28 giugno 2006

La bancarotta del «meno Stato» (in USA e Italia)

di Maurizio Blondet

Mai avrei immaginato di leggere su un grande giornale americano una critica del concetto stesso di «privatizzazione».
Invece ciò è avvenuto: sul New York Times, l’editorialista Frank Rich espone in un puntiglioso, furente articolo tutti i fallimenti dell’ideologia iper-liberista che ha voluto trascinare a forza il «mercato» nello «Stato».
Se questo avviene, vuol dire che la bancarotta dell’ideologia privatista è ormai irreversibile. Bancarotta soprattutto morale.
Che cosa dice il New York Times?
Proverò a sunteggiare, invitando il lettore a leggere gli scandalosi casi americani con la mente all’Italia.
Frank Rich mette sotto accusa il concetto di «competitive sourcing».
Ossia quella concezione dello Stato voluta da Bush, Cheney e dai liberisti conservatori, secondo cui l’ «efficienza» consiste nell’appaltare le funzioni pubbliche a ditte private, messe in concorrenza con concorsi d’appalto competitivi.
Uno Stato sempre più «piccolo» che non ha più apparati propri, non fa nulla in proprio, riducendosi ad agente pagatore dei servizi che un tempo erano pubblici.

L’illusione ideologica è che «il mercato» e «il privato» siano sempre più efficienti e competitivi della mano pubblica.
L’obbiettivo di Bush, come ha detto lui stesso, era di fornire ai cittadini «servizi di alta qualità al costo più basso possibile».
I risultati sono esattamente il contrario: «servizi di bassa qualità ad alti costi», scrive Rich.
E l’emersione di «un settore pubblico-ombra di compagnie private piene di incompetenza e di corruzione».
Il fatto è che la messa all’asta di servizi pubblici, ancorchè per concorso competitivo, non ha nulla in comune col «libero mercato».
Ne è al più una goffa contraffazione.
Il vantaggio competitivo delle aziende che vincono gli appalti non è quello stesso che assicura la vittoria nell’aria aperta del mercato libero; è qualcosa di molto diverso e più sporco.
Un esempio: dal 2000 al 2005, i contratti pubblici che si è aggiudicata la Halliburton sono cresciuti del 600 %, e il perché è ovvio.
La Halliburton è l’azienda di cui è stato presidente Dick Cheney (che continua ad percepirne gli stipendi): è questo il suo «vantaggio competitivo».

Un altro esempio.
John Ashcroft, si ricorderà, è stato ministro della Giustizia nel primo quadriennio di Bush, supercristiano «rinato», moralista di ferro, intransigente lottatore contro il «terrorismo globale».
Appena lasciata la carica pubblica, Ashcroft ha messo su un ufficio di lobbysta, «vendendo» i suoi agganci politici alle aziende vogliose di appalti pubblici da privatizzare.
Risultato: la città di Saint Louis - che è la città natale di Ashcroft ha ricevuto dal Dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security) un aumento del 30 % dei fondi per la sorveglianza «contro il terrorismo», mentre New York e Washington, le due città effettivamente colpite dall’11 settembre, le più esposte ad attacchi (ammesso si creda che i terroristi siano islamici), hanno visto ridurre i propri fondi del 40 %.
A vincere gli appalti non sono le ditte più efficienti, ma le più ammanicate: proprio quelle ditte che probabilmente perderebbero posizioni sul mercato, e perciò cercano la protezione della mano pubblica.
Avviene in Italia, persino alla Regione Lombardia di Formigoni, dove solo l’iscrizione delle aziende alla Compagnia delle Opere «qualifica» per ottenere appalti.
Avviene a livello centrale, per il solo fatto che la «democrazia» in fase terminale risponde alle lobby più che ai cittadini, specie dal momento che alti funzionari pubblici vanno e vengono liberamente dal «privato» (pensate a Monti, Draghi, Prodi; fate voi altri nomi).

Ma anche ammettendo che le gare pubbliche d’appalto fossero totalmente trasparenti e oneste (cosa impossibile nella democrazia terminale degli affari), il momento della «concorrenza» trionferebbe per un solo istante.
Poi, una volta vinta la gara, la competizione non c’è più.
L’azienda vincitrice, da quel momento, agisce come un monopolio.
Non deve più temere alcuna concorrenza.
E siccome ciò che ha vinto è una cifra fissa per fornire certi servizi o opere, il suo incentivo al profitto la spinge, in qualche modo la costringe, a fare la cresta più grossa che può sul denaro dato. Così trae il suo profitto: dal risparmio all’osso sui costi per la fornitura di opere e servizi, insomma abbassandone la qualità.
L’incentivo privatistico funziona al contrario, appunto fornendo i servizi peggiori al costo più alto.
Così, in USA, migliaia di profughi dell’uragano Katrina continuano ad abitare in roulottes fornite dal settore privato, in attesa di essere affogati di nuovo dall’ormai imminente stagione degli uragani del Golfo del Messico.
Così in Italia Ferrovie, Poste e Telecom «privatizzate» funzionano come i peggiori monopoli possibili, perché devono rendere agli azionisti.
Inutile mettere a loro capo dei bocconiani con tanto di Master in Business Administration: i monopoli agiscono secondo la logica di monopoli.

I liberisti alla Einaudi sapevano ben distinguere i monopoli «naturali» che non bisogna affidare ai privati: questa ovvia intelligenza s’è oscurata nei nostri «privatizzatori» senza testa, scimmiottatori di ideologie che non capiscono a fondo.
In questo caso, parlo di Berlusconi e dei suoi boys delle «grandi opere».
Ma certo il Nobel della stupidità spetta a Donald Rumsfeld.
Questo storico cretino ha appaltato per concorso-appalto il più inevitabile dei monopoli naturali: la guerra, convinto di aumentarne «l’efficienza».
Così in Iraq, soldati di Stato che vanno incontro alla morte per 17 mila dollari l’anno sono ogni giorno affiancati da mercenari forniti da ditte private, come la Kellogg Brown & Roots (filiale Halliburton), che guadagnano 12-15 mila dollari al mese: splendido incentivo al morale della truppa e alla disciplina bellica.
La guerra privatizzata si rivela insieme disastrosa e costosissima.
Forse, la sua stessa enorme durata dipende dall’«incentivo» dei fornitori privati di servizi bellici a farla durare quanto più possono.
Ultra-privatizzata anche la cosiddetta ricostruzione dell’Iraq: la causa stessa, secondo Rich, dell’invelenimento della popolazione occupata contro gli americani, dell’odio degli iracheni per questi violenti che sono allo stesso tempo incapaci di fornire energia elettrica, acqua pulita e ospedali efficienti - che erano un dato assicurato sotto lo statalizzatore Saddam.

La ditta che ha vinto il più degli appalti dopo l’Halliburton, la Parson Corporation, doveva riattare 150 ospedali iracheni; ne ha riadattato venti.
Doveva costruire muri di cinta in 17 fortilizi che, secondo Rumsfeld, avrebbero bloccato l’infiltrazione di «terroristi dall’Iran».
Nemmeno una di queste muraglie è stata elevata.
Spesi già due milioni di dollari su quattro per ridare l’elettricità alla gente, la maggior parte degli iracheni riceve energia elettrica per un’ora al giorno, spesso per un’ora ogni quattro giorni.
Bambini, malati e feriti muoiono negli ospedali senz’aria condizionata, nel proibitivo clima iracheno.
Privati di lusso fanno miliardi fornendo (hanno vinto l’appalto) giubbotti corazzati ai soldati USA: i marines li hanno rifiutati perché facilmente perforabili.
Il corpo del Genio ha obbligato la Parson ad abbandonare la costruzione di nuovi carceri (appalto da 100 milioni di dollari) visto che la ditta è in ritardo di due anni per la consegna.
Nel complesso, almeno 30 miliardi di dollari (40 mila miliardi di vecchie lire) di soldi dei contribuenti sono stati ingoiati in queste inefficienze e malversazioni del «privato» goloso di appalti.
E naturalmente i responsabili privati del disastro pubblico non vanno in galera, perché hanno buoni amici nel governo.

C’è da chiedersi se l’alternativa - la giudiziarizzazione della vita, il tintinnare permanente delle manette e le intercettazioni continue su ogni atto privato per il solo fatto di essere in rapporto col pubblico - sia davvero appetibile.
Eterogenesi tragicomica dei fini, la privatizzazione per «concorso d’appalto competitivo» amplia enormemente il controllo pubblico sul «mercato» presunto.
Gli americani che pensano, almeno, stanno cominciando a capire che il «mercato» e le «iniezioni di privato» non possono sostituire il senso dello Stato.
Che le privatizzazioni hanno profondamente demoralizzato, ossia privato di moralità, il settore pubblico, trascinando nel fango (ma la parola deve essere più forte) la legittimità e la dignità dello Stato: ormai trasformato in un’accolita di cricche intese a saccheggiare i fondi pubblici per profitti privati, anche a costo di vite umane - irachene ed americane alla pari.
Ma proprio per questo, la resipiscenza non ci rallegra.
La bancarotta della privatizzazione applicata al settore pubblico, che presto diventerà una cultura nuova negli Stati Uniti e implicherà una certa misura di ritorno all’antico, «meno mercato e più Stato» (Frank Rich rievoca il New Deal di Roosevelt, che fu un grandioso tentativo di nazionalizzazioni e lavori pubblici contro i disastri della crisi privatista del ‘29), da noi avrà un solo effetto probabile: fornire alibi agli statalizzatori ideologici attardati, paleo-comunisti e burocrati.

Da noi, il senso dello Stato negli statali è stato sempre debole, infinitamente più debole che in USA e in Gran Bretagna; l’orgoglio e la competenza nella gestione di monopoli naturali, sempre vacillante.
Per troppi, lavorare nello Stato non significa un alto impegno morale (che viene ritenuto «fascista») a servire la cittadinanza nel modo migliore possibile.
Si tratta di servirsi, invece, riempiendosi il piatto: negli ultimi 5 anni, le paghe degli statali sono aumentate del 30 %, mentre quelle dei dipendenti privati del 15 %; è questo l’andazzo dominante. Negli anni delle cosiddette privatizzazioni, i grand commis pubblici hanno lucrato e approfittato dell’ideologia privatizzatoria; ora lucreranno nel nuovo clima ideologico statalista.
Già sacralizzano - vedi Ciampi, Scalfaro, Napolitano - i loro privilegi indebiti, di casta sicura e inamovibile, e proteggono la loro inefficienza truffaldina con la maestà della legge.
E guardano con ostilità non celata alla domanda che viene dal settore privato vero, ossia dai cittadini che vogliono semplicemente vivere e migliorare senza sconti, ma anche senza troppi legami inutili.
Una gragnuola di regolamentazioni - puntigliose, minuziose e ostili - sta per cadere addosso a questo settore, che è la sola vera risorsa, e che già ne subisce troppe, mai smantellate nell’era ideologica precedente (2).
La soffocherà.
Soffocherà la libertà: l’esercizio della volontà, che è la libertà privata, viene sempre più messa sotto controllo, anzitutto giudiziario e intercettatorio.
Si salvi chi può.

Note
1) Frank Rich, «A shadow government rife with corruption», New York Times, 26 giugno 2006.
2) A questo proposito, consiglio la lettura del blog www.limprenditore.blogspot.com. Un’azienda privata non riesce ad ottenere dal settore pubblico l’autorizzazione per asfaltare una rampa, che è suo proprio terreno, dove deve far passare i TIR. Alcune leggi fiscali più dure del passato diventano retroattive grazie al governo di sinistra (sicurezza del diritto). Le strane banche italiane (la loro liberalizzazione non è mai avvenuta) si comprano l’un l’altra crediti inesigibili, evidentemente per nascondere i profitti enormi sotto perdite fittizie. Un imprenditore riceve oggi il rimborso di un suo credito che giaceva…dal 1992. E’ solo qualche esempio. Lettura altamente istruttiva.

FONTE: EFFEDIEFFE