10 maggio 2006

Iran: l’attacco «fra due o tre mesi»

di Maurizio Blondet

WASHINGTON - Israele colpirà le installazioni nucleari dell'Iran «nei prossimi due o tre mesi», ha confidato un funzionario israeliano ad Arnaud De Borchgrave.
Ciò è avvenuto al ricevimento per la festa nazionale all'ambasciata israeliana a Washington, a cui De Borchgrave, oggi direttore dell'agenzia UPI e giornalista molto ben informato (è stato direttore del Washington Times) era invitato.
E stavolta, non saranno usati i caccia-bombardieri, come la dozzina di F-15 ed F-16 che Israele lanciò nel 1981 contro la centrale atomica di Saddam, ad Osirak in Iraq.
Stavolta, saranno usati missili da crociera.
Da quel che è dato capire, ad essere presi di mira saranno i tunnel d'entrata delle installazioni, che sono sparse per l'Iran.
L'anonimo funzionario ha spiegato al giornalista che Israele ha i suoi satelliti geostazionari che spiano costantemente il territorio dell'Iran, mandando immagini ad alta risoluzione che identificano oggetti di meno di 70 centimetri.
«Sappiamo molto più di quanto si possa credere», ha detto.

I satelliti spia in orbita sono almeno cinque (da Ofeq-1 a Ofeq-5) e sono stati lanciati con razzi israeliani «Shavit» multistadio, di cui i primi due stadi sono costituiti da missili Jericho II.
Secondo De Borchgrave, Israele può disporre anche di un centinaio di questi Jericho II, missili balistici, che sono installati in silo sotterranei, e che userà se l'Iran osasse lanciare una rappresaglia contro Israele.
Ognuno di essi ha una gittata tra i 1500 e i 3500 chilometri, in rapporto al peso della carica.
Voci non confermate parlano anche di un Jericho-3 con raggio superiore ai 3000 chilometri.
Come reagirà l'opinione pubblica americana?
Niente paura.
Un sondaggio lanciato da un sito web conservatore, e citato da De Borchgrave, ha ricevuto 66 mila risposte: in 88 casi su cento, i partecipanti hanno detto che l'Iran è più pericoloso dell'Iraq sotto Saddam.
E 77 su cento sono a favore di azioni militari contro l'Iran per bloccarne il progetto nucleare.
Il 45% preferisce che l'attacco sia sferrato dagli USA, il 35% da Israele.

Solo poche ore prima Shimon Peres, vice-premier israeliano, aveva detto alla Reuters che «anche l'Iran può essere distrutto» (1); ed era stato immediatamente zittito dal ministro della Difesa Amos Gilad: gli israeliani devono astenersi da un linguaggio minaccioso, perché «l'Iran è un problema del mondo».
Questa è la linea: non è un problema di Israele, ma «del mondo».
«La cooperazione internazionale è importante per Israele», ha aggiunto Gilad: «anche se alla fine esigeremo altre opzioni [sic], è importante per noi di attraversare il necessario corso legittimante del sostegno internazionale».
Che certo non mancherà.
Difatti, Condoleezza Rice ha ammesso in un'intervista alla AP di aver risposto picche alla lettera che Ahmadinejad ha inviato alla Casa Bianca, chiedendo rapporti diretti con gli USA e facendo nuove offerte, «prima ancora di avere in mano la traduzione del messaggio».
«Non abbiamo ancora avuto modo di fare la nostra propria traduzione e naturalmente la faremo», ha detto la Rice, «ma una lettura iniziale pare suggerire che non c'è niente nel messaggio che risponda alle questioni fra gli Stati Uniti e il resto del mondo e, dall'altra parte, l'Iran. Abbiamo scelto di trattare il governo iraniano come il governo iraniano, e di rispondere di conseguenza» (2).

Henry Kissinger ha appena detto che gli USA devono «analizzare tutte le opzioni contro l'Iran, compreso l'uso di bombe atomiche».
E alla base di Eglin in Florida sono state provate bombe da 10 tonnellate, «Massive Ordnance Air Burst» o MOAB, apposta per il previsto attacco.
Ma la Casa Bianca preferisce rimandare l'attacco a dopo novembre, dopo cioè le elezioni di medio termine; evidentemente, Israele ha fretta.
Ed è pronta a fare da sé, o almeno minaccia di far da sé per premere su Bush.
Intanto, in Iran, due bombe sono esplose nella cittadina nord-occidentale di Kermanshah, ferendo almeno sette persone: si tratta di attentati dei curdi, già mobilitati a servizio dei futuri attaccanti (3).
Fonti sicure (fra cui Seymour Hersh) sostengono infatti che già da tempo «consiglieri» americani, inglesi, israeliani e persino pakistani sono sul terreno, protetti dalle minoranze etnico-religiose dell'Iran, che finanziano, addestrano ed armano.
I fondi necessari sono venuti dall'oppio e dall'eroina, che dall'Afghanistan sta passando in Iran in quantità sempre maggiori.

Gli israeliani stanno preparando militarmente i curdi nella zona nord dell'Iran.
I pakistani, assistono militarmente i ribelli tribali che sferreranno attacchi dal Balucistan, ai confini col Pakistan (in marzo, un attacco nella zona ha ucciso 22 iraniani).
Inglesi e americani addestrano i Mujaheddin e-Khalq (MEK), un gruppo di ideologia comunista (e catalogato come «terrorista» persino da Washington) che opera partendo dalle sue vaste basi in Iraq, sotto protezione anglo-americana.
Utilizzate fin d'ora in operazioni di sabotaggio e di terrorismo cieco, queste forze paramilitari etniche e tribali dovrebbero, dopo l'attacco dal cielo, innescare (o simulare) un'insurrezione «popolare» che porterà al «cambio di regime» a Teheran (4).
Per questo pare che Bush, nel ricevere alla Casa Bianca il presidente dell'Azerbaijan Heidar Aliyev, abbia fatto intense pressioni per mobilitare nella destabilizzazione la numerosa minoranza azera che abita in Iran.
Aliyev sembra aver resistito: nel giustificato timore che se soffia su quel fuoco, il «cambio di regime» più probabile possa essere il suo.

Note
1) Amos Harel, «MI chief: Iran will produce nuclear bomb by 2010», Haaretz, 9 maggio 2006.
2) «Condoleeza Rice admits she responded to Iran letter before US had translated missive», Raw Story, 9 maggio 2006.
3) «Seven hurt as two bombs explode in iranian city», Reuters, 8 maggio 2006.
4) Jeffrey Steinberg, «Iran Contras», EIR, 9 maggio 2006.

FONTE: EFFEDIEFFE