11 aprile 2006

Un Paese unito

di Maurizio Blondet

Dopo ore ed ore di chiacchiere TV, autorizzate e conformiste, sul «Paese spaccato», anche gli ingenui lo capiscono: dal voto è uscito un popolo unito.
Unito dal rigetto e dal disprezzo di una classe politica obliqua, falsa, che risponde solo ai suoi referenti lobbistici e ai suoi interessi, ed è incapace di indicare un orizzonte.
Il risultato è quello che ci siamo augurati su queste pagine.
Berlusconi meritava di perdere; ma il popolo che lo ha votato non lo meritava.
Ed ha mostrato di esistere, di essere forte, un saldo blocco sociale: capace, nel Nord ma anche in Campania e in Puglia, di rovinare la festa che già si erano preparati gli auto-definitisi vincitori.
Questi avevano già con sé tutti i poteri cosiddetti «forti», i grandi parassiti di Stato, confindustriali, bancari, persecutori in toga, e i loro trombettieri e maggiordomi nei media di proprietà: tutti coalizzati.
Gli mancava il «popolo»: e non l’hanno avuto.
Il popolo non gli ha dato la cambiale in bianco che, con infondata sicumera, si aspettavano. Berlusconi ha meritato la sconfitta.
Ma ancor più meritata è la sconfitta dei Paolo Mieli, Gad Lerner e De Bortoli: e l’hanno avuta.
Non hanno trascinato il voto dove volevano loro.

La gente continua a diffidare dei tassatori al riparo delle finanziarie lussemburghesi, di coloro che ci fanno lezioni di «competività» sotto l’ombrello dell’impiego garantito e delle regalie pubbliche, dei dipendenti Goldman Sachs tutti protesi a fare gli interessi
dei loro padroni internazionali.
Il popolo, unito, li disprezza.
Anche a sinistra.
Perché se quello che si raccoglie attorno a Berlusconi (non per lui, ma ormai per sé) è definito «populismo», non sfugga che anche l’antiberlusconismo di sinistra è - anzi di più - un populismo: quello moralistico di chi detesta che sia al governo un miliardario, quello dei girotondini che credono alla santità infallibile del «popolo» (loro stessi: registi, puttane della repubblica e direttori TV).
Il voto massiccio alle sinistre estreme è stato un voto contro i parassiti confindustriali, bancari e Goldman Sachs di cui sono alleate: e un «no» preventivo ai progetti di «flessibilità», tagli e tasse che i potenti sperano Prodi faccia per loro.
Qualcuno dovrà notare, poi, il comportamento di Prodi nelle ore del «testa a testa».
Prima il prematuro chicchiricchì di vittoria, poi la scomparsa per tutto il pomeriggio e la notte.
Ha lasciato sola la folla pronta a festeggiare coi cantanti pop davanti ai tabelloni; non è andato a soffrire con la sua gente, l’ha abbandonata.
Una replica, in piccolo e ridicolo, dell’8 settembre.
Prodi ha messo su il disco di Badoglio: la guerra continua, fatela voi.

Poi, naturalmente, è riapparso a gridare chicchiricchì, gonfio, ambiguo, losco e vendicativo, e tronfio.
Ma la gente di sinistra farebbe bene a non dimenticare questa prova di carattere vile, questo impulso allo squaglio, alla diserzione e alla paura.
Prodi, dopo 40 anni di presenza nell’ambigua penombra tra politica, tangenti e tecnicismi, dietro le quinte, merita di comandare?
Dopo non essere riuscito a convincere tanti indecisi che di Berlusca hanno le scatole piene?
Dopo aver traccheggiato sulle tasse, aver biascicato cifre sulla ricchezza patrimoniale da colpire, prima 250 mila euro, poi i «molti milioni»?
Vi fidate?
Fate voi.
Ora, avverrà l’inevitabile.
I benintenzionati che hanno creduto di votare Giovanardi, hanno votato Follini e Tabacci.
E Tabacci era già raggiante: l’UDC ora ha la forza - nella mezza sconfitta della Sinistra – per il governo «di larghe intese» che da sempre i democristiani come lui avidamente sognano.
Passare dall’altra parte, dare la maggioranza a chi l’ha avuta negata dall’elettorato; in cambio di alti prezzi corruttori e di sottogoverno.

Prendere voti al Centro per portarli a Sinistra, con accordi sottobanco: è questo l’eterno gioco DC.
E nella larga intesa le due anime della DC si incontreranno.
I dati elettorali rendono inevitabile questo esito, col taglio delle «ali estreme» delle due parti e l’ammucchiata collusiva al Centro, per «fare le riforme», per «l’emergenza nazionale».
Tutto sta a vedere quali «riforme», si capisce.
Se saranno quelle dettate da Goldman Sachs, avremo perso noi: il popolo italiano unito nel disprezzo.
Ora, questo popolo unito dovrebbe trovare l’unità per ricordare a lorsignori, ogni giorno, che questa non sarà la grande coalizione tedesca, col suo destino manifesto segnato dalla storia e dalla geografia (Berlino, appena tornata capitale, già allaccia a Mosca la sua potente industria e corre verso l’Est).
La «larga intesa» italiota è un'altra cosa: è la coalizione di perdenti, di minoritari senza progetto. Sarà bene lo ricordino: i democristiani soprattutto, non hanno avuto la cambiale in bianco.

FONTE: EFFEDIEFFE