14 luglio 2006

Attenzione, apocalisse in vista

di Maurizio Blondet

LIBANO - La seconda invasione israeliana del Libano può essere l’inizio di una più vasta e definitiva offensiva: con l’intento di arrivare alla liquidazione della Siria e al bombardamento dell’Iran per distruggerne le ambizioni nucleari.
L'offensiva militare è di una violenza inaudita - oltre 100 raid aerei in poche ore che hanno distrutto decine di ponti, strade e infrastrutture, fra cui l’aeroporto di Beirut ai bordi della capitale, hanno fatto 50 morti e oltre 100 feriti innocenti, fra cui come al solito numerosi bambini - ma è ancora nulla in confronto all’offensiva mediatica e propagandistica che vediamo dispiegata in queste ore. “Israele attaccato”, “Israele in pericolo”, strillano i giornali noachici.
Rivelatrice l’esultanza con cui Il Foglio titola in rosso e a tutta pagina: “Il grande jihad contro Israele”: è cominciata la lotta decisiva del Male contro il Bene, e finalmente Israele ha ragione.
E’ stata provocata da un “Paese sovrano” (sic), il Libano.
Sono stati gli Hezbollah, dietro cui c’è “l’ombra di Damasco e di Teheran”.
Bisogna tenere la mente fredda, ed analizzare con intelligenza e spirito d’intelligence la disinformazione nebulizzata in queste ore, perché nelle stesse menzogne da guerra psicologica c’è il bandolo della verità.
Per esempio, è pieno di informazioni tra le righe il commento che pubblica su Il Giornale
R.A. Segre.
Questo personaggio, il cui vero nome è Vittorio Dan Segre, è il corrispondente da Israele del quotidiano di Berlusconi: ma è “giornalista” nello stesso senso in cui lo è Renato Farina,
anzi peggio.

Dan Segre è un alto grado militare israeliano, e da sempre è l’altoparlante dei servizi di propaganda di Sion.
“Il caporale Shalit stava per essere restituito”, dice Dan. (1)
Il soldatino “rapito” da Hamas, riconsegnato, avrebbe fatto cadere il pretesto per l’ulteriore devastazione di Gaza.
Ne occorreva immediatamente un altro, che fosse pretesto per espandere il conflitto, consentendo ad Israele di dispiegare la sua forza, che è un po’ sacrificata nell’esiguo spazio di Gaza, e poco giustificata nel massacro di cose e vite umane civili: persino i maggiordomi noachici europei cominciavano a parlare di reazione sproporzionata e di punizione collettiva.
Il nuovo pretesto è arrivato: un attacco degli Hezbollah dal Libano.
Altri soldati “rapiti”.
Esulta l’altoparlante e spiega: “A Gaza Israele aveva commesso l’errore di usare la cattura del caporale Shalit come pretesto per mettere fine ai bombardamenti di missili” da Gaza, con operazioni “come la centrale elettrica”.
Lo scopo della devastazione, ci spiega con qualche ritardo l’altoparlante di Giuda, era (udite udite) “di tagliare l’elettricità alle decine di officine in cui vengono preparati i missili artigianali” palestinesi.
Ma questo scopo “non è stato spiegato abbastanza dai portavoce di Gerusalemme”, ecco il punto, sicchè i servi noachici hanno cominciato a parlare di “punizione collettiva” contro la popolazione civile.

Ma per fortuna, ora tutto questo è “passato”.
Sono entrati in campo gli Hezbollah.
“Contrariamente a Gaza… lo scontro lungo la frontiera libanese, riconosciuta dall’ONU come frontiera definitiva fra due Stati sovrani, diventa un atto di guerra cui è lecito e obbligatorio rispondere con un altro atto di guerra… gli hezbollah operano da uno Stato sovrano in guerra ufficiale anche se non attiva con Israele… il Libano non può dunque sottrarsi alle sue responsabilità come cerca di fare il debole presidente Abu Mazen” (reso debole non si sa da chi).
Israele è stato provocato.
Da un nemico cento volte inferiore.
Occorre tenere a mente che Israele, così “in pericolo”, è la quarta potenza militare mondiale, con 250 testate nucleare e tutti i missili necessari per farle arrivare in ogni parte del mondo, flotta formidabile, enorme potenza di fuoco, e con dietro la fornitura logistica illimitata degli USA. Hezbollah, gruppo che si ripete “armato da Teheran”, non ha lontanamente una forza paragonabile. Inoltre, in Libano, non è solo una forza paramilitare, ma un partito riconosciuto e votato.
Anche Antonio Ferrari de Il Corriere, uno dei pochi veri esperti del carnaio mediorientale, che frequenta da trent’anni e di cui conosce personalmente tutti gli attori, (vero giornalista, che ho avuto modo di stimare di persona) si domanda “che cosa abbia spinto Hezbollah a bruciare il credito che si era conquistato in tutti i settori della popolazione libanese, anche presso i cristiani maroniti, e persino presso il patriarca Sfeir”. (2)
Evidentemente - leggete tra le righe - Ferrari non è convinto della versione ufficiale dei fatti.

Che cosa spinge una forza insignificante a provocare un avversario super-armato, in una sfida che non può avere altro esito che una sconfitta?
Quante volte succede nella storia?
Eppure succede.
Nel 1898, secondo gli Stati Uniti, la debolissima Spagna provocò la potentissima America facendo saltare in aria l’incrociatore “US Maine” che era in visita nella rada di Avana: fu il pretesto con cui Washington strappò a Madrid Cuba e le Filippine, gli ultimi resti del suo impero, con estrema facilità.
Oggi si sa che il Maine fu fatto esplodere dagli stessi americani.
Accadde lo stesso al “Lusitania”: “provocazione” tedesca che giustificò l’entrata degli USA nella grande guerra.
Lo stesso a Pearl Harbor.
Lo stesso nel Golfo del Tonkino, dove un attacco “non provocato” vietnamita costrinse gli USA, poveretti, ad ampliare il conflitto.
Lo stesso l’11 settembre, dove Al Qaeda si è fatta dare la caccia ed ha offerto il pretesto per l’occupazione di Afghanistan ed Iraq.
Accade, nella storia, che un debole aggredisca un forte.
Ma accade soltanto ad uno Stato: gli USA.
Regolarmente, ogni 60 anni circa la superpotenza americana viene proditoriamente aggredita senza ragione da un avversario debole, che la costringe a devastarlo a tappeto e a renderlo democratico. Ciò che non succede poniamo all’Italia, potenza infinitamente più debole e notoriamente imbelle, succede a scadenza fissa agli Stati Uniti.
Cosa da non credere, se non ne fossimo testimoni.
Ora, è successo ad Israele.

La natura della provocazione è chiarita da un articolo del Jerusalem Post dove, tra la solita propaganda, si legge: “Poche settimane fa una intera divisione della riserva è stata richiamata per essere addestrata a un’operazione come quella che l’esercito israeliano sta compiendo in risposta all’attacco degli Hezbollah di giovedì mattina”.
Questa sì che è preveggenza: settimane prima della provocazione islamista, Israele si preparava ad invadere il Libano.
E’ una delle tante esercitazioni profetiche della nostra storia presente.
Pochi giorni prima del “rapimento” del caporale Shalit, aveva già detto Haaretz, Israele aveva progettato di rapire i parlamentari e ministri di Hamas.
Con tanto di lista presentata da Olmert al capo dello Shin Beth.
Questa informazione nella disinformazione si può leggere a firma di Yaakov Katz, “Reservists called up for Lebanon strike”, Jerusalem Post del 12 luglio.
Ma in Europa, i figli di Noè fanno finta di non capire.
E’ Hezbollah che ha provocato la superpotenza atomica regionale, dandole il pretesto di cui aveva bisogno per allargare il conflitto, dispiegare le sue ali d’aquila.
“Nessuno in questo momento può ancora dire” scrive Dan Segre, se l’aquila di Giuda “dilagherà a nord verso la Siria”.
Proprio la Siria che giusto ieri, dice Bloomberg, ha annunciato di abbandonare il dollaro per costituire le sue riserve in euro.

E che Washington ha immediatamente accusato come responsabile della cattura dei soldati israeliani “rapiti” dagli Hezbollah.
La Siria, perché ormai il processo che la teneva sotto schiaffo - quello per l’uccisione del premier libanese Hariri - sta facendo acqua da ogni parte.
La Siria che, come scrivono gli altoparlanti, continua a ritenere il Libano un suo protettorato: in realtà, il Libano - sotto la saggia guida del generale Aoun - è tornato ad essere un modello di convivenza tra cristiani, sciiti e sunniti ed altre minoranze.
Un modello che può essere additato ad Israele.
Dunque, intollerabile.
Va abolito.
“Riporteremo il Libano indietro di vent’anni”, grida Olmert.
Perché questi attacchi hanno anche lo scopo di stroncare ogni sviluppo dei Paesi vicini ad Israele, di rigettarli all’età della pietra, e il Libano, grazie all’intraprendenza dei suoi abitanti levantini, stava di nuovo fiorendo.
Per sentirsi sicuro, Israele ha bisogno di avere attorno un deserto di disperazione e barbarie.
Invaso il Libano, però, c’è ragione di credere che Israele non si fermerà.
Deve arrivare fino al bombardamento dell’Iran, deve averne il pretesto.
Perché?
Perché, come ha scritto in vari articoli del New Yorker Seymour Hersh - il solo esperto veridico delle cose militari americane - i generali USA, che già vedono affondare la truppa nelle sabbie mobili irachene, hanno convinto i politici, e un Bush in calo disastroso, a non fare l’attacco all’Iran.

Gli USA non faranno anche questa guerra per Israele.
Israele deve dunque agire in proprio. (3)
E presto, perché la finestra d’opportunità si sta chiudendo.
Sta per cominciare, sotto l’egida di Putin e con l’assistenza di Gazprom, la costruzione del gasdotto che porterà il gas iraniano all’India attraverso il Pakistan. (4)
Un’opera colossale che collegherà stabilmente l’Iran, il Paese che il giudaismo vuole isolato e “canaglia”, in un’alleanza di solidi interessi coi suoi potenti vicini.
Inoltre, salda due Stati ex nemici, Pakistan e India, nel comune interesse e corresponsabilità del vitale gasdotto.
Se questo avviene, l’India indù è perduta per il grande jihad ebraico contro l’Islam.
Intravvediamo qui il motivo dell’orrendo attentato di Bombay dell’11 luglio.
I due gruppi islamici subito chiamati in causa come autori del massacro, Lashkar-e-Tayyaba e Hezb-ul-Mujahedin, anziché rivendicarlo, hanno condannato l’attentato e quelli (di cui si è parlato meno) avvenuti in Kashmir lo stesso giorno, che hanno ucciso altre otto persone.
Ma non importa: Pakistan ed India sono di nuovo ai ferri corti, e l’India è coinvolta; parteciperà al gran jihad israeliano contro l’Islam.
Se l’ipotesi è giusta, aspettiamoci qualcosa di apocalittico: Israele attaccherà l’Iran con bombe nucleari.
Perché “è in gioco la sua stessa esistenza”.
Ed è stata provocata.

Note:
1) R.A. Segre, “Giochi pericolosi”, Il Giornale, 13 luglio 2006; si noti che, ancora una volta, l’Europa ha intimato agli arabi di rilasciare i soldati israeliani catturati, ma non agli israeliani di liberare i ministri e parlamentari palestinesi rapiti, né i 9 mila detenuti senza processo che Israele tiene in suo potere.
2) Antonio Ferrari, “L’ombra di Damasco e di Teheran in una escalation improvvisa”, Il Corriere della Sera, 13 luglio 2006.
3) Jonathan Ariel, un operativo del Mossad, ha dichiarato pochi giorni fa: “Se necessario, noi [israeliani] faremo tutto il necessario per assicurare la nostra sopravvivenza, compreso un attacco nucleare ‘preventivo’ contro l’Iran". Ne abbiamo dato notizia in questo sito (Maurizio Blondet, “Isteria armata di atomica”, 26 luglio 2006).
4) Maurizio Blondet, “Mosca e Pechino, due colpi magistrali”, 27 giugno 2006. L’accordo fra Gazprom, Iran, Pakistan e India è stato siglato nel vertice dello SCO, Shanghai Cooperation Organization. Il Pakistan, molto interessato all’affare, ha dato le massime garanzie di vigilanza sul gasdotto. Questa pacificazione non può essere permessa, in quanto contraria agli interessi israelo-americani. I mandanti dell’attentato hanno lasciato deliberatamente una “segnatura” per far capire, a chi sa, la loro vera identità. Ancora una volta hanno scelto un 11, come per l’11 settembre in USA e l’11 marzo a Madrid. Insomma è la firma di Osama bin Mossad. In questo senso, ha un significato agghiacciante una frase di Berlusconi a proposito dell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar in Italia: “se rompiamo con la CIA ci esponiamo ad attacchi terroristici”. Perché naturalmente tutti sanno chi fa gli attacchi terroristici. Il difficile è denunciarlo, quando gli autori sono la prima e quarta potenza atomica mondiale.

FONTE: EFFEDIEFFE