocalypse now è addirittura didattico.
Vale forse la pena d’analizzare con attenzione la situazione degli eserciti dell’Asse nel confronto con la superiorità di mezzi degli Alleati: è vero che gli italiani fuggirono ai primi spari mentre tedeschi e giapponesi combatterono fino all’ultima cartuccia? In parte.
La seconda affermazione è senz’altro vera per il Giappone, laddove però furono precise condizioni interne a determinare la strenua resistenza: l’Imperatore – il Tenno – era sacro come un Faraone per gli Egizi, e la difesa di un Dio-Re catalizza ben altre pulsioni rispetto al concetto di stato nazionale occidentale. A margine, possiamo notare come certe odierne affermazioni di “difesa dell’Islam” – inteso nella sua sacralità religiosa – abbiano punti in comune con il Giappone di quegli anni.
L’Esercito Italiano, invece, iniziò a disgregarsi appena gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia: curiosità vuole che, proprio nel 1942, stavano entrando in servizio nuovi, moderni mezzi per un esercito che aveva iniziato la guerra con quasi le stesse dotazioni della Prima Guerra Mondiale.
Il caccia Reggiane 2005 poteva combattere alla pari con i migliori Spitfire, il carro P-40 era il corrispettivo dei migliori carri tedeschi, la Marina – con l’ingresso in squadra del Roma – aveva sette corazzate da opporre. La produzione di quei mezzi era appena iniziata e l’esercito italiano stava iniziando la sua trasformazione proprio quando subì la sconfitta di El-Alamein, con la conseguente perdita dell’Africa Settentrionale.
La Marina , però, poteva giocare ancora parecchie carte – almeno prima dello sbarco in Sicilia – ma non fece praticamente nulla: era evidente che non si trattava più di mezzi, ma del morale delle truppe. L’avventura in Russia aveva debilitato fortemente il morale dell’esercito che, già dalle prime battaglie contro la Grecia , aveva mostrato scarsa volontà di combattere.
La situazione italiana era dunque quella di un esercito di leva che non avvertiva la necessità di quella guerra, tanto meno con l’alleato tedesco che solo vent’anni prima era stato il nemico.
Uno dei luoghi comuni più diffusi è invece quello che identifica la Wehrmacht con il potere nazista: Sturmtruppen combatterono sempre fino all’ultimo uomo e fino all’ultima cartuccia?
I guai iniziarono già dalla Battaglia d’Inghilterra, quando i tedeschi non riuscirono ad avere il sopravvento sugli inglesi pur avendo un rapporto di forze a loro favore di circa 5 : 1. L’ostacolo maggiore alla vittoria della Luftwaffe fu il suo comandante in capo, Hermann Goering, un grasso e dissoluto feldmaresciallo che non capiva niente di tattica e di strategia aeronautica. Non esisteva nessuna pianificazione della guerra aerea, dato che la campagna di Francia non aveva insegnato quasi niente, ed i velivoli tedeschi venivano inviati in missioni dove non potevano mettere a frutto la superiore velocità del caccia Messerschmitt BF-109. Durante un veemente contrasto con Goering, il generale Gallandt – asso dell’aviazione – avvertì ironicamente il feldmaresciallo che, se quella era la strategia, per vincere «sarebbe stato necessario ricevere degli Spitfire». Gallandt pagò quell’affermazione con anni d’esilio in un dimenticato aeroporto sui Pirenei, ma Goering non capì cosa intendeva affermare l’ufficiale, ossia che le tattiche e le strategie non possono prescindere dai mezzi.
Dopo la sbarco in Normandia, invece, furono numerosi i casi di fucilazione per ufficiali di rango inferiore – tenenti e capitani, ovvero quelli che erano a diretto contatto con le truppe combattenti – giacché ordinavano la ritirata per salvare il poco che era possibile salvare.
Dopo quelle fucilazioni la Wehrmacht iniziò a squagliarsi definitivamente: se le istanze di chi combatte non sono recepite dagli Stati Maggiori diventa inutile combattere – questo è il ragionamento che fa qualsiasi giovane capitano – perché si trova a combattere fra due fuochi, ossia fra il nemico che avanza e il comando che, se non sei disposto a morire, provvede direttamente.
Sul fronte russo, invece, si giunse ben presto ad un accordo: tutto quello che avvenne dopo la resa di Paulus a Leningrado e la sconfitta di Stalingrado fu soltanto una lenta ed inesorabile ritirata (3).
Molti ufficiali – anche di grado elevatissimo – avevano abbandonato la follia di Hitler e del suo “Reich millenario” e pensavano solo a salvare il salvabile: si ritiravano di quel tanto che bastava per salvare la faccia ed i russi avanzavano fin quando i tedeschi lo permettevano, nell’attesa di una nuova ritirata. Difatti, non vi furono più grandi battaglie campali all’est dopo il 1943, ed addirittura l’Armata Rossa si fermò fuori Varsavia nell’attesa che i tedeschi l’avessero evacuata, il che causò un’ecatombe nella resistenza polacca.
In buona sostanza, la concezione napoleonica della guerra – che durò fino alla Prima Guerra Mondiale – non funzionò più nella Seconda, quando la resa e la ritirata divennero le alternative alla resistenza ad oltranza, alla guerra di trincea (4).
In Vietnam – come ricordavamo – intervennero apertamente sul morale delle truppe anche fattori politici interni: le marce della pace, le medaglie scagliate contro il Campidoglio testimoniavano oramai il rifiuto politico di quella guerra da parte dei giovani americani, e fu sconfitta.
La risposta del Pentagono a quella sconfitta fu la creazione di un esercito professionale: sei pagato anche per morire, ma ti metteremo a disposizione tutto il supporto possibile e la miglior tecnologia affinché ciò non avvenga.
La carota, invece, era: vieni nei Marines ed avrai uno stipendio sicuro, una serie di benefit quali abitazione, sanità, scuola, ecc e sarai sempre difeso dall’esercito in qualsiasi frangente. Nulla di nuovo rispetto alla classica Guardia Pretoria.
Questo equilibrio si regge su un semplicissimo assioma che possiamo identificare nella conta dei morti, ossia su quanti sacchi neri tornano in Patria con un cadavere dentro.
La ristrutturazione dell’esercito americano dopo la fine della Guerra Fredda – curata per Rumsfeld da Andrew Marshall, anziano ed ascoltato stratega del Pentagono – prevedeva la creazione di 12 grandi gruppi d’assalto basati sulla sorpresa e sulla mobilità: nessuno aveva messo in conto lunghi periodi d’occupazione, perché in quel caso la superiorità tecnologica conta sempre di meno man mano che la situazione si complica.
Quale artifizio elettronico può salvare un marine dallo scoppio di un ordigno rudimentale celato in un cespuglio a lato della strada? Gli ufficiali hanno a disposizione un sofisticato sistema di combattimento, con il quale sono in continuo contatto con i comandi: un apposito visore – sistemato sull’elmetto – permette loro d’avere notizie in tempo reale sui movimenti del nemico.
Già, ma chi è il nemico?
Questa strategia può funzionare in una guerra convenzionale – e per questa ragione la campagna militare irachena fu così rapida – ma diventa inefficace quando il nemico non è riconoscibile. Paradossalmente, in un campo di battaglia “elettronico”, coperto di emissioni radar e di sensori, un uomo senza divisa con un fucile che cavalca un cammello diventa l’arma assoluta.
La latitanza di Bernardo Provenzano è stata possibile perché si affidava a strumenti di comunicazione antichi – i famosi “pizzini” – ma anche quella di Bin Laden e di Ayman Al-Zawahiri è molto “prudente” per quanto attiene la comunicazione elettronica. Molto probabilmente anche i due capi di Al-Qaeda non usano strumenti elettronici e, per i loro comunicati alle TV ed ai loro accoliti, utilizzano presumibilmente semplici e-mail inviate da anonimi Internet café.
Vorremmo precisare che non stiamo compiendo dei salti nell’iperspazio della strategia militare: gli stessi principi erano già presenti negli scritti di Ernesto Guevara Linch (5).
In definitiva, i guai iniziano quando un esercito professionale pagato per fare la guerra comincia a subire pesanti e continue perdite: non solo migliaia di morti, ma anche decine di migliaia di feriti, molti dei quali gravi e che rimarranno mutilati per il resto della loro esistenza.
A questo punto, la carota – ossia la certezza del posto di lavoro, i benefit, ecc – calano d’importanza perché quel posto di lavoro diventa sempre più incerto: qui non si perde il posto di lavoro, qui si perde la vita.
Esiste una sorta di “sindacalismo” militare? Un militare che si trova ad affrontare situazioni insostenibili, a chi può rivolgersi?
In Italia esistono i vari COCER, ossia degli organismi consultivi che comprendono ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa: specie di “rappresentanze sindacali” interne alle Forze Armate.
Si tratta già di un passo in avanti rispetto alla pura e semplice obbedienza gerarchica (che, in ogni modo, i COCER non possono mettere in dubbio), ma è tutto da verificare cosa potrebbe succedere in una reale situazione di guerra.
Il metodo più semplice che i militari USA hanno per evidenziare il loro malumore è quello di mostrarlo ai loro comandanti sul campo, ossia agli ufficiali di rango inferiore. Quando le lamentele e lo scoramento superano la soglia d’attenzione, le paure iniziano ad essere comunicate agli ufficiali superiori, fino agli Stati Maggiori: la struttura gerarchica – in questi frangenti – diventa bi-direzionale, ossia non partono più solo ordini dall’alto ma anche timori dal basso.
Quando l’intera catena di comando è pervasa dai dubbi, essi si manifestano nelle alte sfere, fino ai politici: in teoria, così dovrebbe accadere in un esercito moderno ed in una nazione democratica.
Ciò che invece si sta inceppando negli USA è il rapporto fra militari e politici: al Pentagono è in atto una vera e propria lotta senza esclusione di colpi fra molti alti ufficiali – che invitano Bush a trovare rapidamente una soluzione per l’Iraq – ed i politici, i quali continuano a pensare che i soldati sono pagati anche per morire. Semmai, dopo riceveranno medaglie e diventeranno degli eroi.
Se vogliamo, possiamo cogliere un interessante parallelo fra la situazione dei sovietici in Afghanistan e quella odierna degli USA in Iraq: in entrambi i casi non era e non è possibile controllare il territorio, di qui l’inevitabile sconfitta, mascherata con vari artifizi.
La differenza fra le due situazioni è rappresentata proprio dal diverso approccio: i sovietici sapevano benissimo che era il Pakistan (ovviamente sorretto dagli USA) a giocare la parte del “regista” per quanto avveniva in Afghanistan, ma non s’azzardarono mai ad attaccarlo.
Gli USA invece, pur non esistendo un rapporto ben definito fra Teheran e la guerriglia irachena, meditano d’alzare il livello dello scontro attaccando l’Iran per altri motivi.
I generali sono per natura silenti e parlano per atti: le recenti dimissioni ed i parecchi pensionamenti fra gli alti gradi del Pentagono raccontano che la frattura fra Rumsfeld ed i militari è oramai insanabile. La prospettiva di un attacco al sito nucleare di Natanz – con l’utilizzo di bombe atomiche “tattiche” per colpire le installazioni sotterranee – fa rizzare i capelli in testa ai generali, che il giorno seguente inizierebbero a contare le perdite in Iraq non più ad unità giornaliere, bensì a decine.
Se Bush crede di potersi permettere un completo isolamento internazionale, i generali sanno che quell’isolamento si trasformerà rapidamente in maggiori rifornimenti d’armi e d’informazioni alla controparte, ed in maggiori perdite per le proprie forze.
Sappiamo che la vittoria ha sempre molti padri mentre la sconfitta è orfana, ma non dimentichiamo che ai generali sconfitti non viene riservato – per tradizione – il miglior trattamento: il gioco del “cerino” è già iniziato negli alti comandi USA, e nessuno vuole farsi scottare le dita mentre qualcun altro preme il pulsante di un attacco nucleare.
Ciò nonostante, non pensiamo che la “rivolta” dei generali sortirà qualche effetto sull’amministrazione Bush, giacché lo stesso Bush ha oramai perso ogni contatto con la realtà: non esiste peggior iattura di un politico che vuol vestire i panni del comandante militare – poiché non ne ha la formazione – e Bush oramai si presenta quasi sempre in divisa (e quale poi, visto che praticamente non fece il servizio militare?).
Anche se il paragone potrà apparire eccessivo, Gorge Bush è oramai prigioniero nel bunker come Hitler, a spostare armate che esistevano oramai solo più sulla carta.
George Bush ha ancora molte armate a disposizione, ma non ha compreso che la sola forza militare non basta per raggiungere gli obiettivi politici: l’ONU non vuole soggiacere ai desideri USA senza porre condizioni? Ecco pronta la nomina di John Bolton come ambasciatore USA all’ONU, un politico il quale ha sempre dichiarato che – se dipendesse da lui – l’ONU non esisterebbe nemmeno. Sarebbe come inviare un macellaio per organizzare la gestione degli animali abbandonati.
Powell era un generale, un repubblicano convinto, ma rimaneva pur sempre un generale che operava come Segretario di Stato, ossia il Ministro degli Esteri USA: perché non fu riconfermato per il secondo mandato di Bush?
E’ facile immaginare che, già prima del 2004, qualche generale avesse iniziato a premere per una ritirata “onorevole” dall’Iraq, e se c’era una persona che poteva comprendere la situazione non era certo Rumsfeld ma Powell che di guerra, morale delle truppe e quant’altro se n’intendeva.
La risposta alle apprensioni di Powell fu semplice: il suo posto fu preso da Condoleeza Rice – che non sa nulla di questioni militari – giacché servì sotto Bush senior con la qualifica di “sovietologa” (?), mentre prima non aveva fatto altro che la dirigente alla Chevron. Allora: petrolio, politica estera od armi?
In teoria, un buon Ministro degli Esteri dovrebbe conoscere bene questi ed altri argomenti ma nulla – che possa essere inteso dagli atti della Rice – consente di confermare questa premessa.
Questi aspetti si sposano perfettamente con tutta la “allegra brigata” che comanda negli USA: da Cheney che pensa soltanto ai proventi delle sue società di supporto all’industria petrolifera a Wolfowitz, inviato alla Banca Mondiale per cercare di salvare i destini del dollaro. I soldati? E chi se ne importa.
Nessuna di questa persone è in grado di valutare con saggezza gli equilibri strategici: vivono in una sorta di Limbo dove – in modo assolutamente auto-referenziale – ritengono che basti la potenza di fuoco della macchina da guerra americana per risolvere a loro favore qualsiasi conflitto.
La “rivolta” dei generali è un segnale che qualsiasi politico dovrebbe cogliere ed invece stanno dimostrando nei fatti di volerla ignorare, come Berlusconi non riesce a comprendere d’aver perso le elezioni: non a caso il Silvio nazionale considera il George d’oltre oceano un “amico fraterno”.
La differenza fra le due situazioni, però, non è cosa di poco conto: mentre Berlusconi – quando saranno convocate le Camere – dovrà soltanto svegliarsi dal sogno ed emettere una dichiarazione di facciata, per Bush essere avvertito che le truppe in Iraq stanno cedendo sarà un incubo terrificante, nel quale avrà trascinato milioni di famiglie americane.


(1) Sulla reale pericolosità del programma nucleare iraniano potrete trovare analisi più approfondite in precedenti articoli apparsi su Disinformazione, in particolare ne “Il canto degli ayatollah” ed in “Perché gli USA vogliono ad ogni costo attaccare l’Iran?”.
(2) E’ utile, all’uopo, rivedere ed analizzare attentamente un grande film di Stanley Kubrik – Full Metal Jacket – che, a differenza d’alcuni tratti retorici di Apocalypse now, mette il dito nella piaga sui metodi di formazione ed addestramento dei militari USA. Ciò non toglie, ovviamente, valore ad Apocalypse now per altri aspetti, ossia sulla reale tragedia della guerra, che non può essere altro che “sporca”.
(3) La tesi è sostenuta con precise citazioni da Giorgio Galli nel suo Hitler ed il nazismo magico.
(4) In questo contesto l’analisi dovrebbe essere senz’altro più approfondita e prendere in esame anche le diverse tattiche che dipendevano dai nuovi mezzi (tank, aerei, ecc), ma la Seconda Guerra Mondiale evidenziò già quel cambiamento che conduceva le truppe a non “morire fino all’ultimo uomo”, come talvolta avvenne ancora nella Prima.§
(5) Ernesto “Che” Guevara: La guerra di guerriglia, Feltrinelli.

FONTE: DISINFORMAZIONE.IT