20 giugno 2006

Superliberismo: collasso ideologico

di Maurizio Blondet

In un mesetto, i mercati hanno vaporizzato 3.500 miliardi di dollari.
Il World Index di Morgan Stanley è calato del 4,4 %.
Ma i paesi emergenti sono scesi dell’8 %, l’indice russo ha perso oltre l’11 %, e le azioni turche l’11,4 %.
E ormai sono i più celebri fautori ideologici del capitalismo finanziario a tirare tutti i segnali d’allarme che hanno sottomano.
Così Barron, la rivista più chic di Wall Street, il 6 maggio scorso ha additato gli hedge funds (che speculano coi derivati, e che colti di sorpresa dal crollo delle borse e dalla volatilità delle materie prime, hanno imbarcato enormi perdite finora occultate) come causa della potenziale rovina del sistema bancario.
«Giacchè gli hedge funds ad alto tasso d’indebitamento sono i principali venditori di contratti CDS (credit default swaps) alle banche, una parte sempre più consistente del rischio aggregato al credito del sistema bancario USA è detenuta da partecipanti non regolamentati e sottocapitalizzati, che hanno scarso interesse a limitare il rischio».
L’autore della suddetta frase, Chris Whalen capo dell’Institutional Risk Analytics, paventa che le insolvenze a catena dei funds possano provocare una nuova stretta di regolamentazioni, il che sarebbe la fine della grande giostra finanziaria.
«Certi eccessi nei mercati dei derivati over-the-counter [cioè non con quotazioni in borsa, senza controllo del ‘mercato’] ricordano molto la febbre speculativa alimentata un secolo fa dai pool di investitori privati in USA, una febbre che provocò crolli finanziari e la regolamentazione del mercato imposta da un Congresso indignato e sbigottito» (1).

Intanto Hong Kong ha suonato lo stesso allarme.
Il segretario capo (di fatto governatore) della piazza, Raphael Hui Si-yan ha accusato i mercati dei derivati: «sono assolutamente opachi, rendendo difficilissimo per i regolatori di cogliere le esposizioni reali del sistema finanziario», ponendo un rischio sistemico per l’intera area asiatica. Ad Hong Kong operano più hedge funds che in ogni altra piazza del pianeta, con 17 miliardi di dollari gestiti da 148 fondi.
Il governatore ha deplorato «l’altro volume e la grande complessità dei nuovi strumenti finanziari per il trasferimento del rischio, specialmente i derivati sul credito».
Nella propaganda liberista, i «credit derivatives» vengono descritti come una specie di assicurazione sui rischi del credito delle banche.
In realtà, spargono il rischio d’insolvenza in un’area enorme e imprecisabile.
Che cosa sono e come funzionano i derivati sul credito?
Gillian Tett, l’esperta dei mercati di capitale per il Financial Times, ha cercato di capirlo: e non c’è riuscita (2).
Non ha potuto far altro che raccontare la storia della loro creazione: una decina d’anni fa, degli allegri operatori della Morgan Stanley in vacanza-brainstorming a Boca Raton, fra bevute di long drink e buttandosi l’un l’altro nella piscina con matte risate, inventarono (parole loro) «uno strumento finanziario così complicato da non poter essere copiato facilmente» e che «apportasse un sacco di soldi» a loro.

Altro che assicurazione alle banche: l’opacità era stata programmata in anticipo.
Quello che la Tett ha capito è che questi strumenti sono capaci di produrre «una reazione a catena di insolvenze» per gli hedge funds che ci si sono gettati e per le banche che li hanno comprati.
Tanto più che nel frattempo strumenti anche più difficili da copiare (incomprensibili) sono stati gettati sul mercato, con nomi allusivi o enigmatici come «split capital trusts», «collateralized debt obligations», «market credit default swaps».
Tutti giocattoli che giocano col fuoco, fatti apposta per nascondere ai banchieri centrali e commerciali la vera catena delle esposizioni e «chi deve cosa a chi».
Nel 1998 due stupidissimi premi Nobel (premiati come inventori di algoritmi per la nuova economia) fondarono un loro fondo speculativo sui derivati, il Long Term Capital Management: che fece prontamente bancarotta, e il suo crollo fece tremare il sistema.
Eppure, il crack allora riguardò «solo» cinque miliardi di dollari.
Oggi i primi dieci hedge funds da soli vantano «attivi» (presunti) di 147 miliardi di dollari.
Ma ci sono migliaia di piccoli hedge funds, di cui non si sa nulla.
Poiché i loro gestori sono compensati in base ai profitti che fanno, il loro incentivo è di prendere rischi (puntare più alto alla roulette), approfittare dell’insider trading e ogni altra illegalità, e nascondere le perdite.

Le operazioni di questi fondi vengono di fatto buttate giù su pezzi di carta e non sono registrate; una transazione su cinque contiene errori, come ha appurato la International Swaps and Derivatives Association, e sono errori che coinvolgono miliardi di dollari.
I comportamenti nel settore sono stati definiti «da incoscienti» da Alan Greenspan, che si è detto «francamente colpito» dai metodi dei gestori.
Questi gestori sono incompetenti.
Ma non per quanto riguarda i loro propri guadagni: i manager dei primi 26 hedge funds hanno guadagnato ciascuno, nel 2005, una media di 363 milioni di dollari.
Uno fra loro, James Simons del Renaissance Technologies, ha incassato 1500 milioni di dollari. L’esempio dell’indebitamento imperterrito del governo Bush, e delle famiglie USA, oltre che i tagli delle tasse per i super-ricchi, ha dato a questi signori l’euforia e la sicumera necessaria per esagerare.
La celebrata deregulation, spinta fino all’assurdo, ha fatto il resto.
Nelle imprese USA (e non solo), la proporzione dei debiti sui guadagni propri (ossia ottenuti dalla attività produttiva o commerciale, non con speculazioni finanziarie) è nell’ultimo anno quadruplicata e, spesso, sestuplicata: migliaia di casi Parmalat in lista d’attesa, resi possibili dalla sostanziale sparizione di clausole legali a protezione dell’investitore, e da nuove regole che salvino le imprese dalla giusta e sacrosanta bancarotta.
Aziende gestite da incapaci e piene di debiti «adesso hanno un mercato, grazie agli hedge funds e ai loro strumenti finanziari» (3).
La festa è durata finchè il denaro costava poco o nulla.
Oggi indebitarsi costa di più, e dunque la rovina è imminente.

E questo avviene mentre l’organo globale preposto al controllo e al salvataggio del sistema finanziario mondiale, il Fondo Monetario, è nel pieno di una crisi strutturale e - soprattutto - intellettuale.
Il FMI ha finalmente cominciato a dubitare del «Washington Consensus», ossia dell’insieme dei dogmi liberisti e di deregulation che ha imposto alla cieca, per quarant’anni, alle economie dei Paesi indebitati.
Per il loro «risanamento», il FMI faceva dei prestiti che condizionava però a misure draconiane.
Il Paese debitore doveva abolire i dazi ed aprirsi alle importazioni estere, svalutare la sua moneta per rendere più competitive le sue esportazioni, e usare i dollari così guadagnati non per costruire infrastrutture necessarie alla sua società (strade, scuole, centrali elettriche, sistema sanitario) ma per pagare le banche creditrici.
Ciò avrebbe attirato gli investimenti esteri e prodotto la crescita dei Paesi debitori.
Di fatto, le ricette hanno provocato tutta la serie dei fallimenti del 1997-2000, dal Messico alla Russia all’Asia Orientale, fino alla bancarotta dell’Argentina.
Poi, quando l’Argentina ha violato il tabù dei tabù liberisti - affermando il diritto sovrano di non pagare i creditori - e il «Washington Consensus» le ha previsto la rovina e la fuga di capitali, è avvenuto il contrario: dopo qualche anno duro, ora il Paese cresce del 7% annuo, e le banche fanno a gara per offrirgli nuovi prestiti.

Sicchè oggi alcuni studiosi del FMI, come Roberto Zagha ed altri, scrivono («Rethinking growth», Finance & Development, marzo 2006) che «la nostra conoscenza dei processi di crescita è estremamente incompleta», e consigliano «più umiltà» negli interventi del Fondo.
Una nobile ammissione, che arriva in ritardo.
Da una parte, i Paesi poveri, tradizionali beneficiari delle «cure» letali del FMI, non ne hanno più urgente bisogno: e non perchè le ricette iperliberiste abbiano funzionato, ma per il raddoppio dei prezzi di tutte le materie prime, di cui i poveracci sono tradizionali esportatori.
Risultato: i prestiti a quei debitori nazionali posti in essere dal FMI, che nel 2003 ammontavano a 70 miliardi di dollari, oggi sono scesi a 20 miliardi.
Ciò diminuisce parecchio il potere di intervento del FMI sulle economie in sviluppo, e riduce i profitti dello stesso FMI, che servivano alle sue costose operazioni.
Oggi l’ente sovrannazionale è in deficit.
E la perdita d’importanza e di capacità d’intervento del FMI è ulteriormente aggravata dall’eclisse del dollaro, conseguente all’indebitamento permanente degli USA, il vero padrone del Fondo Monetario.
Oggi sono i Paesi esportatori di greggio e metalli ad essere i veri potenti globali, più la Cina esportatrice, più il Giappone uscito dalla sua crisi decennale; sono loro i creditori, e gli USA il debitore.
Ormai, i Paesi emergenti sono la fonte del 40% degli investimenti diretti nei Paesi sottosviluppati, con la Cina in testa, e non più i Paesi del primo mondo.

Ciò significa che i banchieri di Londra e New York hanno molta, ma molta meno voce in capitolo.
Non a caso il dollaro ha perso dal 2001 il 28% del suo valore sull’euro.
Un drammatico restringimento della capacità politica americana di governare d’autorità la crisi finanziaria globale prossima ventura.
Ciò che Washington potè fare a Bretton Woods, e che Nixon potè ancora fare negli anni ’70, quando abbandonò il tallone aureo del dollaro, oggi gli è impossibile.
Ma inoltre, l’ente si accorge che il mondo che ha tanto fortemente contribuito a creare - quello della finanza senza confini e senza regole, dove impazzano i derivati e gli hedge funds alla caccia di profitti a breve - è un mondo che il FMI non può più controllare.
Gestori assatanati e «private equity funds» hanno sostituito in tutto le Banche Centrali e i corpi internazionali come lo stesso FMI e la Banca Mondiale come mediatori tra i debitori e i mercati.
E tutto in modo così deregolato e non-trasparente, da rendere il sistema enormemente più prono alle crisi e più imprevedibile.
Le ricette di «virtuoso» risanamento imposte dal FMI non hanno più nulla a che vedere con questo mondo.
La deregulation al suo culmine, è il Frankenstein sfuggito al suo creatore.
Anche questo riconosce uno studio pubblicato dal Fondo Monetario nel marzo di quest’anno, «Safeguarding financial Stability».
In questo studio firmato da Garry Schinasi, si legge una stupefacente ammissione: «la deregulation e la liberalizzazione» (che il Fondo Monetario e il «Washington Consensus» hanno predicato per mezzo secolo) hanno creato «il potenziale per fragilità, instabilità, rischio sistemico ed avverse conseguenze economiche».

E’ vero che Schinasi attenua quest’asserzione allarmante con gli eufemismi della consueta lingua di legno dei dottrinari liberisti.
Il rischio potenziale «non è necessariamente una probabilità alta» (sic) e la deregulation ha anche portato «eccezionali benefici privati e sociali» (sic), dando «spazio alla innovazione finanziaria e alla maggiore mobilità dei rischi».
Gli eufemismi tranquillanti però contrastano acutamente con la proposta di Schinasi: occorre approntare una «cornice radicalmente nuova per tenere sotto osservazione e prevenire i nuovi problemi che emergono».
E ancor più allarma la conclusione: il «successo» di questa cornice di sorveglianza, in ogni caso di là da venire, «può avere a che fare più con la fortuna» che con la programmazione.
Abbandonare il futuro alla fortuna non è quello che facevano i banchieri mondiali e i dottrinari della globalizzazione: assicuravano di sapere esattamente dove stavano portandoci, e di conoscere precisamente il futuro - splendido - che ci preparavano.
Evidentemente, al Fondo Monetario spira aria di disperazione.
I suoi libri sacri - che risalgono ad Adam Smith - non descrivono più il mondo.
L’ente globale non ha più idee sul da farsi.
I vecchi dogmi non servono più.

Un esempio paradossale viene dalla crescita inquietante dei depositi in titoli pubblici detenuti dalle dodici banche della Federal Reserve «per conto di Stati esteri e conti internazionali».
Questa cifra, che ammontava a 693 miliardi di dollari quando Bush è salito al potere, è cresciuta a 900 miliardi al momento dell’invasione dell’Iraq, ed oggi torreggia a 1.630 miliardi.
Di che si tratta?
Per capire questi depositi detenuti dalla Federal Reserve per conto di Stati esteri, bisogna risalire alla loro origine.
Quando De Gaulle pretese oro al posto dei dollari detenuti dalla Francia (e fu seguìto da altre Banche Centrali), una marea di dollari così ottenuti fu poi prestata nell’euromercato, e questa marea ebbe vita indipendente dalla Banca Centrale USA.
Timorosa di perdere il controllo sulla sua divisa, la FED trattò con europei e Giappone questo patto: voi restituiteci questi dollari e noi li conserviamo per voi, investiti in titoli federali ultra-sicuri.
Ebbene: in questi ultimi anni, il timore più coerente con la dottrina liberista è stato che questi «conti esteri ufficiali» calassero, segnalando che gli Stati stranieri stavano svendendo le loro riserve in dollari, trascinando in basso il valore del dollaro e in alto i tassi d’interesse americani.
Solo ora ci si accorge che non è questo il rischio reale.
I Paesi creditori degli USA, se facessero così, imbarcherebbero le perdite dovute al calo del dollaro.
Invece, stanno facendo il contrario.

Stanno aumentando i loro conti conservati dalla FED, mettendo lì i loro profitti da esportazione, aggravando cioè l’America che ha l’obbligo di garantire frutti super-sicuri e sempre più alti.
Ma perché questo dato è particolarmente allarmante?
Perché, coi dollari, gli Stati creditori possono fare altro.
Per esempio, comprare e investire in attivi dell’economia USA, fabbriche e aziende, immobili e pacchetti azionari; e infatti l‘hanno fatto a man bassa, sicchè l’economia americana è largamente posseduta da stranieri.
Ma ora, non lo fanno più.
Ciò significa una cosa: che non vedono più investimenti attraenti in USA in cui scommettere il proprio denaro (4).
Dovunque guardino, vedono solo bolle finanziarie pronte a scoppiare: prezzi impossibili nel settore immobiliare, nei titoli, nelle materie prime.
E se provano a pensare al grande mercato-mondo, anche lì vedono solo bolle finanziarie rigonfie.
In due anni i corsi azionari sono raddoppiati in India come in Russia, in Turchia come in Indonesia; i prezzi del rame e del petrolio - anche se con cadute selvagge - sono altissimi e storicamente destinati a restare alti.
I terreni e i capannoni in Cina costano sempre di più.

Dove investire ormai?
Dove rifugiare il denaro (mal) guadagnato nel casinò mondiale?
Non ci sono più beni-rifugio.
Si allarmano le Banche Centrali, si allarmano gli investitori, si allarmano soprattutto gli hedge funds che - solo loro sanno quanto - sono sottocapitalizzati e super-esposti, e temono il tracollo. (5)
In conclusione: l’aumento delle riserve detenute dalla FED per enti ufficiali esteri ora va letto come il preludio a un crack.
Segnala una prossima caduta dei prezzi di tutti gli «attivi» americani, azioni, obbligazioni, immobili e quant’altro.
E’ del resto già avvenuto: negli anni ‘70 crebbero quei depositi di Stato, e qualche anno dopo cominciò la recessione degli ‘80.
E forse, con la caduta delle Borse mondiali delle ultime settimane, la cosa sta già cominciando.
Che dire?
Nulla.
Se non aggiungere una nota per l’Italia.
Oggi al governo dell’economia ci sono Padoa-Schioppa, Monti, Draghi.
Sono i sacerdoti nostrani del «Washington Consensus».
E continueranno ad imporcelo, perché non sanno fare altro e non hanno nessun’altra idea: liberalizzazioni, privatizzazioni, «flessibilità», «moderazione salariale», «competitività» rispetto alla Cina.
Il Fondo Monetario s’è accorto che il «Washington Consensus» è finito, ma loro no.
Quella è la sola idea che hanno in testa, e continueranno ad applicarla finchè qualcuno non gli cambierà il software in quella testa da robot.

Note
1) EIR, «Strategic alert», 16 giugno 2006.
2) Gillian Tett, «The dream machine», Financial Times Magazine, 25 marzo 2006, pagine 20-26.
3) Gabriel Kolko, «Why a global economic deluge looms», Counterpunch, 16 giugno 2006. Kolko è uno storico della guerra, non un economista: ecco perchè è in grado di dire verità che i banchieri e gli speculatori tacciono, o fanno finta di non conoscere.
4) Martin Mayer, «The mark of the bust», New York Times, 14 giugno 2006.
5) Michael Mandel, «Bubble bubble, who’s in trouble?», Business Week, 16 giugno 2006. Ecco il sommario: «Too many bubbles, too many potential busts - that’s what’s confusing the global financial managers these days».

FONTE: EFFEDIEFFE