02 giugno 2006

L’impero Goldman Sachs fa male alla salute

di Maurizio Blondet

WASHINGTON - E così, anche la Casa Bianca è sotto il controllo diretto di Goldman Sachs, la più grossa banca d’affari dell’universo, quella stessa che ci ha assegnato, a noi italiani, i suoi dipendenti Mario Draghi e Monti.
Alcuni lettori vogliono da me un commento, e non so bene cosa rispondere.
Con la nomina di Hank Paulson - presidente e direttore esecutivo di Goldman Sachs - al Tesoro USA, è evidentemente il controllato che ha occupato il posto del controllore.
Nel momento in cui il collasso provocato dalla finanza senza scrupoli che la super-banca rappresenta, potrebbe indurre l’apparato pubblico ad alcune misure di freno alla deregulation, qualche provvedimento sgradito agli speculatori finanziari.
Come ovvio, ora nessuna riforma del sistema impazzito sarà più possibile.
Gli interessi della finanza iper-speculativa sono garantiti dal ministro del Tesoro.
Dopo tante urla sui conflitti d’interesse di Berlusconi anche sui giornali dell’alta finanza anglo-americana (dall’Economist al Financial Times) è molto istruttivo che non un sospiro si levi nel mondo a far notare il conflitto d’interesse di mister Paulson.
Questo «cristiano scientista» (la sua setta si chiama così) che l’anno scorso ha ricevuto in emolumenti Goldman 38,8 milioni di dollari, oggi va a contentarsi di 171.900 dollari annui come «statale»: a guadagnare cioè un quinto di uno a scelta dei nostri statali di lusso, come Mario Draghi.

Ma Paulson non è un eroe dell’interesse pubblico: non è solo il massimo dirigente della super-banca d’affari; ne è anche il maggior azionista individuale (1).
Stranamente, nessuno in USA chiede che, almeno, venda le sue azioni.
Perchè nessuno fiata?
Per lo stesso motivo per cui si può attaccare e deridere Berlusconi e perfino Bush, ma non un membro della Goldman Sachs che va e viene da posti di governo in cui non dovrebbe stare: per paura.
Come scrive Machiavelli (e mi ha ricordato un amico greco, Dimitri Michalopoulos) (2) la risposta è in un passo del Principe che cerco di rendere in italiano moderno: «Gli uomini hanno meno ritegno ad offendere un [governante] che voglia farsi amare, che uno che si faccia temere. Perché l’amore è tenuto a un vincolo di obbligo il quale, essendo gli uomini malvagi, viene rotto ad ogni occasione di utilità propria; ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai».
Immortale Machiavelli: il potere è ancora quello, non cambia mai.
Gli uomini non agiscono che per il loro interesse e non obbediscono se non per paura.
Il timore resta il motivo primordiale della politica, e il potere è potere di far paura, di poter minacciare danni, miseria e peggio, a chi si oppone.
Bush, in calo disastroso nei sondaggi, abbandonato dalla volontà popolare, si appoggia ormai apertamente alla sola «volontà» da cui si riconosce dipendente.

Mostra apertamente che è una marionetta controllata, e si affianca sulla scena il burattinaio. Immagino conti così di garantirsi l’appoggio dei poteri da cui dipende, molto più decisivi dei voti degli elettori.
E’ un fatto che questi poteri non governano più solo dietro le quinte; nel momento in cui si profila una tempesta che può essere loro fatale, prendono direttamente le leve del comando.
Per altri versi, la nomina dell’azionista Goldman Sachs al Tesoro non è che un’ultima dimostrazione, particolarmente plateale, del carattere che l’amministrazione Bush ha avuto fin dal principio.
Con Rumsfeld al Pentagono, sono le aziende di produzione militare che hanno preso il loro principale committente e cliente.
Con Dick Cheney a fare il vero presidente in carica, sono le petrolifere che hanno occupato il governo e lo manovrano per i loro interessi strategici.
E’ l’esito estremo, parodistico, di un potere pubblico fanaticamente «privatizzatore».
Nei giorni scorsi l’America ha visto un ultimo, incredibile esempio di «privatizzazione». Un’associazione medico-scientifica, l’American Society for Hypertension, ha enunciato una nuova e più ampia definizione dell’ipertensione.
Prima, la diagnosi di ipertensione era semplicemente fondata su un solo elemento: una pressione sanguigna superiore a 140/90.
Oggi, l’associazione dichiara «iperteso» un paziente che abbia pressione inferiore a quella, ma presenti certi altri sintomi deducibili da specifiche analisi.

La nuova definizione non ha nulla di scientifico.
E’ dovuta al fatto che la American Society for Hypertension ha ricevuto una donazione di 75 mila dollari da tre colossi farmaceutici, Novartis, Merck e Sankyo, con la promessa di altri 700 mila dollari per promuovere la nuova definizione tra i medici di base, invitati a cene di «informazione» a questo scopo (3).
Le farmaceutiche hanno voluto crearsi dei nuovi pazienti, pagando una mancia ai dottori specialisti. Ad avere una pressione alta sopra i 140/90 sono ben 64 milioni di americani, ma ciò non basta al business.
Ci sono altri 59 milioni che hanno pressione sui 120/80: definirli patologici «pre-ipertesi» significa aprire un nuovo immenso mercato per i farmaci, con grande vantaggio dei bilanci.
Nel capitalismo terminale, sono le imprese farmaceutiche a definire che cosa è malattia; è ovvio che sia un banchiere privato a definire i compiti del ministero di controllo dei banchieri, il Tesoro.
Così anche in questo il capitalismo terminale e il liberismo privatistico e parodistico diventa sempre più simile al sistema sovietico.
Non solo perché anche là la confusione fra partito e Stato era totale.
Soprattutto, perché la teoria marxista, applicata con rigore dal socialismo reale, rendeva impossibile la vita umana.
Non a caso, essere americani fa male alla salute, come ha scoperto un’indagine statistica della American Medical Association.

Negli Stati Uniti dove la sanità è totalmente privata, un americano spende il 40% più di un inglese per la salute, ma si ammala di diabete il doppio.
E ciò indipendentemente dalla classe sociale, anzi: il terzo di americani più ricchi sono in media più malandati e malati del terzo degli inglesi più poveri.
E ciò, nonostante gli inglesi siano più forti bevitori e accaniti fumatori (4).
Il motivo è ovvio.
Le assicurazioni sanitarie private non coprono le lievi spese e le modeste cure che possono prevenire malattie come il diabete, mentre pagano gli interventi estremi - come l’amputazione di arti - che diventano necessari alla fine del decorso diabetico: benchè più costose, queste «terapie» sono meno frequenti di una prevenzione di massa.
Il sistema sanitario inglese spende un poco di più in prevenzione, e così risparmia sugli interventi eroici e distruttivi finali.
Tra i 55 e i 64 anni, diabete e ipertensione devasta due volte più gli americani che gli inglesi.
Naturalmente, v’è da tenere in conto che gli americani lavorano 46 settimane l’anno e per più ore ogni giorno, contro le 41 degli inglesi.
E si potrebbe chiamare in causa l’alimentazione, che in USA è totalmente industriale.
Per affezionare i clienti ai loro prodotti, le imprese alimentari USA li rendono «più saporiti».
E il modo più economico di rendere saporiti i cibi, è aggiungere sale e grassi.
Abituati a questi sapori fin dall’infanzia, i bambini americani mangeranno le stesse cose da adulti. Due su cinque finiranno mostruosamente obesi.

La pubblicizzata introduzione di cibi «sani» è un inganno nell’inganno.
McDonald’s ha lanciato la linea delle insalate, e contemporaneamente, il «Dollar Menu», doppio cheeseburger, patate fritte, bevanda e dolcetto per un dollaro, dicesi uno.
In media, un negozio McDonald’s vende 400 «Dollar Menu» ogni 50 insalate.
«Un successone, specie fra i giovani di colore a basso reddito, che non hanno sempre sei dollari in tasca», esulta Steve Levigne, vicepresidente della McDonal’s USA, sezione ricerche di mercato: le insalate «naturali» costano 3,19, un «sano» hamburger di pollo, 4,29.
Nell’insieme, 6 dollari sono il minimo per non deglutire spazzatura pura e semplice da McDonald’s (5).
Negli Stati Uniti dominati dalla finanza, si vendono pasti da un dollaro.
Esiste un mercato pauperistico.
L’impero Goldman Sachs è questo: l’american dream che si è volto in incubo e miseria
semi-sovietica.
Questo è anche il nostro futuro.
Però, contrariamente a quel che imponeva l’impero sovietico, l’impero Goldman, Sachs & Co. non toglie a noi impauriti le consolazioni della fede: naturalmente dell’unica fede rimasta, la sola fede da professare pubblicamente e globalmente, che si celebra nella «memoria» liturgica obbligatoria.
Questa fede, apprendiamo, ha già i suoi profeti e già fiorisce di miracoli.

L’ultimo miracolo corre sulle agenzie: «La Madonna a Fatima previde la Shoah».
Di questa profezia non si era mai avuta notizia dal 1917, anno delle apparizioni portoghesi.
Ora ci assicurano che suor Lucia avrebbe scritto la circostanza in un diario nel 1955; diario inedito, che guarda caso sarà pubblicato il 10 giugno.
La Vergine parlò nel ‘17 ai pastorelli di una guerra «che vorrà sterminare il giudaismo da dove provenivano Gesù Cristo, la Madonna e gli Apostoli che ci hanno trasmesso la parola di Dio ed il dono della fede, della speranza e della carità, popolo eletto da Dio, scelto fin dal principio» e per questo «popolo della salvezza» (6).
Tutto vero, naturalmente.
E non pensate ad una bufala, soprattutto non ditelo: vi pende sul capo l’accusa di negazionismo. Non solo antisemita, ma ormai anche anticattolico (7).
Considerate invece umilmente come anche la Vergine aderisse già allora alla fede pubblica civile e mondiale, oggi resa obbligatoria per legge nei nostri tempi felici.
E come, con le precise parole della nuova liturgia, ricalcasse già nel 1917 la neo-teologia sull’elezione perenne del popolo eletto.
Il terzo segreto di Fatima è finalmente rivelato.
Questa è una rivelazione più grande di quella dell’Immacolata Concezione, richiede un’enciclica che la proclami urbi et orbi e ne spieghi le profonde implicazioni teologiche.
La attendiamo con ansia, mentre celebriamo i riti mea culpa dal culto olocaustico per i noachici.
A meno che non arrivi invece una smentita; ma non ci si speri troppo.

Note
1) Financial Times, 31 maggio 2006.
2) Dimitri Michalopoulos, «L’Islam et ‘le Prince’ de Nicolas Machiavel», atti del convegno «Arab and Islamic world», Divri, Grecia, 2003.
3) «Redefining hypertension», International Herald Tribune, 31 maggio 2006.
4) Paul Krugman, «Our sick society», New York Times, 5 maggio 2006.
5) Melanie Warner, «McDonald’s revival ha hidden health costs», 6 maggio 2006.
6) Pubblica il mirabolante documento una casa editrice cattolica, detta Zenit. Proseguono le agenzie: «nell’introduzione, padre Geremia Carlo Vechina, confessore di suor Lucia,racconta che la veggente aveva lavorato alla stesura di uno scritto sulle
passate apparizioni della Madonna su richiesta dell’allora generale dell’Ordine dei Carmelitani, Anastasio Ballestrero, futuro cardinale che sarà anche presidente della CEI scomparso nel 1998, in occasione di una sua visita a Coimbra nel 1955. Il diario, in seguito, fu inviato a Roma per ordine di Papa Paolo VI, ‘ma - scrive padre Vechina - rimase dimenticato negli Archivi Vaticani’ insieme al famoso terzo segreto di Fatima che un altro Papa, Giovanni Paolo II, farà conoscere al mondo solo nel 2000, in
pieno Giubileo. Terzo segreto che, come si ricorderà, prevedeva una lunga serie di persecuzioni per la Chiesa, fino a presagire il ferimento di ‘un vescovo vestito di bianco’, immagine che non pochi osservatori - Papa Wojtyla in testa - hanno messo in relazione all’attentato di Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro».
7) Ricordare magari quel che diceva l’antiquato Vangelo, sui tempi ultimi dell’Anticristo: «Farà prodigi tali, da sedurre, se possibile, persino gli eletti». «Siederà sul trono di Dio, dichiarando dio sé stesso» e pretendendo culto divino. «Ma prima verrà l’apostasia», e così via. Ricordi di una vecchia religione ormai superata.

FONTE: EFFEDIEFFE