29 giugno 2006

Allarme: Israel Singer è a Berlino!

di Maurizio Blondet

«L’Iran è un pericolo per il mondo intero», ha proclamato Israel Singer, il presidente del Congresso Ebraico Mondiale (WJC).
Ed è andato a proclamare questa sua convinzione a Berlino, dove ha voluto riunire il Congresso Ebraico Mondiale giusto in coincidenza coi mondiali di calcio in Germania (1).
Come sanno i nostri lettori, Singer è l’uomo che ha implicitamente minacciato la Germania, secondo lui poco impegnata nella guerra globale al terrorismo, di un altro 11 settembre.
«Voi credete che un 11 settembre può accadere solo negli Stati Uniti, voi credete di non essere bersagli del terrorismo», ha recriminato Singer il 9 dicembre 2005, in una intervista al Berliner Zeitung: «Decisamente, la lezione dell’11 settembre a New York in Europa è già dimenticata. Ma quando tremila persone verranno uccise anche qui [in Germania], allora tutte queste vostre preoccupazioni per i diritti umani scompariranno!».
Ed ha aggiunto: «La presunzione europea e tedesca è uno scandalo! La Germania non conosce ancora questo problema. Ma può succedere anche qui. E i tedeschi cominceranno a pensarci, se vengono distrutti due grattacieli e muoiono tremila persone».
Allora, ha profetizzato, «democrazia e diritti dovranno cedere di fronte alla necessità di protezione e sicurezza del popolo, e perderanno significato».

Molte nostre fonti in Germania, al corrente dei veri autori dell’11 settembre americano, temono appunto che i soliti sospetti possano aver interesse a organizzare un attentato «islamico», sanguinoso e spettacolare, in coincidenza con i mondiali, dove l’11 settembre germanico sarebbe «coperto» in diretta dai media di tutto il pianeta.
Ora il Congresso Ebraico ha scelto Berlino, e proprio in questi giorni, per reiterare i suoi appelli anti-iraniani.
La coincidenza può essere singolare.
Tanto più che anche le recriminazioni ebraico-mondiali sono singolarmente moderate.
Stephen Herbits, il segretario generale del WJC, ha detto che spetta alla comunità internazionale obbligare l’Iran a rinunciare ad ogni ambizione nucleare, ed Hamas «a rinunciare alla violenza» (ciò mentre Gaza era sotto il più violento bombardamento israeliano, con artiglieria, carri armati, missili e caccia, in anni di oppressione) (2).
Ma poi Herbits ha aggiunto che il Congresso «appoggia gli sforzi dei cinque membri del consiglio di sicurezza ONU e della Germania [citata espressamente]» che sono impegnati nei negoziati con Teheran, anche se ritiene «non sia in vista una soluzione».
Tesi nuova da parte sionista, che di solito esprime la più veemente sfiducia nelle trattative e nei negoziatori europei.
«Devono stare insieme e agire di concerto nel loro approccio a Teheran», ha detto il segretario.

Di colpo conciliante, almeno fino a un certo punto.
«In primo luogo c’è la questione nucleare. Ma in secondo luogo, dobbiamo far crescere l’Iran come parte della comunità internazionale, nel senso che si contenga nelle sue attività e s’impegni nelle organizzazioni globali».
Curioso questo improvviso auspicio di vedere l’Iran rientrare negli onori internazionali.
E allarmante.
Allarme rosso.
Singolarmente, i media occidentali non hanno dato la notizia, che diramata dall’agenzia France Presse, è stata raccolta soltanto… dall’Hindustan Time.
Meglio diffonderla, può contribuire a scongiurare il peggio.

Note
1) «World Jewish Congress meets in Berlin on Iran», Agence France Presse, 28 giugno 2006.
2) In queste operazioni, oltre alla imponente distruzione di infrastrutture (tre ponti e una centrale elettrica) che servono ad una popolazione palestinese già rimasta senza cibo e senz’acqua ed ora senza luce, caccia israeliani hanno anche sorvolato la residenza del presidente siriano (che si trovava nell’abitazione) violando lo spazio aereo della Siria e minacciando Assad con una palese provocazione. I caccia siriani hanno reagito respingendo gli aerei israeliani. A malapena è stato evitato un duello aereo, che era forse il casus belli voluto dagli israeliani. Il pretesto degli attacchi ebraici, condotti con migliaia di uomini, è la liberazione di un singolo soldato ebraico catturato («rapito», dicono loro) dai palestinesi. Ma il vero motivo è chiaro: Hamas si è appena accordata con la «moderata» Fatah su una soluzione a due Stati del problema di Terra Santa, ciò che implica da parte di Hamas l’implicito riconoscimento di Israele. Dunque Israele è a corto di scuse per ostinarsi a non trattare coi «terroristi». Per questo ha bisogno di una nuova guerra.

FONTE: EFFEDIEFFE