30 giugno 2006

Israele trova il casus belli

I media di tutto il mondo hanno cercato di mimetizzare la notizia, approfittando del fatto che l’opinione pubblica è abituata ai raid sionisti in Palestina, ai rapimenti, agli omicidi.
L’atteggiamento aggressivo di Tel Aviv meriterebbe invece ben altra attenzione, anche da parte dell’Onu che, se fosse una cosa seria, dovrebbe essere pronto ad intervenire per scongiurare un massacro di innocenti. Utilizzando come pretesto il rapimento di un soldato israeliano, l’entità sionista si è predisposta per sferrare un vero e proprio attacco militare contro la Palestina e contro il legittimo governo guidato da Hamas.

Carri armati con la stella di David hanno circondato i Territori e stanno attendendo il via libera per un blitz su larga scala. Tel Aviv non esclude inoltre la possibilità di rapire ministri del governo palestinese. Benjamin Ben Eliezer, ministro delle Infrastrutture, laburista, ha dichiarato che “Israele non ha problemi a entrare nella striscia di Gaza e a rapire mezzo governo palestinese”. Il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha dato ordini allo Stato maggiore di preparare i piani per una lunga e vasta operazione militare. Se il militare israeliano non verrà rilasciato senza condizioni Israele è pronta alla guerra. La minaccia è stata formulata durante un colloquio che Yuval Diskin, capo dello Shin-Bet, ha avuto con il presidente dell’Anp, il moderato Abu Mazen.

E questo proprio mentre, nel corso di una conferenza stampa congiunta a Gaza, Fatah e Hamas firmano e annunciano ufficialmente un documento che riconosce implicitamente lo Stato d’Israele. Dopo due settimane di difficili trattative entrambi i partiti hanno firmato un documento che accetta il principio dei negoziati con Israele e stabilisce che questi saranno condotti da Abu Mazen. L’intesa chiarisce che la lotta con Israele sarà limitata ai soli territori occupati nel 1967.
I palestinesi da parte loro si dichiarano poi pronti a rilasciare il soldato sionista, ma vorrebbero il rilascio di tutte le donne e bambini prigionieri nelle carceri sioniste, in gran parte in spregio a qualsiasi diritto internazionale. Se però bisogna credere alla buona volontà palestinese non si può dire altrettanto per i sionisti.

Questa per Olmert è soltanto una buona occasione per scatenare una nuova guerra, per annullare qualsiasi dialogo, perché Tel Aviv non ricerca e non ha mai ricercato soluzioni pacifiche, ma soltanto l’annientamento totale del popolo palestinese, perché fintanto ci sarà qualcuno in grado di rivendicare la sua terra la legittimità di Israele resterà sempre in discussione.
L’Onu può però rimanere passivo davanti a questa nuova azione criminale di Tel Aviv? Pare proprio di sì. Anzi, qualcuno sta pure cercando di far ricadere ogni responsabilità sul governo di Hamas, legittimando così addirittura un rovesciamento violento di un governo uscito legittimamente da elezioni democratiche.
Del resto le guerre per imporre elezioni ‘democratiche’ si fanno solo quando dalle urne escono bravi collaborazionisti, altrimenti per Washington e Tel Aviv è meglio la guerra.

FONTE: Rinascita di mercoledì 28 Giugno 2006

29 giugno 2006

Esportiamo la democrazia

di Domenico Savino

C'è uno Stato al mondo che ha violato 72 risoluzioni ONU e mai nessuna superpotenza o nessuna coalizione internazionale è intervenuta per obbligarlo a rispettarle.
Questo stato è Israele.
C'è uno Stato che ha invaso territori da cui non si è mai ritirato, che ha sradicato popolazioni autoctone, sostituendole con altre appartenenti ad una sola nazionalità religiosa, provenienti da parti lontanissime del mondo, senza che nessuno abbia osato parlare di pulizia etnica.
Questo stato è Israele.
C'è uno Stato al mondo che fa della lotta la terrorismo il pretesto per esercitare uno spietato terrorismo di Stato e una politica di spopolamento portata avanti a marce forzate e senza che nessuno intervenga.
Martin van Creveld, noto docente di storia militare all'università ebraica di Gerusalemme ha evidenziato che ciò corrisponde ad una strategia precisa, perché «se dovesse protrarsi a lungo, il governo potrebbe perdere il controllo del popolo. In campagne come questa le forze anti-terrorismo perdono perché non riescono a vincere e i ribelli vincono perché riescono a non perdere. Considero inevitabile la disfatta totale di Israele. Ciò significherebbe il crollo dello Stato e della società israeliani. Distruggeremmo noi stessi».
E in questa situazione, proseguiva, sempre più israeliani finiscono per considerare il «trasferimento» dei palestinesi (cioè la loro deportazione negli Stati limitrofi nda) l'unica salvezza.
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato al mondo che ha violato il trattato di non proliferazione nucleare e contro il quale non è mai stata presa alcuna forma o anche solo minaccia di sanzione.
Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato al mondo dove un suo scienziato di nome Mordechai Vanunu, che aveva collaborato alla realizzazione di quel progetto atomico, nel 1986 mostrò al giornale britannico Sunday Times fotografie degli impianti nucleari di Dimona, nella regione settentrionale del deserto del Negev, affermando che lì erano stivate ben 200 testate atomiche.
Prima che la notizia venisse pubblicata, i servizi segreti di quel Paese, il Mossad, rapirono a Roma quello scienziato, riportandolo a forza in patria e condannandolo a 18 anni di carcere dopo un processo segreto.
Quello scienziato ha scontato i primi 11 anni e mezzo in isolamento.
Quello Stato è Israele.
L'8 luglio 2004, secondo quanto riferito dalle agenzie AGI e Reuters, «le autorità israeliane hanno detto al direttore dell'AIEA El Baradei che il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia per Israele. E certamente, se si vuole seriamente avviare una prospettiva di disarmo in Medio Oriente, occorre partire dalle dittature fanatiche e sostenitrici del terrorismo che non nascondono neppure i loro propositi genocidi, non da una democrazia costretta a difendersi per sopravvivere».
Peccato che molti anni prima un suo ex ministro della Difesa, Moshè Dayan avesse affermato:
«Israele dev'essere come un cane rabbioso, troppo pericoloso per darsi pensiero. Ritengo che a questo punto non ci sia più speranza. Dovremo cercare di evitare che si arrivi a quel punto, se è ancora possibile. Le nostre forze armate, però, non sono al trentesimo posto nel mondo, bensì al secondo o al terzo. Abbiamo la capacità di trascinare il mondo intero nella nostra rovina. E vi assicuro che accadrà, prima che Israele affondi».
Questo Stato è Israele.

C'è uno stato al mondo che per anni ha collaborato con il Sudafrica dell'apartheid per ottenere la fornitura di circa 550 tonnellate di uranio per l'impianto di Dimona e che nel settembre 1979 tenne con il regime di Pretoria un test nucleare congiunto nell'Oceano Indiano.
Secondo il quotidiano ebraico Ha'aretz del 20 aprile 1997 all'inizio degli anni Ottanta questo Stato avrebbe aiutato il governo del Sudafrica a sviluppare armi nucleari.
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato al mondo dove ancora l'apartheid è «il principio primo di tutto il suo sistema legale, oltre che la dimensione evidente e verificabile ad ogni livello sociale, residenziale, del viver quotidiano. Tuttavia, la maggior parte delle leggi approvate dal parlamento, non sembrano discriminatorie, almeno nella forma. Se si analizzano con un po' di attenzione, si vede subito che, alla base dì tutte c'è la discriminazione tra 'ebrei' e 'non ebrei'».
Questo stato è Israele.
Chi afferma ciò non è un pericoloso antisemita, ma Israel Shahak, ebreo, internato nel campo di concentramento nazionalsocialista di Bergen Belsen e dal 1945 stabilitosi in Israele.
Secondo la legge - prosegue Shahak - «in questo Stato deve considerarsi 'ebreo' chi ha avuto una madre, una nonna, una bisnonna e una trisavola ebrea, di religione ebraica, oppure perché si è convertito al giudaismo da un'altra religione, secondo i criteri riconosciuti e accettati come legittimi dalle autorità d'Israele.
Chi si sia convertito dal giudaismo a un'altra religione non è più considerato 'ebreo'».
Questo Stato è Israele.
In questo Stato «vi è una legislazione discriminatoria nei confronti dei non ebrei, che favorisce esclusivamente gli ebrei in molti aspetti della vita».

Pochi sanno - afferma Shahak - che il diritto di residenza, si fonda «sul fatto che, in Israele, il 92% della terra è proprietà dello Stato ed è amministrato dalla Israel Land Authority secondo i criteri del Jewish National Fund (JNF), affiliato all'Organizzazione Sionista Mondiale (World Zionist Organization). Sono regole fondamentali del JNF la proibizione a chi non è 'ebreo' di stabilire la propria residenza, di esercitare attività commerciali, di rivendicare il proprio diritto al lavoro e questo soltanto perché non è ebreo. Al contrario, agli ebrei non è in nessun caso proibito stabilire la propria residenza o aprire attività commerciali in qualsiasi località d'Israele […]. Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si proibisce ufficialmente di lavorare le terre amministrate dalla Israel Land Authority. […]. E' severamente proibito agli ebrei insediati sulla National Land subaffittare anche una parte delle loro terre agli arabi, persino per tempi brevissimi e chi lo fa incorre in pesantissime multe. Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si tratta di non ebrei che affittano le loro terre ad altri ebrei».
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato che pratica l'apartheid e non subisce sanzioni né reprimende dal consesso internazionale.
C'è un legge in quello Stato, la Legge dell'Ingresso del 1952, secondo cui «chi non è in possesso di un visto o di un certificato d'immigrazione sarà immediatamente deportato e non potrà più chiedere il rilascio del visto».
Sembra una legge neutrale, precisa Shahak.

Peccato che la definizione di chi ha le qualifiche per ottenere il visto d'immigrazione si trova nella parallela Legge del Ritorno: solo «gli ebrei».
Spiega Shahak che «la clausola della deportazione degli 'stranieri' è applicabile solo ai 'non ebrei'. Il Ministero dell'Interno non ha l'autorità d'impedire a un ebreo, anche se ha precedenti penali e può costituire un pericolo per la società, di esercitare il suo diritto a stabilirsi in Israele. Solo un cittadino straniero non ebreo ha bisogno del permesso, ma agli ebrei che giungono da altre nazioni vengono subito concessi tutti i diritti e i privilegi previsti per i cittadini d'Israele: il 'certificato d'immigrazione' conferisce automaticamente la cittadinanza, il diritto di votare e di essere eletti anche se non conoscono una sola parola di ebraico. Il 'certificato d'immigrazione' dà diritto immediato alla 'cittadinanza' in virtù del ritorno nella 'terra madre d'Israele' e a molti benefici finanziari che variano a seconda della nazione da cui provengono gli 'ebrei'.
Per esempio, quelli che provengono dall'ex URSS ricevono subito una 'gratifica complessiva' di $ 20.000 per famiglia. Le leggi sulla cittadinanza del 1952 che, senza mai menzionare 'ebrei' e 'non ebrei', sono il fondamento primo dell'apartheid, insieme alle leggi sull'istruzione pubblica, alle norme della Israel Land Authority, che garantiscono la segregazione delle terre e le leggi matrimoniali religiose che sono mantenute separate dal codice matrimoniale civile».
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato dove «nei documenti d'identità che tutti sono tenuti a portare con sé e ad esibire in qualsiasi momento, sotto la dicitura 'nazionalità' figurano le seguenti categorie: 'ebreo', 'arabo', 'druso', 'circasso', 'samarita', 'caraita' o 'straniero'. Dal documento d'identità i funzionari dello Stato sanno subito a quale categoria appartiene la persona. Malgrado innumerevoli pressioni, il Ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di accettare la dicitura 'nazionalità israeliana'.
Sembra una beffa, ma a quelli che l'hanno richiesto, viene risposto su carta intestata 'Stato d'Israele' che 'si è deciso di non riconoscere una nazionalità israeliana'».
Questo Stato è Israele.

C'è uno Stato che impedisce a una parte dei propri cittadini di entrare nell'esercito, riservando ad una «nazionalità» solo, quella ebraica, il monopolio dell'uso della forza militare: «la legge sulla coscrizione militare del 1986 non sembra discriminatoria perché usa l'espressione 'giovani di leva arruolati' come termine universale e riferibile a tutti i cittadini d'Israele. In realtà contiene un semplice marchingegno che ne fa una delle leggi più discriminatorie, un vero e proprio pilastro dell'apartheid: è la figura dell'enumerator, autorizzato a chiamare i giovani ad iscriversi nelle liste di leva, a convocarli al distretto con uno specifico richiamo alle armi. Nella legge si fa uso del termine 'autorizzato', il che implicitamente lascia all'enumerator la facoltà di chiamare, o di non chiamare alle armi, i giovani in età di leva. Quelli che non ricevono la chiamata sono automaticamente esentati dal servizio militare. E' semplicissimo: quelli che dai documenti d'identità risultano appartenenti al 'settore arabo' non vengono chiamati». (1)
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato dove oltre 100 palestinesi, tra cui oltre 30 bambini, sono stati uccisi dall'inizio dell'anno dalle forze armate e dove perfino Amnesty International ha denunciato l'uso sproporzionato della forza contro i civili palestinesi.
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato in cui esistono due tipi di targhe d'auto, immediatamente riconoscibili dal colore, giallo e azzurro: uno per i cittadini israeliani ebrei, e l'altro per i cittadini israeliani arabi.
Questo Stato è Israele.
C'è uno stato in cui - come riferisce il quotidiano di Gerusalemme Haaretz - una neonata è stata trattenuta per due mesi in un ospedale di Gerusalemme Est in attesa che i genitori pagassero il costo del parto.
Quella bambina era la terza di tre gemelli e la clinica ha dimesso solo 2 fratellini in attesa del saldo del conto.
Quella bambina è figlia di genitori che sono sì cittadini israeliani, ma di «nazionalità araba». (2)
Questo Stato è Israele.
Allora diciamolo: se deve essere, sia per tutti.
Esportiamo la democrazia.
In Israele.

Note
1) Le affermazioni di Shahak sono contenute nel volume «Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni», Centro Librario Sodalitium, 1997.
2) http://www.sottovoce.it/cms/visartedit.php?area=28&id=7

FONTE: EFFEDIEFFE

Allarme: Israel Singer è a Berlino!

di Maurizio Blondet

«L’Iran è un pericolo per il mondo intero», ha proclamato Israel Singer, il presidente del Congresso Ebraico Mondiale (WJC).
Ed è andato a proclamare questa sua convinzione a Berlino, dove ha voluto riunire il Congresso Ebraico Mondiale giusto in coincidenza coi mondiali di calcio in Germania (1).
Come sanno i nostri lettori, Singer è l’uomo che ha implicitamente minacciato la Germania, secondo lui poco impegnata nella guerra globale al terrorismo, di un altro 11 settembre.
«Voi credete che un 11 settembre può accadere solo negli Stati Uniti, voi credete di non essere bersagli del terrorismo», ha recriminato Singer il 9 dicembre 2005, in una intervista al Berliner Zeitung: «Decisamente, la lezione dell’11 settembre a New York in Europa è già dimenticata. Ma quando tremila persone verranno uccise anche qui [in Germania], allora tutte queste vostre preoccupazioni per i diritti umani scompariranno!».
Ed ha aggiunto: «La presunzione europea e tedesca è uno scandalo! La Germania non conosce ancora questo problema. Ma può succedere anche qui. E i tedeschi cominceranno a pensarci, se vengono distrutti due grattacieli e muoiono tremila persone».
Allora, ha profetizzato, «democrazia e diritti dovranno cedere di fronte alla necessità di protezione e sicurezza del popolo, e perderanno significato».

Molte nostre fonti in Germania, al corrente dei veri autori dell’11 settembre americano, temono appunto che i soliti sospetti possano aver interesse a organizzare un attentato «islamico», sanguinoso e spettacolare, in coincidenza con i mondiali, dove l’11 settembre germanico sarebbe «coperto» in diretta dai media di tutto il pianeta.
Ora il Congresso Ebraico ha scelto Berlino, e proprio in questi giorni, per reiterare i suoi appelli anti-iraniani.
La coincidenza può essere singolare.
Tanto più che anche le recriminazioni ebraico-mondiali sono singolarmente moderate.
Stephen Herbits, il segretario generale del WJC, ha detto che spetta alla comunità internazionale obbligare l’Iran a rinunciare ad ogni ambizione nucleare, ed Hamas «a rinunciare alla violenza» (ciò mentre Gaza era sotto il più violento bombardamento israeliano, con artiglieria, carri armati, missili e caccia, in anni di oppressione) (2).
Ma poi Herbits ha aggiunto che il Congresso «appoggia gli sforzi dei cinque membri del consiglio di sicurezza ONU e della Germania [citata espressamente]» che sono impegnati nei negoziati con Teheran, anche se ritiene «non sia in vista una soluzione».
Tesi nuova da parte sionista, che di solito esprime la più veemente sfiducia nelle trattative e nei negoziatori europei.
«Devono stare insieme e agire di concerto nel loro approccio a Teheran», ha detto il segretario.

Di colpo conciliante, almeno fino a un certo punto.
«In primo luogo c’è la questione nucleare. Ma in secondo luogo, dobbiamo far crescere l’Iran come parte della comunità internazionale, nel senso che si contenga nelle sue attività e s’impegni nelle organizzazioni globali».
Curioso questo improvviso auspicio di vedere l’Iran rientrare negli onori internazionali.
E allarmante.
Allarme rosso.
Singolarmente, i media occidentali non hanno dato la notizia, che diramata dall’agenzia France Presse, è stata raccolta soltanto… dall’Hindustan Time.
Meglio diffonderla, può contribuire a scongiurare il peggio.

Note
1) «World Jewish Congress meets in Berlin on Iran», Agence France Presse, 28 giugno 2006.
2) In queste operazioni, oltre alla imponente distruzione di infrastrutture (tre ponti e una centrale elettrica) che servono ad una popolazione palestinese già rimasta senza cibo e senz’acqua ed ora senza luce, caccia israeliani hanno anche sorvolato la residenza del presidente siriano (che si trovava nell’abitazione) violando lo spazio aereo della Siria e minacciando Assad con una palese provocazione. I caccia siriani hanno reagito respingendo gli aerei israeliani. A malapena è stato evitato un duello aereo, che era forse il casus belli voluto dagli israeliani. Il pretesto degli attacchi ebraici, condotti con migliaia di uomini, è la liberazione di un singolo soldato ebraico catturato («rapito», dicono loro) dai palestinesi. Ma il vero motivo è chiaro: Hamas si è appena accordata con la «moderata» Fatah su una soluzione a due Stati del problema di Terra Santa, ciò che implica da parte di Hamas l’implicito riconoscimento di Israele. Dunque Israele è a corto di scuse per ostinarsi a non trattare coi «terroristi». Per questo ha bisogno di una nuova guerra.

FONTE: EFFEDIEFFE

La dea Kali collabora a «Il Foglio»

di Maurizio Blondet

«Progetto di rieducare i diciottenni di oggi alla possibilità reale della guerra»: il titolo che appare su Il Foglio del 28 giugno ha almeno il merito di non usare giri di parole.
Il quotidiano neocon, ma preferito dai cattolici di destra, quando è in gioco l'interesse supremo d'Israele va dritto al cuore della questione, senza circonlocuzioni.
I giovani d'oggi vanno preparati alle guerre imminenti.
Qualche citazione dall'articolo, firmato da Carlo Pelanda, soi-disant «esperto di scenari internazionali».
Nella sua sfera di cristallo (vedremo dopo chi gliel'ha prestata), lo «scenarista» prevede il seguente scenario: «Il conflitto con l'islam [minuscolo nel testo] potrebbe avere un picco - colpi nucleari ed emergenze epidemiologiche nell'area occidentale (1) - verso il 2015. La Cina […] dal 2022 avrà la forza di tentare qualche sforzo preliminare con l'America, per saggiarne la forza e per impegnarla in una corsa al riarmo fantascientifico nel cui orizzonte (2022-2040) potranno avvenire deflagrazioni globali».
Come è preparato «l'Occidente» a queste guerre inevitabili?
La dotazione di «armi tecnologiche disponibili all'Occidente per attaccare è buona», si rallegra il Pelanda.
L'unità dell'Occidente meno sicura, perché «le sue tre teste, America, Europa e Russia [sic] tendono a restare disunite».

Ma il problema vero che preoccupa Pelanda è la scarsa attitudine militare della nostra gioventù.
«Del tutto negativa è la valutazione della capacità delle popolazioni occidentali di reggere nel futuro disastri, crisi economiche e guerre», ossia la cornucopia di regali sterminatori che hanno in serbo per noi i likudnik di Washington e Gerusalemme.
«In particolare i diciottenni di oggi saranno inadeguati, quando diverranno il corpo centrale della società occidentale che entrerà in guerra dal 2015 al 2040».
Sono loro che saranno chiamati a fare i soldatini.
Il guaio è che sono «senza autodisciplina e cultura di missione», mentre al contrario «i giovani cinesi o islamici che saranno i loro nemici [ormai è deciso, ndr.] esibiscono capacità tecniche, senso di missione e massima autodisciplina».
Questa «debolezza sociologica» rischia di far «perdere la guerra» all'«Occidente» (del Likud).
No, no ragazzi grassocci, panciafichisti tutti telefonino e scarpazze Reebok, così non va.
Vi siete rammolliti.
Il Likud vi vuole forti, guerrieri e feroci.
Come?
Niente paura, il progetto c'è già, ed è stato elaborato nel «think tank» americano che l'autore «frequenta».

Il progetto confezionato per voi si chiama: «Preparare i giovani alla Next War Society». Temevate di restare disoccupati nella New Economy Society, inoccupabili per ignoranza e anafabetismo nella Global high-tech Society?
Il «think tank» vi ha trovato il lavoro del futuro nella successiva realtà, la Società della Nuova Guerra (o Nuova Società della Guerra, vedete voi): vedrete il mondo, voi mammoni, godrete le sabbie dell'Iraq e le aspre alture iraniane, magari anche il Pamir afghano e il deserto del Gobi, spesati e forniti di tutto: giubbotto corazzato e fucile mitragliatore tecnologicamente all'altezza, con adeguato volume di fuoco.
Un mestiere sicuro per almeno 30-40 anni.
E poi andate a dire che gli ebrei non pensano a voi.
Ma il «think tank» ha capito che, per addestrarvi alla Next War Society, deve prima sottrarvi alla nefasta influenza di insegnanti e genitori.
Questi, dice Pelanda «appartengono alla generazione che nel 1968 si ribellò, ma che debellicizzandosi divenne molle».
Un guaio.
Continua Pelanda: «ora i figli vanno ribellicizzati», ma «in discontinuità generazionale», ossia rendendoli sordi alle mamme e ai professori.
Come?

Niente paura: i mezzi ci sono già.
«I veicoli d'istruzione migliore saranno i nuovi videogiochi e i film».
Ora sapete, ragazzi col tatuaggio, la dose di ecstasys in tasca e il cellulare sempre in canna, chi concepisce e smercia i videogiochi «duri» che tanto vi appassionano da qualche tempo.
E' per prepararvi meglio a diventare la next war generation; vi daranno videogiochi «di gestione e superamento di difficoltà estreme», c'informa il Pelanda: smanettando, imparerete divertendovi a sopravvivere a «disastri, crisi economiche e guerre» (testuale), mantenendo una capacità combattiva in «difficoltà estreme» nella realtà virtuale: s'intende che la realtà non-virtuale sarà un po' più dura.
Specie sopravvivere con ustioni nucleari e in ambiente saturo di uranio impoverito, non sarà un gioco da ragazzi.
Ma ormai sarà tardi per smettere di giocare: vi fucileranno per diserzione.
Tanto più che, nel frattempo, sarete resi diversi «dai film» in progetto: film che vi aiuteranno a «definire il nemico, rafforzare un nuovo simbolo di identità e, soprattutto, generare un nuovo idealtipo di donna: Venere Attiva, o W-Venus. La novità che ci darà la vittoria» (2).
Quella Venere Attiva la conoscete già in qualche incarnazione, ragazzi: è una delle tante tettone in calzoncini con quelle due pistole calibro 45 sui flessuosi fianchi che affollano i vostri manga e videogiochi.

E' la War-Venus, che già infiamma i vostri sogni erotici (virtuali).
Ma probabilmente non ne conoscete il vero nome.
Il vero nome viene da una tradizione antica, che il Pelanda e il suo «think-tank» di riferimento vogliono risuscitare per voi.
E' la dea Kalì.
Kali l'oscura, che danza sui campi della morte, nei terreni impuri delle cremazioni.
Nella iconografia originale (non nei manga) sulle sue tette prosperose danza una collanina fatta di teste mozzate; e non porta calzoncini aderenti, ma un ben più lussurioso gonnellino che nulla nasconde, fatto di braccia strappate.
Può prender anche la forma di Durga, che ha una sciabola sguainata e cavalca una tigre.
Comunque appaia, essa è Pashupati, la «Signora degli esseri legati», legati ai ceppi del desiderio e perciò della morte.
Per gli indù, gli esseri inceppati (pashu) sono gli animali e gli uomini animalizzati, soggetti ai loro istinti.
Siete voi, cari ragazzi post-moderni.
Eh sì, ce n'è voluta per rendervi quel che siete, pashu.

Prima, la società dei consumi e permissiva vi ha ripulito di ogni senso del dovere, del bello, del nobile e della forma, rendendovi adeguatamente informi, molli come gelatina e proni ad ogni messaggio pubblicitario, che vi ha incitato a godere senza limiti e senza conseguenze.
Così, vi ha ripulito di ogni briciola di vera civiltà occidentale, ossia di cristianesimo.
Quello, sapete, produceva guerrieri nobili, il cui onore consisteva nel mettere la forza al servizio del bene e del giusto; cavalieri, soldati capaci di sacrificio per la patria…
Vecchiumi, inutilizzabili nella Next War Society.
Essa ha bisogno di guerrieri nuovi, «asiatici» in ogni fibra, ossia quelli che non fanno prigionieri, che torturano il nemico, che sterminano civili, donne e bambini, senza pietà né vergogna.
I marines americani sono già in quel nuovo mondo, imparate.
W-Venus, alias Kalì, è la vostra nuova istitutrice: ve l'ha assegnata il «think tank».
Vi insegnerà a combattere, ma non più per la patria: la sua promessa è di farvi vedere quello che ha sotto i calzoncini: ma, s'intende, nell'aldilà virtuale il cui dio è Shiva.
Perché è lo shivaismo della mano sinistra la religione che è stata scelta per voi, perché ritenuta la più adatta a «bellicizzarvi».
Non crediate che esageri.
Né il sottoscritto, né Pelanda.

Da quel che scrive può apparirvi un pazzo solitario e farneticante: ma già il fatto che il lucido Giuliano Ferrara, anziché chiamare il neurodeliri, lo pubblichi, dovrebbe mettervi sull'avviso.
Io questo Pelanda l'ho conosciuto in anni lontani, quando dirigeva l'ISIG: un misterioso «Istituto di Sociologia Internazionale» che aveva una sede improbabile, a Gorizia: con finanziamenti poco chiari ma cospicui; pareva essere allora un osservatorio sull'Est comunista per conto di qualche CIA.
Ma lo aveva fondato o ispirato Franco Demarchi, un «sacerdote» (della religione cattolica, apparentemente) molto vicino ad Andreatta; insomma lo stesso gruppo umano che aveva fondato l'università di Trento da cui sfornò, secondo programma, i primi brigatisti rossi.
Questo gruppo umano si dedicava infatti a creare nella società «salti di paradigma», preparare la «next society» del momento.
Allora bisognava imporre il permissivismo («rivoluzione culturale», ossia dei costumi); oggi, si tratta di diffondere il ri-bellicismo.
Carlo Pelanda, che si vantava di essere mezzo ebreo forse senza esserlo (può aiutare in certe carriere), insegnava per una metà buona dell'anno negli Stati Uniti.

Sicchè, anche senza aver identificato con precisione il «think-tank» da cui si abbevera, si può azzardare che l'indirizzo non sia lontano dall'American Enterprise (di Wolfowitz, Perle e Leeden); o ancor meno lontano dal PNAC, Project for a new american century (di Wolfowitz, Perle e Leeden), quel pensatoio strategico che, nel 2000, invocò per ri-bellicizzare gli americani, rammolliti dalla pace seguita al crollo dell'URSS, «un evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbor» (3).
Quel documento era firmato da Dick Cheney, Perle, Wolfowitz, Dov Zakheim il rabbino: tutta gente che era al governo USA quando la «nuova Pearl Harbor» tanto desiderata ebbe luogo, l'11 settembre 2001.
Insomma Pelanda non inventa niente.
I suoi non sono deliri privati e solitari.
E le sue previsioni demenziali sono «scenari» elaborati nei circoli che hanno già attuato gli scenari che conosciamo: l'attentato «islamico» alle Twin Towers, come giustificazione o pretesto delle successive aggressioni all'Afghanistan e all'Iraq.
Stiamo parlando del circolo, attualmente al potere in USA, degli allievi di Leo Strauss.

Il filosofo nazista e talmudico, ammiratore di Nietzsche e insieme di Maimonide, di Carl Schmitt e della Cabbala, che predicava la «nobile menzogna» in politica e «la guerra perpetua» (frase ripresa alla lettera da Bush) come sola igiene per un'umanità che si sta rammollendo.
Nichilista ed ateo radicale, Strauss lodava in Maimonide la doppiezza che gli consentiva di praticare l'eresia senza allarmare i rabbini; d'altra parte per lui «la questione giudaica» (ciò che a scopo di propaganda viene definito «l'esistenza stessa di Israele», perennemente in pericolo) è la «questione centrale», a cui i destini del resto dell'umanità vanno sacrificati senza scrupoli.
Shadia Drury, la docente canadese massina studiosa di questo filosofo di cui sono stati allievi tutti gli ideologi neocon (da Wolfowitz e Kristol a Kagan, da Eliot Cohen a Lewis Libby), ha ripetuto in un'intervista che Strauss «ritiene che in assenza di una minaccia esterna, bisogna inventarne una. Secondo lui, si deve lottare costantemente. La pace porta alla decadenza. La guerra perpetua e non la pace perpetua è ciò in cui credono gli straussiani».
Come si vede, è precisamente ciò che crede Pelanda.
E che prepara il suo «think-tank» di riferimento.
Per ottenere questo scopo, il guru Strauss insegnava oralmente ai suoi discepoli-adepti, ogni doppiezza è lecita: «se puoi usare la democrazia per volgere le masse contro la loro stessa libertà è un grande trionfo».

In questo senso, anche la religione veniva grandemente lodata: come mezzo, come instrumentum regni di filosofi che governano dietro le quinte (Wolfowitz, Perle, Cheney…) e non credono in alcun dio.
In USA, hanno strumentalizzato il protestantesimo millenarista dei cristiani «rinati», inducendoli a sostenere Israele per accelerare il secondo avvento del Messia.
In Italia, provano con qualche successo a manipolare i catto-tradizionalisti, indotti a sostenere Bush «perché è contro l'aborto», e nessuno in questo senso è più «cristiano» di Ferrara e de Il Foglio.
Ma nel fondo, resta una religione di riserva come supremo «oppio dei popoli», o piuttosto cocaina dei popoli, da eccitare alla guerra perpetua che i «cristiani» devono fare per liberare Israele da tutti i suoi nemici.
La natura di questa religione ce la rivela Pelanda, che ha orecchiato i progetti dei filosofi segreti straussiani: è quella di Shiva e Kalì sua amante paredra, la salvazione da conseguire attraverso la trasgressione di ogni norma (la via della Mano Sinistra), l'anomia totale, la ferocia senza limiti, lo scatenamento delle energie infere senza il controllo della ragione.
A questa religione la sinistra chic e radicale è stata introdotta da anni dalla casa editrice Adelphi (4).

Essa viene insegnata ai no-global e sfatti e disfatti dei centri sociali da «Hakim Bey», alias Lamborn Wilson, pedofilo estremo americano che esalta la setta degli Assassini, l'autolesionismo manicomiale e l'abuso di «funghi sacri» (con una esplicita invocazione al male come fine ultimo, disinteressato) in libri-culto fra l'estrema sinistra «alternativa».
Ora, apprendiamo che questa dovrà essere la religione riutilizzata dalla «destra occidentale» del Likud come la più funzionale a formare la Next War Generation.
Venere Attiva, War-Venus, «nuovo idealtipo» prossimamente su tutti gli schermi (5).
La nostra gioventù è già pronta ad abboccare.
E' lo shivaismo talmudico, il dionisismo a gestione cabbalistica.
Mentre vi forniranno mimetica, armi e munizioni per le imminenti operazioni, cari giovani nostri, magari vi diranno che questa è la via della Mano Sinistra.
Guardate meglio: è la via della Mano Sionista, che ha bisogno di voi come crociati del Nulla.

Note
1) Interessante e agghiacciante parentesi: che c'entra l'Islam con le «emergenze epidemiologiche»? L'Islam nulla. Ma la guerra batteriologica è parte dell'arsenale dei padroni del mondo, in quanto la più efficace per spopolare intere «civiltà» nello scontro di civiltà appena iniziato. Naturalmente, è possibile che qualche «emergenza epidemiologica» trabocchi verso Occidente. E' il bello della Next War Society.
2) Tutte le citazioni, per quanto incredibili, sono testuali. Leggere per credere. Carlo Pelanda, «Il progetto di rieducare i diciottenni di oggi alla possibilità reale della guerra», Il Foglio, 28 giugno 2006.
3) Quel documento, che aveva la forma di un appello al presidente USA, s'intitolava «Rebuilding American Defense» (PNAC, settembre 2000).
4) Maurizio Blondet, «Gli 'Adelphi' della dissoluzione», Ares, Milano. Si trattava di preparare la New Society, già allora.
5) Spero non sfuggirà la cifra anticristica e parodistica di questa donna ispiratrice, contraffazione della Vergine.

FONTE: EFFEDIEFFE

Prossima vittima: Iran o Corea del Nord?

di Ray McGovern

Può sembrare un po' bizzarro, forse persino obsoleto, ma una volta la procedura standard era richiedere le informazioni di intelligence prima di decidere una guerra. Se in questi ultimi mesi non avete dormito, sapete che questo ordine è stato capovolto nel 2002 quando la Casa Bianca ordinò informazioni d'intelligence “aggiustate” per giustificare una decisione precedente di guerra all'Iraq.

Oggi la domanda è se quella sequenza, “prima la decisione di guerra poi le informazioni”, rimane valida mentre i consiglieri del Presidente Bush decidono chi attaccare la prossima volta. Questa non è affatto una domanda frivola. Poiché i consensi del presidente nei sondaggi vanno a fondo e l'imbarazzo per l'Iraq cresce, il vice Presidente Dick Cheney, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld e il consigliere presidenziale Karl Rove stanno tentando senza dubbio di scegliere il modo migliore per dare la possibilità a Bush di spolverare la sua immagine preferita, quella di “presidente di guerra”, con lo scopo di arginare le perdite repubblicane alle elezioni di medio termine, a novembre. Sono rimasti solo due Stati nell'asse del male. Quale sarà, Iran o Corea del Nord?

Servono Provocazioni

All'inizio di quest'anno l'Iran sembrava essere in testa all'elenco. A lungo è stato il secondo obiettivo in lista per i cosiddetti “neo-conservatori” che gestiscono la politica Usa in Medio Oriente. E il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato compiacente, con la sua provocatoria retorica contro Israele; retorica che Bush è stato pronto a sfruttare per assicurare al mondo che gli Stati Uniti scatterebbero in difesa del nostro “alleato” Israele. Perché “alleato” tra virgolette? Semplice: gli Stati Uniti non hanno un trattato di difesa con Israele. Questa è quasi sempre una grande sorpresa per chi mi ascolta. Me lo aspetto, adesso.

In pochi sono a conoscenza che fu avviata una discussione con Israele riguardo ad un trattato del genere dopo la guerra del 1967. Ma per un trattato sarebbero stati richiesti confini nazionali chiaramente definiti, e Israele non ne avrebbe potuto farne parte. Ne risulta che il governo israeliano era nel giusto quando concluse che avrebbe avuto la botte piena e la moglie ubriaca. Chi ha bisogno di un trattato quando il presidente degli Stati Uniti continua a riferirsi all'impegno di alzarsi a tua difesa? Iran, attento: il Presidente Bush crede, o farebbe credere agli Statunitensi che il Gulliver a stelle strisce è strettamente legato ad Israele e alle sue politiche – inclusa la sua dichiarazione che un'arma nucleare iraniana, o persino le conoscenze tecniche iraniane riguardo alla sua costruzione, sono “inaccettabili”.

La “provocazione” della Corea del Nord va oltre la retorica, perché Pyongyang si prepara a infrangere la moratoria osservata dal 1998, testando il suo missile balistico a lunga gittata. Si stima che la Corea del Nord abbia plutonio sufficiente per una manciata di testate nucleari, che potrebbero essere montate sui missili Taepodong. Alcuni dicono che un Taepodong potrebbe essere in grado di raggiungere l'Alaska, le Hawaii o anche la costa occidentale [degli Stati Uniti, NdT].

Bene, che solo ci provino. E' esattamente contro questa minaccia che il Pentagono ha investito 43 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, mentre undici caccia intercettori con base sulla terra ferma ora sono di stanza in Alaska e California. Fatevi sotto.

Oops. Non funzionano? Chi lo dice? L'ufficio contabile del governo, citando “le procedure di controllo della qualità”, che non sono state abbastanza rigorose. L'ufficio contabile ha persino preso in considerazione di rispedire indietro alla Boeing i primi nove intercettori per “smontarli e ricostruirli”. Secondo l'ufficio contabile, il Pentagono deve ancora provare che l'intero sistema funzioni.

L'ex Segretario alla Difesa ha un consiglio:

Perché non lanciare semplicemente da un sottomarino un missile cruise ad alto potenziale per distruggere il Taepodong sulla piattaforma di lancio, si chiedono William Perry e l'ex Assistente del Segretario alla Difesa Ashton Carter in un editoriale sul Washington Post di ieri? I due meritano di essere ascoltati, avendo lavorato sodo, con qualche successo, sotto il Presidente Bill Clinton per prevenire che le cose arrivassero a questo punto morto.

Comprensibilmente, c'è una petulante vocina – ve l'avevamo detto, noi – nel loro lamentarsi che la “diplomazia creativa” avrebbe potuto evitare di dover scegliere tra “continuare l'inattività” e un atto di guerra.

Tuttavia la loro interessante raccomandazione mostra che il testosterone non è l'unica cosa a muovere i Repubblicani. E il Giorno 2? Perry e Carter offrono semplicemente questo: “Dovremmo aspramente ammonire la Corea del Nord contro una ulteriore escalation”. Giusto. Questo dovrebbe risolvere il problema. Nessuna meraviglia se i Coreani del Sud, i Giapponesi, i Cinesi e i Russi abbiano espresso grande preoccupazione per il possibile test missilistico e le rappresaglia cui porterebbe. L'amministrazione si è mossa in fretta per dissipare tutte le preoccupazioni. L'Assistente Segretario alla Difesa Peter Rodman ha detto ieri al Congresso che “un attacco preventivo è un po' più drammatico di quello che mi aspetterei accadesse”.

Qualcun altro è impazzito? Fino ad ora, le persone serie non hanno parlato di opzione militare contro il programma strategico della Corea del Nord, perché non c'è. I Nord Coreani non hanno più colpi di artiglieria a testata chimica con i quali potrebbero saturare Seul?

Che genere di minaccia rappresenta il test di lancio del missile Taepodong per gli Stati Uniti? Sul serio. Nel bizzarro passato, la Casa Bianca avrebbe ordinato ai servizi segreti di fare una seria stima di questo genere di problemi. Per la maggior parte del tempo, l'ex direttore della CIA George Tenet si è ben guardato, per paura, di incrociare le armi con Rumsfeld. Per anni, Tenet ha evitato di commissionare una valutazione delle informazioni di intelligence [National Intelligence Estimate, NdT] riguardo allo stato delle infrastrutture per la produzione nucleare in Corea del Nord, in quanto era argomento di grande controversia con il Pentagono.

Spazio all'intelligence?

Dopo la debacle in Iraq, lo scompiglio in cui si trova la comunità dei servizi segreti stessa, e la preminenza in crescita costante del Pentagono, è – triste a dirsi – illusorio aspettarsi più di tanto da una ponderata, oggettiva analisi da parte della CIA e delle sue agenzie sorelle. Quale minaccia rappresentano l'Iran o la Corea del Nord per gli Stati Uniti? Ci sono ancora analisti che abbiano il coraggio di dire “virtualmente zero”? No, se la combriccola Cheney-Rumsfield continua a dominare.

Anche più importante, sotto i presidenti precedenti la pratica standard era che la Casa Bianca, prima di lanciarsi in atti di guerra, ordinasse ai servizi segreti di preparare un stima ufficiale riguardo a ciò che verosimilmente sarebbe accaduto nel mondo la mattina seguente. Durante la guerra in Vietnam abbiamo prodotto diverse di queste National Intelligence Estimates (NIEs) con titoli come “Attesa Reazione Comunista alla Campagna di Bombardamenti USA Contro il Vietnam del Nord”. Erano preparate con il massimo della serietà e presentate senza paura o favore.

I generali dell'aereonautica, affascinati dalla potenza aerea, e gli alti ufficiali sotto il loro incantesimo erano estremamente contrariati nei nostri confronti quando insistevamo, per esempio, che bombardare il Nord non avrebbero fatto cedere Hanoi. C'erano aspre controversie, ma dichiaravamo che quello era il modo in cui la vedevamo, e per i nostri sforzi spesso ci prendevamo gli schiaffi della Casa Bianca. Vero, c'erano occasioni in cui i direttori della CIA, come George Tenet, l'ultimo in ordine di tempo, “scambiavano integrità per accesso” (come l'ex ispettore agli armamenti della CIA David Kay descrive la sindrome) ma quelle erano eccezioni alla regola.

E' verosimile che le informazioni sull'Iran e la Corea del Nord saranno “aggiustate” intorno alla politica della Casa Bianca come è accaduto per l'Iraq? Impossibile da dire.

Spazio ai Giochi di Guerra?

Dove andare, allora, per trovare analisi e giudizi sensati sulla praticabilità delle opzioni di un attacco armato diretto con l'Iran e la Corea del Nord. Credereste all'Atlantic Monthly? Ci troverete resoconti dettagliati di giochi di guerra con professionisti di grande esperienza, orchestrati dal colonnello dell'Aereonautica Militare in pensione Sam Gardiner, professore emerito presso l'Università della Difesa Nazionale e guru dei giochi di guerra.

Il numero di gennaio 2004 riporta un possibile attacco americano all'Iran e l'edizione di luglio/agosto 2005 riporta un esercitazione simile riguardo la Corea del Nord. Ho avuto il privilegio di prendere parte ad una contro la Corea del Nord. I partecipanti andavano dagli ideologi di destra come Ken “è una passeggiata” Adelman a centristi di professione come David Kay, fino a Jessica Mathews, Presidente della Fondazione Carnegie, che ha lavorato per le amministrazioni Carter e Clinton. Su cosa erano tutti d'accordo? Non c'è un'opzione militare praticabile diretta né con l'Iran né con la Corea del Nord.

Alla fine del gioco di guerra contro la Corea del Nord, ho espresso il mio stupore per il rifiuto dell'amministrazione Bush di ricorrere alle misure diplomatiche a sua disposizione – come quelle impiegate da Perry a Carter. Perché non discutere direttamente con i Nord Coreani? Questo e suggerimenti simili da parte dell'ex ambasciatore Robert Gallucci e Jessica Matthews sono stati respinti come “pacificazione a prezzo di concessioni” dal generale dell'Aereonautica in congedo Thomas McInerney che, prima dell'attacco all'Iraq, ha infiorettato la pagina dei commenti del Wall Street Journal con un panegirico dell'operazione “Colpisci e Terrorizza”.

La mia miglior supposizione è che i McIrnerney e gli Adelman, insieme a Cheney, Rumsfield e Rove continueranno ad essere ascoltati da un altrimenti sbadato presidente. E Rove può finire per essere l'attore principale in tutto questo, che si scelga l'Iran o la Corea del Nord come obiettivi degli Stati Uniti. Perché l'artificiosa urgenza appiccicata a queste minacce è una creatura delle elezioni di novembre. Il presidente vorrà mettere in spolvero ancora una volta la sua immagine di “presidente di guerra”, e i vari generali McInerney e Adelman di questo mondo verosimilmente asseconderanno ancora una volta la combriccola Cheney-Rumsfield e persuaderanno il presidente della necessità di un sorpresa per settembre o ottobre. Tenetevi forte.

Ray McGovern lavora con Tell the World, il braccio editoriale della Chiesa ecumenica del Salvatore, a Washington, DC. E' stato analista della CIA per 27 anni ed è ora impegnato nel Gruppo Guida dei Professionisti Veterani dei Servizi Segreti per il Buon Senso (VIPS)

Fonte: http://www.truthout.org
Link: http://www.truthout.org/docs_2006/062206R.shtml
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAUSANIA

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

28 giugno 2006

Lotteria di fusioni in soli 5 giorni

Nel giro di soli due giorni sono state compiute manovre di fusione e acquisizione per un ammontare di 100 miliardi di dollari, solo in Europa, che sta dunque assistendo ad una trasformazione del suo mercato che non ha eguali. I titani, gli oligopolisti dei mercati delle materie prime, della finanza e dell'energia si stanno inglobando in un unico gigante, cancellando il concetto convenzionale di impresa: non più nazionale o transnazionale, ma globale e intercontinentale.
La tanto agognata liberalizzazione dei mercati con il crollo delle barriere alla circolazione di capitali e dei servizi, sta sortendo gli effetti sperati, ed è ormai assodato che un nuovo sistema economico si sta venendo a creare, perché il processo di consolidamento è solo agli inizi e la moda della fusione-acquisizione ( cd. merger and acquisition ) non finirà tanto presto.
Esso affonda le sue radici già nel concetto di privatizzazione e successivamente di globalizzazione, ora assume sfumature ben più accentuate perché presto l'impresa perderà anche la natura aziendalista, per divenire uno Stato all'interno degli Stati sul modello della Gazprom. Materie prime, assicurazione, industria alimentare e farmaceutica si stanno concentrando nelle mani di poche imprese, anzi pochissime, e non a caso cioò avviene propio nella congiuntura del crollo del mercato speculativo, e della fusione delle borse in un unico mercato globale.
Il Mittal, colosso siderurgico indiano, è riuscito nella scalata dell'Ancelor,divenendo monopolista indiscusso del mercato dell'acciaio, così come il gruppo minerario statunitense Phelps Dodge ha lanciato un'offerta di acquista sulla Falconbridge e Inco canadesi. Nella stessa giornata Johnson&Johnson ha proposto l'acquisto della Pfizer, prima industria farmaceutica nei farmaci al bancone, liberalizzati e posti sul mercato, e avrà così la possibilità di divenire il numero uno del settore della cura della persona. Nel mercato delle telecomunicazioni si sta preparando ora la fusione tra Nokia e Siemens, considerando che già la fusione Lucent-Alcatel ha dato ottimi frutti, come una piattaforma telematica che raggrupperà su un unico sistema internet, GPrS, telefonia mobile e fissa, gestibile da un solo palmare.
Ma è l'industria automobilistica che sforna la più grande multinazionale, la DaimlerChrysler che detiene il primato assoluto nel settore, prima della Toyota.

Spostandoci sul mercato italiano, è stata ieri annunciata la fusione Toro-Assicurazioni e Generali, portando così alla creazione di uno dei primi colossi europei di matrice italiana. Non bisogna a tal proposito dimenticare che l'Italia è ormai terra di conquista: nel nostro Paese si sono compiute più di 200 operazioni che vedono un'ingerenza dei capitali stranieri per più di 15 miliardi di euro . Prima su tutte sono le acquisizioni bancarie della Abn Amro su Antonveneta, e di Bnp Paribas su Bnl, per non parlare poi della vendita della Galbani al gruppo francese Lactalis. Le operazioni in atto sono assai più importanti se si pensa all'Affare Autostrade-Abertis e Enel-Suez, mentre la successione della dirigenza della Fiat al giovane Alkann, porteranno la vecchia azienda di Stato in mano ad una famiglia estremamente potente che frequenta le corti dei grandi Banchieri. Per Eni e Finmeccanica e Rai occorrerà ancora aspettare, e l'esistenza della partecipazione statale è l'unico ostacolo: la deregolamentazione faciliterà tutto. Detto questo davvero non abbiamo più nulla da vendere, e molto probabilmente, finite le imprese si passerà all'acqua e all'aria, allo spazio marittimo e alla potestà infrastrutturale.

Il mercato sta dunque divenendo davvero unico e globale, in un'organizzazione per aree geopolitiche, in cui la concorrenza sarà un vecchio fantasma e la libera circolazione dei capitali sarà smaterializzata, al punto che la moneta sarà esclusivamente elettronica. Il controllo da parte dello Stato sarà impossibile, in quanto leggi e decreti sono redatti dagli stessi consulenti delle imprese appaltatrici o concessionarie dei servizi pubblici, e questa sete di indipendenza non sarà certo colmata dall'istituzione di Autority di tre soli componenti.
Quelle in atto sono operazioni ad altissimo livello, di grande calibro e importanza, sono parte di un quadro di insieme predisposto per dare un nuovo ordine mondiale, che però sarà governato dal caos e dal sabotaggio. Le imprese intercontinentali diverranno gli Stati, con la conseguente perdita di ogni riferimento nazionale o etnico, le piccole imprese saranno distrutte, messe in ginocchio dalla crisi energetica e inflattiva. Incidenti, blackout, intralci burocratici, indebitamento al consumo, porteranno smarrimento e confusione. Il terrorismo continuerà ad essere globale, ma sarà ovunque. Le popolazioni saranno stremate dalle difficoltà economiche, dalle riforme sulla sanità e sul lavoro, dagli improvvisi cambiamenti climatici, e dai virus pandemici, utilizzati come una vera e propria arma biologica. Andranno a sabotare i nostri sistemi informatici con letali scariche elettromagnetiche, fino poi a renderli schiavi e dipendenti dalle reti globali che le lobbies costruiranno e controlleranno. E l'Energia? Su di essa possiamo dire che i grandi Stati sono già in possesso di tecnologie in grado di produrre energia infinita, ma non ne riveleranno mai il segreto. Il sabotaggio metterà in ginocchio i paesi più deboli, e piegherà quelli più forti, mentre renderà eroe globale o nazionale, coloro che si autoproclamerà l'alternativa da scegliere.

FONTE: ETLEBORO

La bancarotta del «meno Stato» (in USA e Italia)

di Maurizio Blondet

Mai avrei immaginato di leggere su un grande giornale americano una critica del concetto stesso di «privatizzazione».
Invece ciò è avvenuto: sul New York Times, l’editorialista Frank Rich espone in un puntiglioso, furente articolo tutti i fallimenti dell’ideologia iper-liberista che ha voluto trascinare a forza il «mercato» nello «Stato».
Se questo avviene, vuol dire che la bancarotta dell’ideologia privatista è ormai irreversibile. Bancarotta soprattutto morale.
Che cosa dice il New York Times?
Proverò a sunteggiare, invitando il lettore a leggere gli scandalosi casi americani con la mente all’Italia.
Frank Rich mette sotto accusa il concetto di «competitive sourcing».
Ossia quella concezione dello Stato voluta da Bush, Cheney e dai liberisti conservatori, secondo cui l’ «efficienza» consiste nell’appaltare le funzioni pubbliche a ditte private, messe in concorrenza con concorsi d’appalto competitivi.
Uno Stato sempre più «piccolo» che non ha più apparati propri, non fa nulla in proprio, riducendosi ad agente pagatore dei servizi che un tempo erano pubblici.

L’illusione ideologica è che «il mercato» e «il privato» siano sempre più efficienti e competitivi della mano pubblica.
L’obbiettivo di Bush, come ha detto lui stesso, era di fornire ai cittadini «servizi di alta qualità al costo più basso possibile».
I risultati sono esattamente il contrario: «servizi di bassa qualità ad alti costi», scrive Rich.
E l’emersione di «un settore pubblico-ombra di compagnie private piene di incompetenza e di corruzione».
Il fatto è che la messa all’asta di servizi pubblici, ancorchè per concorso competitivo, non ha nulla in comune col «libero mercato».
Ne è al più una goffa contraffazione.
Il vantaggio competitivo delle aziende che vincono gli appalti non è quello stesso che assicura la vittoria nell’aria aperta del mercato libero; è qualcosa di molto diverso e più sporco.
Un esempio: dal 2000 al 2005, i contratti pubblici che si è aggiudicata la Halliburton sono cresciuti del 600 %, e il perché è ovvio.
La Halliburton è l’azienda di cui è stato presidente Dick Cheney (che continua ad percepirne gli stipendi): è questo il suo «vantaggio competitivo».

Un altro esempio.
John Ashcroft, si ricorderà, è stato ministro della Giustizia nel primo quadriennio di Bush, supercristiano «rinato», moralista di ferro, intransigente lottatore contro il «terrorismo globale».
Appena lasciata la carica pubblica, Ashcroft ha messo su un ufficio di lobbysta, «vendendo» i suoi agganci politici alle aziende vogliose di appalti pubblici da privatizzare.
Risultato: la città di Saint Louis - che è la città natale di Ashcroft ha ricevuto dal Dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security) un aumento del 30 % dei fondi per la sorveglianza «contro il terrorismo», mentre New York e Washington, le due città effettivamente colpite dall’11 settembre, le più esposte ad attacchi (ammesso si creda che i terroristi siano islamici), hanno visto ridurre i propri fondi del 40 %.
A vincere gli appalti non sono le ditte più efficienti, ma le più ammanicate: proprio quelle ditte che probabilmente perderebbero posizioni sul mercato, e perciò cercano la protezione della mano pubblica.
Avviene in Italia, persino alla Regione Lombardia di Formigoni, dove solo l’iscrizione delle aziende alla Compagnia delle Opere «qualifica» per ottenere appalti.
Avviene a livello centrale, per il solo fatto che la «democrazia» in fase terminale risponde alle lobby più che ai cittadini, specie dal momento che alti funzionari pubblici vanno e vengono liberamente dal «privato» (pensate a Monti, Draghi, Prodi; fate voi altri nomi).

Ma anche ammettendo che le gare pubbliche d’appalto fossero totalmente trasparenti e oneste (cosa impossibile nella democrazia terminale degli affari), il momento della «concorrenza» trionferebbe per un solo istante.
Poi, una volta vinta la gara, la competizione non c’è più.
L’azienda vincitrice, da quel momento, agisce come un monopolio.
Non deve più temere alcuna concorrenza.
E siccome ciò che ha vinto è una cifra fissa per fornire certi servizi o opere, il suo incentivo al profitto la spinge, in qualche modo la costringe, a fare la cresta più grossa che può sul denaro dato. Così trae il suo profitto: dal risparmio all’osso sui costi per la fornitura di opere e servizi, insomma abbassandone la qualità.
L’incentivo privatistico funziona al contrario, appunto fornendo i servizi peggiori al costo più alto.
Così, in USA, migliaia di profughi dell’uragano Katrina continuano ad abitare in roulottes fornite dal settore privato, in attesa di essere affogati di nuovo dall’ormai imminente stagione degli uragani del Golfo del Messico.
Così in Italia Ferrovie, Poste e Telecom «privatizzate» funzionano come i peggiori monopoli possibili, perché devono rendere agli azionisti.
Inutile mettere a loro capo dei bocconiani con tanto di Master in Business Administration: i monopoli agiscono secondo la logica di monopoli.

I liberisti alla Einaudi sapevano ben distinguere i monopoli «naturali» che non bisogna affidare ai privati: questa ovvia intelligenza s’è oscurata nei nostri «privatizzatori» senza testa, scimmiottatori di ideologie che non capiscono a fondo.
In questo caso, parlo di Berlusconi e dei suoi boys delle «grandi opere».
Ma certo il Nobel della stupidità spetta a Donald Rumsfeld.
Questo storico cretino ha appaltato per concorso-appalto il più inevitabile dei monopoli naturali: la guerra, convinto di aumentarne «l’efficienza».
Così in Iraq, soldati di Stato che vanno incontro alla morte per 17 mila dollari l’anno sono ogni giorno affiancati da mercenari forniti da ditte private, come la Kellogg Brown & Roots (filiale Halliburton), che guadagnano 12-15 mila dollari al mese: splendido incentivo al morale della truppa e alla disciplina bellica.
La guerra privatizzata si rivela insieme disastrosa e costosissima.
Forse, la sua stessa enorme durata dipende dall’«incentivo» dei fornitori privati di servizi bellici a farla durare quanto più possono.
Ultra-privatizzata anche la cosiddetta ricostruzione dell’Iraq: la causa stessa, secondo Rich, dell’invelenimento della popolazione occupata contro gli americani, dell’odio degli iracheni per questi violenti che sono allo stesso tempo incapaci di fornire energia elettrica, acqua pulita e ospedali efficienti - che erano un dato assicurato sotto lo statalizzatore Saddam.

La ditta che ha vinto il più degli appalti dopo l’Halliburton, la Parson Corporation, doveva riattare 150 ospedali iracheni; ne ha riadattato venti.
Doveva costruire muri di cinta in 17 fortilizi che, secondo Rumsfeld, avrebbero bloccato l’infiltrazione di «terroristi dall’Iran».
Nemmeno una di queste muraglie è stata elevata.
Spesi già due milioni di dollari su quattro per ridare l’elettricità alla gente, la maggior parte degli iracheni riceve energia elettrica per un’ora al giorno, spesso per un’ora ogni quattro giorni.
Bambini, malati e feriti muoiono negli ospedali senz’aria condizionata, nel proibitivo clima iracheno.
Privati di lusso fanno miliardi fornendo (hanno vinto l’appalto) giubbotti corazzati ai soldati USA: i marines li hanno rifiutati perché facilmente perforabili.
Il corpo del Genio ha obbligato la Parson ad abbandonare la costruzione di nuovi carceri (appalto da 100 milioni di dollari) visto che la ditta è in ritardo di due anni per la consegna.
Nel complesso, almeno 30 miliardi di dollari (40 mila miliardi di vecchie lire) di soldi dei contribuenti sono stati ingoiati in queste inefficienze e malversazioni del «privato» goloso di appalti.
E naturalmente i responsabili privati del disastro pubblico non vanno in galera, perché hanno buoni amici nel governo.

C’è da chiedersi se l’alternativa - la giudiziarizzazione della vita, il tintinnare permanente delle manette e le intercettazioni continue su ogni atto privato per il solo fatto di essere in rapporto col pubblico - sia davvero appetibile.
Eterogenesi tragicomica dei fini, la privatizzazione per «concorso d’appalto competitivo» amplia enormemente il controllo pubblico sul «mercato» presunto.
Gli americani che pensano, almeno, stanno cominciando a capire che il «mercato» e le «iniezioni di privato» non possono sostituire il senso dello Stato.
Che le privatizzazioni hanno profondamente demoralizzato, ossia privato di moralità, il settore pubblico, trascinando nel fango (ma la parola deve essere più forte) la legittimità e la dignità dello Stato: ormai trasformato in un’accolita di cricche intese a saccheggiare i fondi pubblici per profitti privati, anche a costo di vite umane - irachene ed americane alla pari.
Ma proprio per questo, la resipiscenza non ci rallegra.
La bancarotta della privatizzazione applicata al settore pubblico, che presto diventerà una cultura nuova negli Stati Uniti e implicherà una certa misura di ritorno all’antico, «meno mercato e più Stato» (Frank Rich rievoca il New Deal di Roosevelt, che fu un grandioso tentativo di nazionalizzazioni e lavori pubblici contro i disastri della crisi privatista del ‘29), da noi avrà un solo effetto probabile: fornire alibi agli statalizzatori ideologici attardati, paleo-comunisti e burocrati.

Da noi, il senso dello Stato negli statali è stato sempre debole, infinitamente più debole che in USA e in Gran Bretagna; l’orgoglio e la competenza nella gestione di monopoli naturali, sempre vacillante.
Per troppi, lavorare nello Stato non significa un alto impegno morale (che viene ritenuto «fascista») a servire la cittadinanza nel modo migliore possibile.
Si tratta di servirsi, invece, riempiendosi il piatto: negli ultimi 5 anni, le paghe degli statali sono aumentate del 30 %, mentre quelle dei dipendenti privati del 15 %; è questo l’andazzo dominante. Negli anni delle cosiddette privatizzazioni, i grand commis pubblici hanno lucrato e approfittato dell’ideologia privatizzatoria; ora lucreranno nel nuovo clima ideologico statalista.
Già sacralizzano - vedi Ciampi, Scalfaro, Napolitano - i loro privilegi indebiti, di casta sicura e inamovibile, e proteggono la loro inefficienza truffaldina con la maestà della legge.
E guardano con ostilità non celata alla domanda che viene dal settore privato vero, ossia dai cittadini che vogliono semplicemente vivere e migliorare senza sconti, ma anche senza troppi legami inutili.
Una gragnuola di regolamentazioni - puntigliose, minuziose e ostili - sta per cadere addosso a questo settore, che è la sola vera risorsa, e che già ne subisce troppe, mai smantellate nell’era ideologica precedente (2).
La soffocherà.
Soffocherà la libertà: l’esercizio della volontà, che è la libertà privata, viene sempre più messa sotto controllo, anzitutto giudiziario e intercettatorio.
Si salvi chi può.

Note
1) Frank Rich, «A shadow government rife with corruption», New York Times, 26 giugno 2006.
2) A questo proposito, consiglio la lettura del blog www.limprenditore.blogspot.com. Un’azienda privata non riesce ad ottenere dal settore pubblico l’autorizzazione per asfaltare una rampa, che è suo proprio terreno, dove deve far passare i TIR. Alcune leggi fiscali più dure del passato diventano retroattive grazie al governo di sinistra (sicurezza del diritto). Le strane banche italiane (la loro liberalizzazione non è mai avvenuta) si comprano l’un l’altra crediti inesigibili, evidentemente per nascondere i profitti enormi sotto perdite fittizie. Un imprenditore riceve oggi il rimborso di un suo credito che giaceva…dal 1992. E’ solo qualche esempio. Lettura altamente istruttiva.

FONTE: EFFEDIEFFE

Mosca e Pechino: due colpi magistrali

di Maurizio Blondet

«Gazprom è pronta a sostenere tecnicamente e finanziariamente la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan-India»: così parlò Vladimir Putin (1).
«Pechino addestrerà 30 mila soldati del nuovo esercito afghano in Cina»: così il ministro della difesa afghano Zahir Azimi in una conferenza-stampa a Kabul (2).
I due annunci hanno parecchio in comune: entrambi si riferiscono ad accordi presi al vertice dello SCO (Shanghai Cooperation Organization) l’associazione centro-asiatica che sotto l’egida di Mosca e di Pechino si sta velocemente trasformando in una solida alleanza politico-militare, oltre che in uno spazio di cooperazione economica, ed entrambi sono un duro colpo alle trame strategiche della Casa Bianca eterodiretta dal Likud in Asia.
Il primo annuncio è addirittura clamoroso.
Mosca e Teheran sono i due più grandi produttori di gas del mondo: uniti, possono fare i prezzi come vogliono.
E la loro unione è consacrata dall’assistenza russa al gasdotto (che l’Iran chiedeva dal ‘96) che sarà in sé un’opera colossale: lungo 2775 chilometri e con un costo di 7 miliardi di dollari, comincerà nel 2010 a inoltrare ad India e Pakistan 35 miliardi di metri cubi l’anno, che saliranno a 70 miliardi nel 2015.
I vantaggi maggiori sono per l’India, che con la fornitura di gas iraniano a buon mercato potrà risparmiare 300 milioni di dollari l’anno in spese di trasporto energetico.

Ma è ragguardevole anche il vantaggio del Pakistan, che solo per i diritti di transito guadagnerà 500-600 milioni di dollari annui, e godrà di una fornitura stabile e sicura.
Il colpo magistrale di Gazprom (ossia di Putin) è nei numerosi benefici effetti politici del gasdotto per tutta l’area.
Anzitutto, esso stabilizza e pacifica, attorno al comune interesse per un manufatto strategico, le relazioni storicamente cattive fra India e Pakistan: di fronte agli scetticismi indiani, il pakistano Musharraf ha assicurato che garantirà la sicurezza della tubatura e ha detto che la vuole cominciare già l’anno prossimo.
Inoltre l’Iran, che USA e Israele vorrebbero ridurre alla condizione di Stato-paria, isolato e sotto embargo, viene ora legato ai grandi vicini interessati alla sua sopravvivenza.
Questo interesse non può che crescere col tempo.
Le riserve di gas naturale dell’Iran sono valutate a 28 mila miliardi di metri cubi, e la produzione cresce del 10% annuo.
Oggi la quasi totalità della produzione (100 miliardi di metri cubi) viene destinata al consumo interno, oppure iniettata nei pozzi petroliferi per mantenerne la pressione di sfruttamento.
Dal 2010, il gas iraniano avrà vasti sbocchi esterni, tanto più che il progettato gasdotto verrà probabilmente esteso fino alla Yunnan, per rifornire anche la Cina.

In questa veste, l’Iran diventa sulla carta il maggior concorrente della Russia, la prima produttrice mondiale di gas naturale.
Ma la generosità di Putin è in realtà ben calcolata.
Anzitutto, Mosca sta diventando in cambio un’affidabile sponda alternativa per molti Paesi (come il Pakistan e l’India) che stanno con gli americani solo per forza maggiore.
E da un lato, Ahmadinejad ha proposto a Gazprom di decidere insieme i prezzi e i flussi.
Dall’altro, con questo accordo Gazprom di fatto unifica i gasdotti russi con quelli iraniani, e parteciperà alla gestione di quasi tutta la rete di pipelines asiatiche.
Il gasdotto turkmeno-iraniano, già esistente, verrà collegato al grande condotto in progetto, formando di fatto un immenso mercato unico del gas che unirà Turkmenia e Iran, Cina e India e Pakistan.
In questo modo l’alleanza del gas fra Mosca e Teheran controlla il 43% delle riserve mondiali. Come ha detto Putin a Shanghai, non sarà un cartello: «l’OPEC è un cartello, questa è una impresa comune».
Ma basta pensare che Putin ha da poco stretto patti bilaterali con grandi produttori di gas (Algeria e Libia) ed è facile intuire che s’è formato un blocco di produttori di tutto rispetto.

Infine, la «generosità» di Putin ha aperto uno sbocco all’Iran decisamente verso Oriente; il che diminuisce un poco i progetti europeidi di «alleggerire» la propria dipendenza energetica di Mosca.
E’ la chiara, concreta risposta di Putin alle rudi sgarberie della Casa Bianca e alle lezioncine altezzose dei maggiordomi europei degli USA (Barroso, Solana).
Cattivi rapporti con Mosca diventano sempre meno nell’interesse dell’UE, e sarebbe ora che l’Europa prendesse le distanze dall’aggressivo unilateralismo americano.
E tutto ciò alla vigilia del G8, che Vladimir ospiterà a San Pietroburgo.
Non stupisce che il cosiddetto «Occidente» sbavi di rabbia e mediti un qualche altro sgarbo o contrattacco clamoroso verso il nuovo zar.
«La Russia non ha le carte in regola democratiche per diventare membro del gruppo degli otto, e la sua guida del club delle nazioni ricche distrugge la credibilità del G8», ha sancito il Foreign Policy Center di Londra: che è una fondazione britannica autodefinita «indipendente»: tanto indipendente che il suo patrono è Tony Blair e il suo direttore si chiama Hugh Barnes, ebreo (3).
Ma c’è un rischio: che questo «Occidente» dei Rotschild non si contenti di parole, e passi ai fatti. Non a caso «Al-Qaeda in Iraq» ha deciso di sgozzare i quattro dipendenti dell’ambasciata russa a Baghdad che aveva sequestrato pochi giorni prima.
Il che pare dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che il vero nome della formazione terrorista deve suonare come «Al-Mossad in Iraq» (4).

Note
1) Igor Tomberg, «La Russie et l’Iran jettent les bases d’une nouvelle donne énergétique mondiale», Reseau Voltaire, 23 giugno 2006. Tomberg è membro dell’Accademia delle scienze della Federazione russa, capo del centro studi energetico.
2) Ahmad Khalid Mowahid, «China to train afghan soldier on logistics», Pajhwok Afghan News, 24 giugno 2006. Inutile dire che l’addestramento di ben 30 mila uomini dell’Afghanistan in Cina, per la durata di quattro anni, prelude a solidissime relazioni militari fra i due Paesi, che hanno già firmato a Shanghai un patto di non-aggressione, a scapito della dipendenza del «nuovo» Afghanistan dagli USA. Gli americani vedono emigrare verso Pechino il loro satellite Karzai, che proteggono con le loro truppe (e le nostre).
3) Adrian Croft, «Russia falls short of G8 standards», Reuters, 25 giugno 2006. «Russian President Vladimir Putin’s record is no longer in doubt, the report’s author, Hugh Barnes, told Reuters». Si noti: anche Gorbaciov ha avvertito gli occidentali (di Rotschild) a «non immischiarsi nelle faccende interne della Russia… potrebbe essere controproducente» (Sunday Times, 26 giugno).
4) Salvo errori od omissioni, non pare risultare che «Al Qaeda in Iraq», sia quando la guidava Al-Zarkawi, sia oggi col nuovo cosiddetto capo, abbia mai ammazzato un solo soldato USA in Iraq. Si è dedicata alle stragi di sciiti, e ai rapimenti di giornalisti e diplomatici scomodi per il Pentagono.

FONTE: EFFEDIEFFE

27 giugno 2006

Isteria armata di atomica

di Maurizio Blondet

«Se necessario, noi [israeliani] faremo tutto il necessario per assicurare la nostra sopravvivenza, compreso un attacco nucleare preventivo» contro l’Iran.
Così un tizio chiamato Jonathan Ariel, un operativo del Mossad, in un’analisi piena di minacce non solo per Teheran, ma anche per la Russia e l’Europa (1).
Vale la pena di citarne i passi salienti, per coglierne il tono follemente isterico.
«Nel 1936, quando Hitler marciò nel Rhineldand, gli alleati non reagirono, benchè allora avrebbero potuto entrare a Berlino in due settimane. Nel 1938, di nuovo lo lasciarono fare, benchè gli alleati avrebbero potuto entrare a Berlino in due mesi. Poco dopo l’‘appeasement’ di Monaco, la Russia firmò un patto di non-aggressione con Hitler, ponendo le basi di quella che sperava sarebbe stata la disfatta dell’Occidente, e di aprire la via al dominio della Russia in Eurasia, da Lisbona a Vladivostok».
Dopo questa cosiddetta «analisi storica», Ariel continua:
«Ora c’è l’Iran, guidato da Ahmadinejad, un pazzo e malvagio maniaco uguale [ad Hitler]. La sua ideologia è un miscuglio di nazismo e di mahadismo, con in più uno schizzo di maoismo: il cocktail letale composto delle più malefiche ideologie della storia umana. Secondo le stime più accettate, entro il 2008, esattamente 70 anni dopo che Chamberlain tornò da Monaco annunciando di aver ottenuto ‘la pece per il nostro tempo’, il regime islamo-nazista iraniano avrà la bomba atomica. Sembra che la comunità internazionale abbia cominciato a prendere coscienza del pericolo, non è certo, anzi al contrario, che ciò porterà a passi concreti e concertati perché ciò non appaia. Inoltre, anche se l’Occidente riesce ad agire unito, non c’è garanzia che la Russia non esca con una riedizione del patto Ribbentrop-Molotov. Putin sta seriamente meditando di ingannare l’Occidente. Questa settimana sono emerse prove allarmanti che la Russia sta facendo proprio questo».

E a questo punto, Jonathan Ariel cita notizie d’intelligence e immagini satellitari che può avere avuto solo dal Mossad.
Leggiamo infatti il seguito, tenendo presente che dati di intelligence sono mescolati (com’è tipico del Mossad) con vere e proprie menzogne, intese alla pure disinformazione.
«… Immagini satellitari hanno mostrato che grandi volumi di armamento russo vengono inoltrati verso l’Iran. Le armi sono quelle in dotazione alle unità russe che stanno evacuando la Georgia, in base all’accordo russo-georgiano firmato in marzo.
I russi stanno sgomberando le loro due grosse basi del tempo sovietico sulle coste del mar Nero, la 12ma di Batuni e la 62ma di Akhalkalaki, a 19 miglia dal confine turco. Le immagini mostrano che i russi si spostano non per una sola via, ma per due. Nella prima, si vedono solo piccoli gruppi di ufficiali e soldati che portano solo i loro effetti personali. La seconda è ingombra di convogli di automezzi carichi di armi pesanti e sistemi logistici, radar e munizioni. Anche treni-merci vengono usati. Questa rotta esce dalla Georgia e va verso l’Armenia, dove i veicoli si fermano alla base russa di Gyumri. […]
Ma l’Armenia non è il capolinea dell’armamento. Avendo continuato ad osservare attentamente i convogli russi, è emersa una terza rotta: che va dalla base 102 armena all’Iran.

Da Gyumri, gli automezzi pesanti e i treni proseguono per la capitale armena di Erevan.
Lì, vengono scaricati, e il materiale è ricaricato su camion e treni armeni ed iraniani, i quali vengono diretti verso Sud, al confine dell’Iran. I convogli passano il confine e si fermano nella città iraniana di Sadarak. La seconda fermata è la città di Naxcivan, iraniana nell’area etnica azera e da qui a Tabriz. Altre spedizioni continuano a seguire la stessa rotta: veicoli corazzati portatruppe (APC), artiglieria pesante, razzi Grad, missili BM-21 millimetri e sistemi anti-aerei».
Fin qui non è una novità - nonostante l’interessante precisione delle informazioni - perché è noto, come riconosce Ariel, che l’Iran (minacciato dagli USA e da Israele) ha acquistato materiale bellico russo «per oltre 7 miliardi di dollari».
Ma ciò che preoccupa l’agente del Mossad è che fra questo materiale c’è il Tor-M1, «missile da crociera anti-aereo, con capacità nucleare [sic], considerato il più avanzato al mondo nel suo genere. L’Iran ha acquistato questi missili per proteggere il reattore atomico di Bushehr ed altri siti nucleari».
Non basta.
«Le nostre fonti dicono che Teheran usa le armi provenienti dalla Georgia come esca, per indurre Mosca a fornire armi e tecnologie che finora si è astenuta dal passare agli ayatollah. Specificamente, le tecnologie che consentano all’Iran di iniziare la produzione nazionale dei sofisticati missili da crociera nucleari X-5518, noti anche come Kh-55 o AS-15».

Ariel ci assicura che «Teheran già possiede una decina di questi missili comprati sul mercato nero ucraino nel 2005».
Essi hanno un raggio (altamente presuntivo) «di 3 mila chilometri e capace di portare una testata nucleare da 200 kilotoni» (che l’Iran, sia detto chiaro, non ha).
Ma Teheran ne vorrebbe fabbricare di più in proprio, vuole convincere Mosca a cederle la tecnologia, in cambio di buoni affari nelle armi convenzionali.
Dunque, Ariel si scaglia contro «il luogo comune» secondo cui «l’Iran è un problema che deve affrontare la comunità internazionale mentre Israele sta a guardare in secondo piano. Niente è più lontano dal vero: il mondo deve capire - intima la spia del Mossad - che Israele non permetterà un nuovo olocausto [sic] e impedirà a un regime che invoca apertamente la distruzione di Israele di possedere una bomba atomica.
Israele dice chiaramente che la conseguenza… sarà un attacco nucleare preventivo contro l’Iran».
E ancora: «la comprovata perfidia russa rende anche più importante che non ci sia alcun malinteso al riguardo… se Israele si trova nell’alternativa fra una bomba nucleare iraniana e la necessità di lanciare un attacco preventivo che scongiuri questa possibilità, sceglierà il secondo. Il mondo deve ascoltare molto chiaramente: il solo modo di evitare il primo bombardamento atomico dopo Nagasaki è prendere ogni misura sia richiesta per impedire che l’Iran si faccia la bomba».

Chiarissimo messaggio, e chiara radiografia della patologia strategica israeliana.
Basata sul falso presupposto - ad uso della propaganda - che l’Iran sia il nuovo Reich (trascurando il piccolo dettaglio: la Germania del 1939 era la seconda potenza militare industriale del pianeta, l’Iran è una piccola potenza del tutto trascurabile; la Germania aveva una dichiarata politica di espansione, l’Iran non ha mai attaccato nessun Paese vicino, se mai è stato attaccato da Saddam istigato dagli americani).
Con l’aggiunta del secondo falso, che l’Iran avrà la «bomba» entro il 2008, mentre la CIA non ritiene che l’avrà prima di 10 anni.
Si aggiunga la menzogna secondo cui Ahmadinejad, «il nuovo Hitler», avrebbe incitato a cancellare Israele (come sappiamo, la frase esatta faceva riferimento ad una profezia dell'ayatollah Khomeini sulla scomparsa di Israele, un giorno, dalla carta geografica: era un invito alla fede, non all’azione diretta).
Si trascuri il vero motivo per cui Teheran vorrebbe - se mai l’avrà - la sua bomba: non per aggredire, ma perché ha bisogno di un deterrente di fronte alla ripetuta ed esplicita minaccia di incenerimento atomico che riceve da Israele ed USA, due potenze nucleari effettive.
Per dar ragione all’isteria di Ariel, si deve dimenticare anche che Israele ha la capacità di secondo colpo atomico: se colpito da un ordigno nucleare, i suoi sommergibili sono pronti a ritorcere, incenerendo l’avversario.
Nessuno, in queste condizioni, sarebbe così folle da provocare una risposta atomica certa contro il proprio Paese.

Solo a patto di dimenticare tutto questo, la minaccia di Ariel può apparire in qualche modo razionale.
Anzi, anche tralasciando tutto, si possono ancora immaginare metodi più razionali per dissuadere gli ayatollah dall’armarsi.
Per esempio, Israele potrebbe offrire, in cambio della rinuncia di Teheran, il proprio disarmo atomico, con lo smantellamento delle almeno 200 testate e dei vettori che possiede: se Teheran non accetta, almeno ne avrà smascherato i veri scopi.
Ma ovviamente Israele non prova neppure una via del genere: la sua sola e prima opzione, se la comunità internazionale «esita e vacilla» a fare la guerra all’Iran, è un bombardamento atomico e preventivo contro un Paese che non le ha dichiarato guerra.
Tutto ciò non è razionale, ma pura e semplice isteria: una delirante percezione di un pericolo inesistente e niente affatto imminente.
Va detto che anche questa isteria è in qualche modo una sceneggiata tipicamente ebraica, uno sfrontato esercizio di «chutzpah»: Israele strilla di essere aggredita - mentre aggredisce e minaccia - perché non vuole in realtà mai essere indotta a trattare con i suoi potenziali avversari.
Vuole solo stravincere, usando tutti i suoi mezzi militari ed occulti (leggi: la nota lobby), per non dover mai cedere qualcosa in cambio della pace e della sicurezza.
Ciò che è più allarmante è che queste idee non sono le follie personali di Jonathan Ariel: riflettono la dottrina covata dal sistema di potere ebraico in Israele e fuori.
E possono tradursi in ogni momento in una politica bellica: il vero Stato-canaglia irto di testate nucleari che minaccia Russia ed Europa è sul piede di guerra.

Se occorre una conferma, essa viene da una vecchia conoscenza, Richard Perle.
L’uomo che è stato presidente del Defense Policy Board al Pentagono di Rumsfeld e Wolfowitz, carica in cui spinse e preparò l’invasione americana in Iraq, l’uomo dell’America Enterprise (che siede in questo think tank ebraico accanto a Michael Leeden, Wolfowitz, Douglas Feith ed altri fanatici neoconservatori) ha riecheggiato le lagnanze di Jonathan Ariel in un commento - ugualmente isterico - sul Washington Post (2).
Già il titolo è demenziale: «Perché Bush chiude un occhio sull’Iraq? Chiedetelo a Condy».
A Perle non passa nemmeno in mente di opinare che, forse, se Bush esita sull’attacco all’Iran è perché la guerra in Iraq - a cui è stato indotto da Perle e dai suoi compari - sta andando così male da esaurire le voglie aggressive americane.
No, la colpa - udite udite - è tutta della Rice.
Ecco alcuni brani scelti del delirio di Perle: «Il presidente Bush sa quel che vuole: la fine irreversibile del programma nucleare iraniano, l’espansione della libertà nel mondo intero e la vittoria nella guerra al terrorismo. Il dipartimento di Stato e gli europeo sanno cosa vogliono: negoziare. Da più di cinque anni l’amministrazione esita. Bush ha pronunciato incitanti discorsi, gli iraniani hanno proclamato minacce enormi e, nel 2003, il dipartimento di Stato ha dato le chiavi ai britannici, francesi e tedeschi (gli ‘Eu-3’) che offrivano il servizio di parcheggio diplomatico ad una amministrazione piena di indecisioni e contraddizioni. Ed ora, dal 31 maggio, l’amministrazione si è offerta di partecipare ai colloqui sul programma nucleare con l’Iran. Come mai Bush, che proclamava di impedire lui vivo che ‘la peggiore delle armi non cada nella peggiore delle mani’, ha compiuto questa vergognosa ritirata?».

Decisamente la gratitudine non è la qualità migliore dei figli di Giuda: l’America si sta svenando per loro, ed essi l’aizzano a fare di più.
Come accade quando gli eletti dominano i servi noachici, animali parlanti da soma: «Non li lascerai riposare né notte né giorno, né estate né inverno».
No, per Perle la colpa è tutta di Condoleeza Rice.
Da quando è passata dalla Casa Bianca a Foggy Bottom (sede del ministero degli Esteri) «essa rappresenta sempre più un blocco di potere diplomatico che ha per dottrina di compiacere gli alleati anche quando (o specialmente quando) questi alleati consigliano l’appeasement con i nostri nemici». Sic.
Eppure, «Il presidente sa che i mullah stanno lavorando per affondare ogni prospettiva di pace tra i palestinesi e Israele» (dunque Israele vuole la pace, è l’Iran a impedirlo).
«Sa che l’Iran guida il mondo a sostegno del terrorismo» (sic).
Ma niente: spinto dagli alleati europei, notoriamente infidi, e da Condy Rice, Bush «dopo aver dichiarato che un Iran nucleare è ‘inaccettabile’, vacilla ed autorizza gli EU-3 a rivolgersi a Teheran con proposte di compenso se smette i propri programmi di armamento nucleare».
Ecco la colpa orrenda degli europei vili e della Rice accomodante: provare a negoziare, anziché bombardare immediatamente e preventivamente l’Iran.
Può sembrare un atteggiamento civile?
Ma no: Israele, il modello di Perle, non fa così: prima bombarda e uccide, poi (non) tratta.

Né la trattativa è del tipo «prendere o lasciare» che preferisce il Perle: «né il bastone né la carota sono chiaramente definiti coi nostri alleati, e non parliamo con Russia e Cina».
Torna qui la minaccia implicita alla Russia di fare il doppio gioco.
Ma la colpa è di Condy, soprattutto, che ha ceduto agli europei (anch’essi minacciati implicitamente dal sionista del Likud) per ottenere il loro appoggio in caso di sanzioni a Teheran.
«Nessun governo americano, dal 1979 ad oggi, ha mai avuto una seria strategia sull’Iran», farnetica Perle.
Per esempio?
«Il senatore Rick Santorum ha cercato di far approvare l’Iran freedom support Act (Legge di sostegno alla libertà in Iran) che avrebbe reso più dura la politica dell’amministrazione, scarsa e tardiva, di sostegno e finanziamento della democrazia e dei diritti umani in Iran. Ma il dipartimento di Stato ha posto il veto sulla legge, sostenendo che essa ‘limiterebbe la nostra flessibilità diplomatica’».
Va detto che se fosse passato questo «act», effettivamente gli USA non avrebbero avuto altra alternativa - per legge - che fare subito la guerra.

Rick Santorum è noto per il suo attivismo pro-israeliano; giorni fa, con il senatore Lieberman (il ben noto democratico likudnik) ha presentato al Senato le «prove» che Saddam aveva armi di distruzione di massa: alcune tanichette che pare avessero contenuto aggressivi chimici, «trovate a Baghdad».
Ovviamente si è scoperto che il materiale chimico - era la vecchia iprite della prima guerra mondiale - era degradato perché risaliva ad un decennio prima, a prima della guerra del Golfo.
La smentita della «scoperta» è venuta dall’insospettabile Pentagono: il materiale esibito da Santorum e Lieberman era stato tra l’altro trovato nel 2004.
Pura disinformazione con firma Mossad (3).
Isteria e sfrontatezza, come al solito.

Note
1) Jonathan Ariel, «Israel needs a preemptive nuclear strike against Iran», Israel News Agency, 24 giugno 2006. L’appartenenza al Mossad di Jonathan Ariel, che si dichiara giornalista (è stato direttore di Maariv e collaboratore di decine di media, dal Jerusalem Post alla BBC, dalla radio israeliana all’Herald Tribune) è data dal fatto di essere stato «consigliere» per il governo sudafricano negli anni dell’apartheid. Allora essendo il Sudafrica sotto embargo, Israele fu invitata discretamente da Kissinger a collaborare col governo bianco scavalcando le sanzioni internazionali. Ne nacque una strettissima cooperazione non solo commerciale, ma politico-militare, che portò alla fabbricazione congiunta israelo-sudafricana di sistemi d’arma innovativi. Fu il Mossad a guidare l’intera operazione, spedendo a Pretoria centinaia di «consiglieri» e «assistenti» come Jonathan Ariel; Ariel ha ancora accesso a informazioni riservate d’intelligence.
2) Richard Perle, «Why did Bush blink on Iran? Ask Condi», Washington Post, 25 giugno 2006. Richard Perle era il capo del gruppo di «consulenti privati» che, riuniti in un ufficio informale all’interno del Pentagono, il Defense Policy Board, sotto la protezione di Wolfowitz, organizzò tutte le fasi dell’invasione all’Iraq: con gli effetti disastrosi che constatiamo. Perle fu allontanato dal Defense Policy Board perché approfittava della sua posizione di consulente del Pentagono per curare certi suoi affarucci: riceveva soldi da ditte interessate a lavorare col ministero della Difesa. Nonostante ciò, continua a pontificare e a tramare, intoccabile come tutti gli eletti.
3) Warren Strobel, «Toxic weapon too old to use», Chron.com, 23 giugno 2006. Rick Santorum ha fatto approvare nel 2005 una mozione che invita l’ONU ad agire contro l’antisemitismo. Per questo è stato premiato dalla Republican Jewish Coalition, una branca della nota lobby.

FONTE: EFFEDIEFFE

26 giugno 2006

Governo nuovo = politiche vecchie = macello sociale

di FRK

L'avevamo detto!
Andare a votare avrebbe significato solo scegliere chi dovesse fare le stesse cose. Purtroppo avevamo ragione.
La politica economica del governo Prodi non si discosta per nulla da quella del governo Berlusconi.
Il modo di fare la politica "immagine" non cambia. Il problema è solo quello di come si raccontano le cose, non della realtà. Siccome Prodi in questo è meno bravo di Berlusconi, si è preso un aiutante apposta: Silvio Sircana (nella foto). È il tipo che gli sta spesso vicino e che sembra la controfigura di Fassino. E dev'essere bravo Sircana, visto che un paio d'anni fa, con un contratto di 100.000 euro l'anno, era anche consulente per l'immagine di Totò Cuffaro, presidente della regione Sicilia, della sponda politica opposta. (1)

Le modifiche più rilevanti sono state al linguaggio: basta parlare di "tagli", si parla di "risparmi"; "l'austerità" (tanto cara al PCI e alla CGIL) diventa "sobrietà", come se al governo fossero stati tutti ubriachi quando decidevano le spese, il "ritiro" dall'Iraq si trasforma in "rientro".

Poi, come di consueto in questi casi, si da la colpa al precedente governo per la presenza di voragini clamorose nei conti pubblici.

Quindi, per giustificare tagli e nuove tasse, si cita l'Europa ed il trattato di Maastricht. Roba che verrebbe da chiedersi che cavolo facevano i commissari europei quando, quattro mesi fa, hanno approvato la finanziaria di Tremonti dicendo che andava benissimo per il risanamento dei conti pubblici italiani.

Diventano notizie da dare con il massimo risalto quelle provenienti dai mercati finanziari internazionali. Solo così si spiega il rilievo dato all'invito fatto da Standard & Poor's al governo italiano a fare la riforma delle pensioni perché gli italiani vivono troppo a lungo. E che siamo diventati tutti vecchi negli ultimi tre mesi? Ci manca solo che chiedano di sopprimere qualche pensionato per riequilibrare i conti dell'INPS.

Oltretutto al ministero del Tesoro, a decidere di tagli e manovre economiche ci hanno messo un "tecnico", Tommaso Padoa Schioppa, che non avrà troppi problemi a fare la consueta politica economica di macello sociale.

Ci si mette l'ovvio allarme occupazionale per i 75.000 posti di lavoro che si perderebbero con il fermo dei cantieri ANAS a cui mancano i fondi.

Qualche compagno, più ingenuo, spera che, con questa crisi sui cantieri, almeno si fermi la devastazione della Val di Susa ad opera della TAV.

A meno di una forte ripresa della lotta questo però non sarà possibile, visto che, oltre al fermo dei cantieri, per i lavori delle ferrovie, viene paventato un altro rischio. Quello che Rete Ferroviaria Italiana (la società delle FS che gestisce, oltre ai binari, i lavori), con il blocco delle commesse pubbliche, porti sotto il 50% il rapporto tra costi e ricavi di gestione e sia considerata, da Eurostat, come parte del settore pubblico con il conseguente aumento del debito statale.

La manovra economica verrà varata nelle prossime settimane, con ogni probabilità contemporaneamente al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria.

Di alcune misure però si sta già parlando.

La prima è l'ennesima riforma delle pensioni. Dopo lo scippo del TFR, il furto dei contributi versati dai lavoratori immigrati, il calcolo su base "contributiva", temo che l'unica cosa che gli rimarrà da fare sia l'innalzamento dell'età pensionabile. Staremo a vedere.

L'altra cosa è l'aumento dell'IVA. Due parole è il caso di spenderle su quest'imposta che verrà sicuramente aumentata, se non ora, con la finanziaria di dicembre prossimo.

Le imposte che paghiamo si dividono in due grandi categorie: le imposte dirette e quelle indirette. Le imposte dirette sono quelle che si pagano in proporzione al reddito e sono, in genere, "progressive": chi ha di più paga di più.

L'IVA, come le altre imposte indirette è considerata un'imposta "regressiva": chi ha meno soldi paga di più. Vediamo perché.

Supponiamo ci siano due persone, uno guadagna 100 e l'altro 100.000 ed immaginiamoci l'aliquota IVA al 20%, com'è adesso.

Quello che ha 100 spende tutti i soldi che ha (anzi spesso non riesce ad arrivare alla fine del mese) il che significa che sul suo reddito grava il 20% di IVA.

Quello che ha 100.000 spende 10.000 (100 volte più di quello che spende l'altro) e gli altri soldi se li mette da parte. Sul suo reddito graverà soltanto il 2% di IVA.

Insomma chi più ha, meno paga.

L'IVA oltretutto non colpisce le imprese, ma solo il solito Pantalone, cioè i consumatori finali, e per questo il suo aumento è sostenuto dalla Confindustria.

In più l'aumento dell'IVA si trascina dietro un po' di inflazione, che oltre a far svalutare il debito statale, penalizzerà le categorie a reddito fisso, in particolare i pensionati che non hanno meccanismi di indicizzazione delle pensioni. Con la probabile soddisfazione di Standard & Poor's che ne vedrà diminuita la vita media.

Insomma, chi prima non riusciva ad arrivare alla fine del mese, adesso rischia di non arrivare neanche a metà mese.

Qualcuno ci spieghi la differenza tra questo governo e il precedente.

Umanità Nova, n 22 del 18 giugno 2006, anno 86
Fonte: www.ecn.org
Link: http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2006/un22/art4303.html

Nota della redazione:
La notizia è riportata da Enrico Del Mercato su "La repubblica di Palermo" del 24.01.03, pp I e XV.

FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

25 giugno 2006

Sulla Costituzione e i suoi difensori

di Maurizio Blondet

Alcuni lettori sollecitano il mio appoggio al «sì».
Vorrei esimermene, perché condivido le preoccupazioni di altri lettori (per il «no») sui costi di un federalismo regionale; le regioni hanno dato pessima prova, sono governati da camorre ancor più dello Stato centrale.
Ma mi induce a pendere per il «sì» il fatto che si sia messo a fare il difensore della Costituzione il ben noto Oscar Luigi Scalfaro.
Costui ha violato ripetutamente la costituzione che sostiene di difendere, quand'era capo dello Stato: e più gravemente quando, per impedire le elezioni dopo il ribaltone (avrebbe vinto Berlusconi), formò un suo governo con tanto di telefonate a ignari che nominò ministri di testa sua, come raccontò Susanna Agnelli.
Questo la nostra costituzione non consente al presidente della repubblica, e una società ed una magistratura rispettosi della costituzione avrebbero dovuto trascinare in giudizio Scalfaro per colpo di Stato.
Con finale liberatoria fucilazione alla schiena.
Ancora più ripugnanti sono i turiboli d'incenso che sulla costituzione vigente lanciano le cricche partitiche che temono di veder diminuiti i loro privilegi «costituzionali».

Costoro sacralizzano ipocritamente la costituzione, proprio perché hanno imparato
a neutralizzarne i pochi appigli alla democrazia reale che offriva, ad usurpare fino all'estremo la sovranità popolare e diretta.
La miglior risposta a questi officianti - come mi suggerisce un altro lettore - è in poche righe scritte non da un populista, ma dal laicissimo (e massone) progressista Gaetano Salvemini.
Che ebbe un giudizio durissimo sulle «scempiaggini dei costituenti».
«Da quelle scempiaggini sta uscendo la costituzione più scema che mai sia stata prodotta dai cretini in tutta la storia dell'umanità. Ti par poco farsi un'idea di quell'Himalaya di somaraggini? Un'asssenza così totale di senso giuridico non si è mai vista in nessun Paese del mondo, i soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile di emendare o prima o poi quel mostro di bestialità [...] meritavamo di meglio che un'assemblea costituente formata in gran maggioranza da somari, scelti non dagli elettori ma dalle camorre centrali dei partiti così detti di massa. Meritavamo di meglio di quel polpettone incoerente che sarà la costituzione italiana» (Da Il Foglio del 22 Giugno 2006).
Mi pare che il giudizio regga ancor oggi, anzi di più, perché i camorristi in mezzo secolo hanno cambiato e storto la costituzione, al punto che esiste una costituzione «di fatto» a loro vantaggio, con pochi punti in comune con quella scritta.
Cossiga parlava con scherno di questa «costituzione materiale» proliferata sopra e contro la costituzione reale.
Oggi mi pare sia per mantenerla.

La parte decente della riforma costituzionale mi pare sia solo quella che aumenta il potere del capo del governo, ossia dell'esecutivo.
Serve a poco finchè non troveremo il senso dello Stato, ma più potere al capo del governo significa un poco più potere alla democrazia, meno delegata.
Su questo si può costruire.
Inoltre, sono convinto che, anche se vincesse il «sì», il federalismo non verrà mai.
Ciò perché la Lega - la sola che lo voglia - è oggi debolissima, guidata da un fantasma, con seguito sempre minore di elettori e fuori dal governo.
Del resto Bossi ha già detto che tratterà, comunque vada il referendum.
Se dunque vincesse il «sì», il testo proposto potrà essere profondamente cambiato.
Se vince il no, sarà l'immobilismo definitivo delle cricche di potere, dei Mastella, degli Scalfaro. Insomma, mi pare, nulla sarebbe compromesso dal «sì», ogni speranza di riforma finirebbe con il «no».

Da ultimo, penso che valga ancora l'argomento che ho usato per le elezioni politiche: votare Berlusconi proprio perché avrebbe perso.
Non perché il cavaliere lo meritasse, ma per mostrare che esiste un'Italia, e numerosa e determinata, non rassegnata al governo burocratico e delle caste privilegiata che si dicono «sinistra».
Anche ora, poiché il «no» vincerà (auguri a chi dà ragione a Scalfaro) occorre che i «sì» siano almeno numerosi, che cricche e camorristi non stravincano.
Non è una visione entusiasmante, e non vuole esserlo.

FONTE: EFFEDIEFFE

Due parole sul referendum

di Giovanni Lazzaretti

Alcune persone ci hanno chiesto di esprimerci sul referendum costituzionale.
Esporremo solo qualche concetto sintetico.
Come premessa si può affermare che nella costituzione creata dal centro destra non c'è nessun punto che contraddica la legge naturale universale: questo è certo ed è verificabile da chiunque.
Se qualcuno vi dice che qualche punto della costituzione creata dal centro destra lede qualche diritto naturale, vi sta semplicemente dicendo una sciocchezza.
Pertanto in tutto ciò che scriveremo cercheremo di evidenziare alcuni argomenti erronei che abbiamo ascoltato e letto in questi giorni, senza nemmeno la necessità di appoggiarci, se non in parte, alla dottrina della Chiesa.
La costituzione in essere prima della riforma fatta dal centro destra non è la costituzione del 1948.
E' la costituzione modificata nel 2001 dal governo di centro sinistra e ratificata dagli elettori nell'autunno 2001
(i votanti furono il 30%).
Questa costituzione è comunque un pasticcio: ha creato un assetto federale attribuendo malamente le competenze alle regioni.
L'aggettivo «malamente» non è dettato da una visione ideologica, ma dalla semplice constatazione del contenzioso che si è venuto a creare tra Stato e regioni.
Nel 2002 sono state 28 le pronunce della Corte Costituzionale sul contenzioso tra Stato e regioni, 98 nel 2003, 116 nel 2004, 101 nel 2005, 45 nei primi 4 mesi del 2006.
Avevamo la costituzione del 1948, approvata da una larga maggioranza.
Nel 2001 abbiamo avuto una nuova costituzione approvata dal centro sinistra.
Nella scorsa legislatura è nata una terza costituzione approvata dal centro destra.
E' possibile che la costituzione che chiameremo «di centro destra» sia un pasticcio.
E' certo che la costituzione «di centro sinistra» del 2001 è un pasticcio, perché già sperimentata come fallimentare.

Uno slogan che ha avuto una buona efficacia recita che la costituzione di centro destra è stata approvata «a colpi di maggioranza».
E come corollario circola questa frase: «bisogna bocciare la nuova costituzione perché il centro destra l'ha creata a colpi di maggioranza».
Verissimo: il centro destra ha modificato la Costituzione con una maggioranza semplice, invece di cercare i 2/3 del consenso.
Ma la metodologia dei «colpi di maggioranza» fu iniziata dal governo di centro sinistra nel 2001 e questo fatto è già stato dimenticato.
La metodologia dei «colpi di maggioranza» va punita?
Allora il colpevole primo da punire è il centro sinistra che l'ha iniziata.
Quanti articoli della costituzione sono stati modificati?
Non giudichiamo importante il numero esatto, ma troviamo ridicolo che ci si basi sul «mucchio» di articoli per fare colpo sul potenziale elettorato.
C'è una fila di varianti che sono solo questioni tecniche, assolutamente non vitali e i cui pregi o difetti potranno valutarsi solo sul campo.
Che il presidente della repubblica venga eletto a maggioranza alla quinta votazione o alla quarta, ci sembra irrilevante; come pure ci è concettualmente indifferente il calo del numero di parlamentari (1).
Alcuni articoli non fanno altro che codificare questioni che sono già così nei fatti.

Che i ministri li scelga il primo ministro, o che faccia finta di sceglierli il presidente della repubblica, accettando la lista che gli dà il capo del governo, ci sembra anche in questo caso irrilevante.
Che il primo ministro lo elegga il popolo, oppure faccia finta di nominarlo il presidente della repubblica avendo davanti una scelta unica (2) ci sembra pure indifferente.
Il succo di tutto è quindi il passaggio da capo del governo a primo ministro eletto dal popolo («premierato», con conseguente contenimento dei poteri del presidente della repubblica) e la «devoluzione» di compiti alle regioni.
Ci concentreremo su questi due aspetti.
Per quanto riguarda il «premierato», il rafforzamento dei poteri nelle mani di uno solo potrebbe dar fastidio a qualcuno.
Ma spesso si ragiona con «sentimentalismo», non sui dati concreti.
Dovrebbe interessarci salvare la legge naturale universale.
Da dove sono venuti fino ad ora i danni alla legge naturale universale?
Ricordiamo questi danni: legge sul divorzio, legge sulla contraccezione di Stato, legge sull'aborto, legge sulla fecondazione artificiale (sì, serviva a limitare un male peggiore, ma è pur sempre violazione della legge naturale universale).
Tutti questi danni sono venuti dal parlamento, non dal governo.
Il parlamento è stato un pericolo per la legge naturale universale più del capo del governo.
Non si può dire che il «premierato» sia un «bene in sé», ma certamente il nostro parlamento ha violato più volte la legge naturale universale, rivelandosi, in quelle occasioni, «male in sé».

«Votiamo no per impedire che il potere politico sia concentrato nelle mani del primo ministro e la sovranità popolare sia umiliata dal rigido controllo del governo sul parlamento».
Questo slogan, riportato da un volantino, è una sciocchezza: il primo ministro è eletto dal popolo, quindi non c'è nessuna sovranità popolare umiliata.
E, lo ripetiamo, il parlamento ha fatto spesso dei danni alla legge naturale: lo si circonda invece di un'aura di sacralità, come se fosse un organismo di livello qualitativamente superiore rispetto a un governo guidato da un premier. (3)
Per quanto riguarda la «devoluzione» si può affermare una premessa importante: noi abbiamo già una sanità di serie A e una di serie B, una scuola di serie A e una di serie B.
Ci sono ospedali da cui gli ammalati fuggirebbero volentieri, se potessero (non si segnalano continuamente casi di «malasanità»?); ci sono scuole di Stato, a Milano come a Napoli, da cui i genitori toglierebbero volentieri i figli, se avessero possibilità di scelta.
La «devoluzione» non si innesta quindi a «sfasciare» un sistema perfetto, ma a tentare di sanare una situazione malata.
La «devoluzione» può fallire e creare danni; ma può anche riuscire e creare benefici.
Posto che le norme generali in tema di sanità e scuola restano in mano dello Stato, non c'è nessun punto nella «devoluzione» che possa «in se stesso» creare scuola e sanità di serie A e B.
Gli uomini certamente possono creare strutture di serie A e di serie B, a causa della loro scarsa etica.

Etica che è scarsa in Italia per il semplice motivo (non unico, ma principale) che siamo uno Stato che vìola la legge naturale universale, uno Stato che insegna ai cittadini la «legalizzazione» del male.
Ricordiamo infine che la «devoluzione» riporta allo Stato alcuni compiti malamente assegnati alle regioni dalla costituzione del 2001.
C'è qualcosa di buono?
All'articolo 118: «…comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato riconoscono e favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà, anche attraverso misure fiscali».
Questo comma dell'articolo 118 della costituzione su cui andremo a votare è positivo, perché fa un passo avanti oggettivo nella direzione della dottrina sociale della Chiesa.
E' possibile che venga applicato o che resti lettera morta, ma in sé è una cosa buona.
Chi vota «no»?
Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Rosa nel Pugno, Verdi, DS, UDEUR, Margherita.
Tutta la compagine è composta dai «picconatori» della legge naturale universale.
Oltre a questo, suscita tristezza la situazione di «pensiero unico»: possibile che nel centro destra ci siano i dissenzienti che votano «no», mentre nel centro sinistra non si trova nessuno che si dichiari per il «sì»?
Di fronte però al «pensiero unico» di centro sinistra e agli slogan «taroccati», pensiamo che sia tatticamente valido votare «sì», almeno per bloccare un po' l'arroganza dei probabili vincitori.

In ogni caso la costituzione modificata dal centro sinistra nel 2001 (che ritornerebbe in vigore se vincono i «no») deve essere cambiata perché non ha definito bene i compiti delle regioni, creando l'ampio contenzioso tra regioni e Stato di cui si scriveva all'inizio.
Se vinceranno i «si», la maggioranza di centro sinistra metterà certamente mano alla costituzione, visto che ha la forza per farlo «a colpi di maggioranza»; se vinceranno i «no» è possibile che si rimanga fermi alla costituzione pasticciata del 2001.
Poiché la costituzione del centro destra non lede nessun diritto naturale, ogni intervento fatto da cattolici in quanto cattolici è fuori luogo, anzi erroneo.
Hanno certamente sbagliato:
- i vescovi che si sono pronunciati per il «no»;
- le associazioni ecclesiali che si sono pronunciate per il «no»;
- i parroci che hanno invitato «nel Signore» a votare «no».
Questo è il tipico ambito di «Cesare»; non siamo alle elezioni politiche in cui c'era invece in ballo la legge naturale universale: quella sì che doveva essere difesa «nel Signore» e per l'uomo.
Invece vediamo che alcuni cattolici, imbelli nel difendere la legge naturale universale, combattono a spada tratta per la difesa di uno strumento umano come la costituzione.

Note
1) Potrebbe essere positivo (calo delle spese per il parlamento); ma potrebbe essere negativo. (poco spazio per inserire persone intelligenti e di poco potere).
2) Il presidente della repubblica, dopo le elezioni 2006, poteva assegnare la carica di capo del governo a una persona diversa da Romano Prodi? Non poteva, anche se in teoria la costituzione lo consentiva.
3) Ricordiamo che la Chiesa, per il suo Stato, ha scelto la forma di governo più efficiente di tutte: «monarchia assoluta elettiva da parte di una oligarchia popolare» (anche il più misero degli uomini può diventare, senza spendere, cardinale e quindi elettore del Papa). Nessuna forma di organizzazione governativa deve farci paura; devono farci paura solo le forme che scelgono di non sottomettersi alla legge naturale universale.

FONTE: EFFEDIEFFE