21 giugno 2006

Referendum costituzionale: assolutamente SI!

di Domenico Savino

Dunque domenica si torna a votare, e questa volta per modificare la Costituzione.
Le previsioni meteo di lungo periodo dicono bel tempo ovunque.
Andate dove vi pare, al mare, in montagna al lago, dalla zia o statevene finalmente a casa vostra con l'aria condizionata (se ce l'avete) sparata a palla a guardare i Mondiali, ma non dimenticatevi di andare (oltre che a Messa!) a votare.
E di votare SI.
Vincerà il No, ma non importa.
Non starò a tediarvi sui lati positivi della riforma, perché dovrei onestamente evidenziare anche quelli negativi.
Ci metterei troppo tempo, molti si annoierebbero e se proprio siete interessati alla cosa ci sono altri siti che vi spiegheranno ogni cosa meglio di quanto non riuscirebbe a me. (1)
Il mio, poi, è un intervento estemporaneo, non un trattato di ingegneria costituzionale comparata: per questo c'è il professor Sartori, che dall'alto della sua sapienza e saccenza, vi inviterebbe certamente a votare no.
E questo è un motivo di più per votare SÌ.
Dunque spieghiamo il perché.
In Italia non si può parlar male di alcune cose: che so: delle conquiste delle donne, della «resistenza», del Vaticano II, di Ciampi, degli ebrei, dell'uguaglianza, dei diritti civili, dell'aborto, del profilattico, delle Organizzazioni non governative, della tolleranza, dei gay, della pillola, dei sindacati, della Charitas, dell'Unione Europea, degli immigrati, di Papa Giovanni, delle «due Simone», dei cooperanti, dell'impegno civile, dell'associazionismo, del volontariato.

Sì, ma che c'entra la Costituzione?
C'entra, eccome!
La Costituzione della «repubblica nata dalla 'resistenza'» è la cartina al tornasole di quel vasto corpo sociale, culturale, finanziario e politico che nella nauseante melassa conformistica, progressista, ottimista, glicemica in quei valori si identifica.
La Costituzione è la Magna Charta del buonismo, il vangelo del catto-comunismo, l'ideologia del vetero-marxismo, l'icona del passatismo, il salterio del reducismo, l'anima del resistenzialismo, l'alibi del lobbismo.
La Costituzione è un tabù, è l'«immacolata concezione» della repubblica che, pur essendosi in realtà concessa a quasi tutti in mille congiungimenti non canonici, esibisce la propria verginità a chiunque osi metterne in discussione le dubbie virtù e il mito del grandioso concepimento: sentirete allora evocare i nomi sacri dei «padri» della Patria, Togliatti, De Gasperi, Terracini, Dossetti,
Moro, Einaudi, Nenni, Parri, Saragat, unitamente a fior di giuristi che si cimentarono in quell'intrepido agone.
Alla fine vi parleranno di una mirabile sintesi di libertà, democrazia ed eguaglianza, del connubio tra i valori marxisti, liberali e cattolici, di un sublime equilibrio di poteri, di una insuperata capacità di mediazione, via proseguendo col riconoscimento dei valori delle autonomie, tutto ciò preceduto dal prodigioso incipit dei «principi fondamentali».
Naturalmente non vi diranno che molte parti di questa insuperata cattedrale dell'astrazione giuridica sono rimaste inattuate (le regioni sono state istituite solo nel 1970), che altra parte è stata ignorata (tutta la materia relativa ai sindacati e quella relativa al diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende), che altra ancora viene interpretata (lo è il riferimento alla famiglia e alla sua identità), che altra è stata stravolta (pensiamo all'esercizio della sovranità popolare).

In realtà la costituzione nata dalla «resistenza» è un mostro, un ircocervo, una chimera
col cuore marxista, la pancia catto-progressista, la testa azionista e le zampe liberali.
E' talmente una costruzione astratta, che subito si è sviluppata, a fianco di quella formale, una Costituzione materiale che non ha stravolto la prima, l'ha semplicemente ignorata.
Ciò nonostante la Costituzione è un totem che è stato agitato come una clava da tutti coloro che quella carta intendevano ed intendono interpretare ed usare conformemente alla propria prospettiva politica partigiana e settaria, inventandosi persino - quale conventio ad excludendum verso una forza politica legittimamente rappresentata in parlamento (l'ex MSI) - la formula magica e bizantina dell'«arco costituzionale».
Se l'Italia ad un certo momento della propria storia recente ha rischiato la guerra civile e ha visto i propri figli spararsi addosso, forse è anche colpa di quello «spirito della 'resistenza' » che gli estensori della Costituzione vi hanno copiosamente versato dentro e che hanno continuamente alimentato.
La Costituzione repubblicana è lo strumento giuridico attraverso cui il Risorgimento anticattolico si salda alla «resistenza» antifascista, trasmettendo così l'idea della continuità tra anticattolicesimo e antifascismo.
L'antifascismo, linfa della Costituzione, è divenuto così la nuova religione civile, il «credo» che avrebbe unificato in un magico esorcismo forze tra loro estranee, contaminandole in un'unica ideologia progressista.

Carlo Azeglio Ciampi, il nuovo «papa laico» dopo la morte di Bobbio, ha espresso chiaramente questo afflato pseudo-religioso: «La Costituzione», ha detto nel suo appello al dialogo, «è stata e rimane la mia Bibbia civile, il testo su cui ho riflettuto in ogni momento difficile».
«L'antifascismo è la religione civile dell'Italia e il 25 aprile è il ricordo di coloro che hanno costituito la Repubblica con la Costituzione».
Lo ha detto il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti nella manifestazione di Marzabotto.
«Per questo, il 25 aprile giorno della liberazione con il ricordo della Resistenza, è una pagina fondativa del nostro stare insieme, della nostra convivenza».
La cosa non ha avuto effetti nefasti solo nella vita civile, ma anche e soprattutto in quella ecclesiale, giacchè è stato all'interno del mondo cattolico che - partendo dall'esperienza resistenziale e costituente - si venne affermando l'idea che il vecchio cattolicesimo doveva essere buttato a mare, perché compromesso con la storia passata, per sostituirlo con un cattolicesimo aggiornato ai tempi e che occorresse addirittura una nuova pentecoste nella Chiesa, un'azione dello «spirito» che la purificasse dalle contaminazioni arcaiche: almeno in Italia dietro il Vaticano II, le sue utopie e i suoi errori c'è anche (non solo, ma anche!) questo.
I seguaci di Dossetti sono soliti ripetere con orgoglio parlando del loro «padre»: «ha fatto la Costituzione e il Concilio».
Certo, c'è un eccesso di protagonismo, ma questa espressione ha in sé un qualche verità.

E' lo stesso Dossetti a rivendicare esplicitamente a sé d'aver «capovolto le sorti» dell'assise conciliare grazie alla propria «tecnica partigiana» , determinando la vittoria dei modernisti e la sconfitta dei tradizionalisti: «abbiamo in qualche modo contribuito con la nostra azione precedente anche all'esito del Concilio. Si è potuto fare qualcosa al Concilio in funzione di un'esperienza storica [da me] vissuta nel mondo politico, anche da un punto di vista tecnico assembleare che qualcosa ha contato. Perché nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare, sorretta da[l giurista Costantino] Mortati, ha capovolto le sorti del Concilio stesso. [Il cardinale Leo] Suenens mi disse un giorno: 'ma lei è un partigiano del Concilio!'. Io agivo come partigiano». (2)
Peraltro fu proprio Dossetti dopo il 1994, quando Berlusconi vinse per la prima volta le elezioni e quando con il professor Miglio sembrava davvero imminente la modifica della Costituzione, a rompere un silenzio durato decenni e a lanciare i Comitati per la difesa della costituzione, subito accolti con entusiasmo da tutto il vecchio mondo cattocomunista.
La difesa della Costituzione, la sua intangibilità, soprattutto perché operata da chi - come la maggioranza berlusconiana - non ha avuto parte nel redigerla, appare ai sacerdoti e alle vestali della repubblica nata dalla «resistenza» un atto sacrilego e per qualcuno tra i cattolici di sinistra essa è addirittura percepito come una profanazione della memoria e uno sfregio all'icona del loro monaco e «padre», Giuseppe Dossetti.
In realtà un'analisi di ciò che la Costituzione ha prodotto, dovrebbe indurre i suoi difensori a riflessioni critiche, ma, come tutte le ideologie, la Costituzione se ne frega della realtà: se i fatti le danno torto, tanto peggio per i fatti.

La parte della Costituzione che è oggetto di referendum, poi, è la seconda parte, quella che riguarda le competenze legislative di Stato e regioni, la forma di governo, il bicameralismo; il sistema delle garanzie.
Non è uno stravolgimento della carta costituzionale, è una sostanziosa modifica di quella parte che più ha palesato criticità e disfunzioni.
Non si tratta pertanto di una riforma costruita dal nulla, in una baita a Lorenzago da quattro «saggi», ma di una articolata e complessa riforma scaturita al termine di oltre vent'anni di riflessioni, di proposte politiche, di elaborazioni culturali.
Proprio sulla seconda parte della Costituzione i suoi difensori dovrebbero semplicemente eclissarsi, scomparire, evaporare.
A causa del «complesso del tiranno» - come ricordano i costituzionalisti - i «padri della Costituente» ci hanno regalato il più inutile, farraginoso, inefficiente, costoso, clientelare sistema parlamentare di governo.
Ossessionati dall'idea che qualcheduno si affacciasse di nuovo dal balcone di Palazzo Venezia, i costituenti hanno creato un sistema bicamerale assolutamente speculare, in cui l'iter legislativo appare lunghissimo, inutilmente ripetitivo, soggetto a continue imboscate, a nuovi continui rinvii, a forme di ricatto parlamentare senza confronto nel panorama internazionale.
Purtroppo di questo complesso non si sono mai liberati.
Ha scritto proprio Dossetti, nel messaggio inviato alla II Assemblea Nazionale dei Comitati per la Costituzione, riunitosi a Monteveglio il 23 settembre 1995: «quello che non si potrà mai fare - senza una vera rottura della nostra legalità costituzionale e di tutto il nostro ordinamento giuridico ed etico - è da una parte piegarsi ad avventure bonapartistiche».

A ciò si aggiunga che il sistema è concepito in modo che la volontà popolare possa continuamente essere mediata (cioè ignorata) dalle forme di rappresentanza e designazione indiretta (i compromessi partitocratrici).
Il presidente del Consiglio non è eletto direttamente dal popolo, ma nominato dal presidente della repubblica, sottoposto a fiducia preventiva delle due Camere, rimanendo sempre ostaggio di una maggioranza costretta a cedere e concedere, per non cadere nelle imboscate dei franchi tiratori e degli accordi trasversali sottobanco.
Si aggiunga che per lustri il sistema costituzionale si è accompagnato con una legge elettorale proporzionale senza sbarramento e il risultato è stato quello di 60 governi in 60 anni, con la media di 1 governo all'anno, compresi quelli di coalizione, del presidente, di solidarietà nazionale e quelli balneari.
E' stato questo sistema a esaltare tutti i vizi italici, a promuovere ogni forma di clientela e corrutela, a erigere a sistema la tangente come strumento di governo, a fare del parastato la foresteria dei gruppi politici, particolarmente di quelli che, senza arte né parte, pensarono di poter governare le aziende pubbliche contro quelle private.
Furono gli oligarchi dei governi di centrosinistra a costituire se stessi in potentati economici all'interno del sistema di partecipazione statale e a spingere sempre più il sistema Italia sull'orlo della bancarotta, per svenderlo all'inizio degli anni Novanta ai potentati internazionali, accorsi presso i patrii lidi a bordo del panfilo Britannia, mentre nel frattempo la bufera di Tangentopoli decapitò la parte della vecchio classe politica meno funzionale al nuovo corso.

Ma loro, i «culi di piombo» del sistema costituzionale rimasero tutti lì, cambiando semplicemente poltrona: il più impresentabile di tutti, Oscar Luigi Scalfaro, si assise addirittura al Quirinale.
E' stato questo sistema a continuare nel sud Italia quella politica coloniale iniziata all'indomani dell'unificazione, a pagare alla mafia il tributo per l'aiuto offerto allo sbarco americano in Sicilia, a farne l'esercito di riserva per calmierare i salari quando si ebbe il boom dello sviluppo industriale del nord.
Fu il sistema che nacque da un'architettura costituzionale gracilissima a ricercare ad ogni costo la pace sociale mediante una demagogica politica del lavoro, accompagnata dall'aiuto alle grandi imprese e alle imprese di Stato, per nulla incentivate all'ammodernamento e allo sviluppo del loro sistema produttivo.
Fu il medesimo sistema a far nascere una politica di relazioni industriali che affidava ai sindacati un sostanziale potere di veto, a partorire politiche economiche e sociali assistenziali, creando quella voragine nel debito pubblico e nella spesa previdenziale che accentuano il divario nord-sud, determinano condizioni di rilassatezza e rassegnazione in ampie aree del Meridione, unitamente a politiche di scandalosa corruzione e vergognoso clientelismo, che deprimono irreparabilmente anche solo l'ipotesi di una rinascita e di uno sviluppo autonomo di quelle aree.
Il simbolo di questa politica fu la famigerata Cassa per il Mezzogiorno.

Qualche dato aiuta a capire meglio queste affermazioni: alla fine degli anni Settanta le pensioni di invalidità assorbono in Italia il 20% circa delle risorse destinate ai programmi di garanzia del reddito, a fronte di una media del 7-8% nelle altre nazioni.
Tra il 1959 e il 1972 le pensioni di invalidità salgono da 1 a 4 milioni, raggiungendo le pensioni di vecchiaia, che registrano nello stesso periodo un aumento nettamente inferiore, passando solo da 3 a 4 milioni.
Nel decennio successivo si assiste addirittura ad uno scavalcamento e nel 1978 esse superano la cifra record di 5.300.000.
Secondo la stima di Onorato Castellino nel periodo 1946-1973 sarebbero state erogate ben 2.400.00 pensioni «ingiustificate», cioè attribuite a persone non invalide.
Inoltre se nel 1945 gli esborsi per le pensioni e per gli assegni familiari sono più o meno equivalenti, rappresentando in entrambi i casi il 45% circa della spesa totale (mentre il restante 10% è ripartito tra le indennità per malattia, maternità, disoccupazione e infortunio) nel corso degli anni seguenti il costo dei due programmi assume un andamento a forbice: le pensioni assorbono una quota sempre più consistente del bilancio previdenziale, fagocitando intorno al 1967 i due terzi delle risorse complessive; gli assegni familiari invece perdono precipitosamente terreno, attestandosi nello stesso anno su un livello pari al 22%, destinato peraltro ad abbassarsi ulteriormente, pur in presenza di un saldo demografico ancora molto positivo.
Questa drastica riduzione di importanza si verifica nonostante il numero dei percettori di assegni familiari aumenti considerevolmente sia negli anni Cinquanta (quando il programma era limitato ai lavoratori dipendenti) sia negli anni Sessanta (quando viene esteso al settore agricolo e ai disoccupati).

La notevole consistenza dei beneficiari è infatti controbilanciata dall'esiguità delle prestazioni, che essendo a somma fissa subiscono un processo di erosione inflazionistica.
In mancanza di appropriate misure di adeguamento, gli assegni familiari finiscono progressivamente per perdere quella importante funzione di integrazione dei redditi che svolgevano nel corso degli anni Cinquanta.
L'eclissi di una politica per la famiglia comincia allora.
Per avere un'idea dei diversi ordini di grandezza, possiamo notare ad esempio come nel 1967, a fronte degli oltre 3.000 miliardi di lire investiti per l'insieme delle pensioni di vecchiaia, invalidità e superstiti, vi sia una spesa di circa 1.000 miliardi per assegni familiari, e di soli 88 miliardi per la disoccupazione, 196 per gli infortuni e 157 per indennità di malattia e maternità.
In termini di lire costanti (cioè depurate dall'inflazione) la spesa pensionistica cresce nel decennio 1971-1980 da 4.500 a 10.094 (in termini monetari da 4.550 a 37.500 miliardi).
Tornando agli enti locali, la pressoché totale dipendenza della spesa dai contributi statali consentiva ai comuni emiliano-romagnoli di spendere 804.000 lire per abitante (esaltando così il carattere virtuoso del modello emiliano a danno delle altre aree del Paese) a fronte di 492.000 di quelli piemontesi o di 496.000 di quelli pugliesi.
Proprio la totale assenza di una preponderante autonomia impositiva spezzava il circuito di responsabilità che dovrebbe stabilirsi tra cittadini/elettori e amministratori/eletti.
La pubblica amministrazione diventa così strumento di politica occupazionale e clientelare,
specie nel sud.
Il processo di meridionalizzazione avviato dallo Stato unitario già all'inizio del secolo procede in maniera marcata.
Nel 1954 il 43% degli impiegati era di origine meridionale e insulare e questo dato sarà destinato a crescere, ben oltre il dato della percentuale di popolazione di quelle aree.

Tra il 1956 e il 1968 il numero delle direzioni generali dei ministeri è cresciuto del 70% e quello delle Divisioni del 134%.
Nel 1962 su 96 direttori generali dei ministeri, 60 erano di origine meridionale e insulare.
Se nel 1957 il 65% dei posti in organico nei ministeri era per i 4 gradi inferiori, nel 1969 tale percentuale scendeva al 49%.
Insomma tutti «graduati». (3)
Il mito del posto statale diventa al sud il miraggio, compromettendo per sempre qualunque spirito imprenditoriale, abbandonando intere popolazioni alla rassegnazione e consegnandole alla criminalità organizzata, che ha diffuso specie tra le masse più dequalificate l'ethos di una vita senza sudore, ove alla figura disprezzata dell'uomo che si guadagna il pane col suo lavoro (omme 'e fatica), viene contrapposto l'omme 'e camorra (colui che vive senza lavorare).
Tutto ciò, si badi, con il consenso esplicito di quel partito comunista che, presentato come il pericolo contro il quale bisognava lottare con ogni mezzo, partecipava in realtà in modo consociativo alla spartizione del potere, votando mediamente a favore di gran parte delle leggi, debitamente emendate per soddisfare anche i «desiderata» e i clientes dell'opposizione.
E' questa decantata repubblica che ha alimentato ogni sorta di malaffare, che ha tollerato la piccola criminalità, perché è erosa all'interno da quella dei colletti bianchi.
E' questa repubblica nata dalla «resistenza» che ha ridotto lo Stato ad una parodia di se stesso, che ha svilito l'autorità, che ha fatto della demagogia e della retorica il «verbo» stesso della propria sopravvivenza, che ha trasformato la politica in pascolo delle clientele: è questa repubblica e la sua depravata forma di governo che ci ha regalato nell'ultimo governo Prodi 102 poltrone di governo e sottogoverno (ma quello di Berlusconi ci era andato poco lontano!).

Una Repubblica che ha respinto ai margini qualsiasi forma di autentico autogoverno locale e che in nome di una malintesa «solidarietà» ostacola un serio federalismo fiscale, il solo in grado di garantire sviluppo prima di tutto al sud, in quanto esso solo è capace di ripristinare quel circuito di responsabilità che può stabilirsi tra cittadini/elettori e amministratori/eletti.
Domenica e lunedì non voteremo una riforma che avrà lo stigma della perfezione.
Ma è l'unica riforma che è riuscita ad arrivare in porto.
Gli altri tentativi (Commissioni Bozzi e Anselmi, bicamerale D'Alema sono abortiti).
La volontà politica di cambiare non c'era, non ci poteva essere, non ci potrà mai essere.
Al più qualche ritocco, qualche modesto aggiustamento.
Per contro votare SI, vorrà dire prima di tutto dire SI alla possibilità di toccare l'«immacolata costituzione», toglierle quell'aura di sacralità che l'accompagna quasi fosse una «scrittura» rivelata: significa affermare con forza che la Costituzione, questa Costituzione, non è di «diritto divino».
Votare SI equivarrà a dire no a quel sistema di consociazione diffusa, di retorica generalizzata, di immobilismo istituzionalizzato, di buonismo nauseabondo che soffoca, prima ancora delle istituzioni, la cultura politica d'Italia.
Votare SI significherà chiudere forse per sempre il Risorgimento ed il suo modello di Stato giacobino, archiviare forse definitivamente la guerra civile, licenziare forse definitivamente la repubblica nata dalla «resistenza», sancire il principio di autodeterminazione del popolo sulle oligarchie, rendere cioè effettiva almeno un po' la sovranità popolare, ripudiare le forme elitarie della democrazia indiretta.

Votare SI potrà forse permettere di iniziare davvero una riforma del sistema fiscale, che leghi il prelievo fiscale e il suo utilizzo al territorio e obblighi i governanti e gli amministratori pubblici a rispondere del proprio operato non ad astratti e lontani cittadini, ma a quel corpo elettorale che li ha votati: è forse questo lo strumento più importante per ridurre la possibilità della malavita di occupare le istituzioni e spronare i cittadini a ribellarsi all'uso della politica come clientela.
Se la Costituzione nata dalla «resistenza» e partorita da tanti illustri «padri» ci ha regalato quest'Italia, lasciateci provare con un pezzo di Costituzione nata in un baita di montagna: peggio di quanto ha fatto questa, non potrà comunque fare.
Il fatto che alla guida del comitato per il NO ci stia quell'Oscar Luigi Scalfaro, che ieri schiaffeggiava una signora per il suo ardito decolté ed oggi sieda senza imbarazzo a fianco di Vladimir Luxuria è un altro indicatore a favore del SI.
E' quasi certo che il SI perderà, ma non importa.
Occorre votare e occorre farlo non solo per noi: occorre farlo - piaccia o meno (e confesso che è fatica!) - anche per quei fratelli nella fede, che sono - nonostante tutto - i cosiddetti «cattolici democratici».
Costoro, accecati dai loro miti, non si sono neppure accorti che proprio quei miti, già disgreganti nel loro esito, sono oggi per giunta cadavere.
I dossettiani Comitati per la costituzione celebreranno la sera di lunedì 26 una festa lugubre, quasi necrofila, sventolando bandiere con cui evocheranno una realtà inesistente e reiterando quella parte da «utili idioti» (nel senso proposto da Guareschi), che hanno recitato per decenni, senza accorgersi che la loro utopia di recuperare alla fede i comunisti attraverso una testimonianza austera nella sfera politica non ha oggi nemmeno la possibilità di essere pensata.
Per scomparsa dell'interlocutore.

Come ha scritto Ernesto Galli della Loggia è giunta alla fine quella «suggestione potente che ha attraversato tutta la vita politica italiana […] di un incontro tra due 'popoli' e due 'culture popolari' all'insegna della solidarietà sociale, della comune rappresentanza dell' 'umile Italia' delle masse raccolte all'ombra dei campanili e dell'idea socialista».
E ciò perché - come spiega il noto politologo su Il Corriere di domenica scorsa «la prospettiva cattocomunista è squarciata dal dissidio radicale - e che sembra destinato a radicalizzarsi sempre di più - proprio su quel terreno dei valori che un tempo, viceversa, era forse quello che più teneva insieme cattolici e comunisti. Questi ultimi, divenuti post, e andata perduta ormai ogni vestigia sociale di 'popolo', appaiono totalmente assorbiti entro un orizzonte 'borghese' che in nulla più si distingue da quello del resto della società italiana, un orizzonte definito da un fortissimo soggettivismo etico, da una spinta edonistico-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell'anticlericalismo. Il mondo cattolico e la Chiesa si trovano invece sulla sponda opposta: impegnati, come sanno e come possono, a combattere proprio contro il bagaglio etico e ideologico che oggi a sinistra raccoglie i maggiori consensi. E', la loro, una battaglia disperata, ma, almeno a giudizio di chi scrive, nobile e importante come spesso sono le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l'inevitabile conformismo, delle maggioranze. Quale che sia il suo esito, appare però chiaro che comunque anche su questo piano l'antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo». (4)

Note
1) http://www.sivotasi.it/riforma.php
2) Tratto da «A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola», Il Mulino, 2003, pagina 106.
3) Dati tratti da «Scienza dell'amministrazione e politiche pubbliche» a cura di Giorgio Freddi, La Nuova Scientifica Editore.
4) Il Corriere della Sera, 18.06.2006, «Sinistra e valori, fine del cattocomunismo», pagina 29.

FONTE: EFFEDIEFFE