04 luglio 2006

Giudeo-nazionalsocialismo: la soluzione finale

di Maurizio Blondet

Guardo la grande foto che pubblica Le Monde di venerdì: un eroico soldato israeliano che raccoglie, da un cumulo di proiettili ancora confezionati, un grosso obice e lo porta correndo verso il carro armato che si vede in secondo piano, per riarmarne il cannone.
Perché corre?
Non c’è fretta, perché non c’è combattimento in corso.
La parte avversa (il carro spara a parabola oltre una fila d’alberelli che s’intravvede all’orizzonte) non dispone di grossi calibri per rispondere, non c’è reazione, non c’è segno di fuoco nemico.
Anzi non c’è il nemico, ma Gaza: un agglomerato di 700 mila palestinesi, per la metà bambini sotto i 15 anni.
Da sei mesi affamati, senza denaro, senza medicine, perché assediati.
La guerra della quarta potenza militare mondiale contro gli inermi, disarmati ormai anche della voce per protestare le loro ragioni, è comoda.
Non c’è pericolo.
Perché tanta fretta?
E’ la fretta di accelerare la soluzione finale del problema palestinese.
Che il giudeo-nazionalsocialismo abbia fatto di Gaza un lager, è un paragone che non regge più.

Gli internati di Auschwitz non venivano per giunta cannoneggiati dai loro carcerieri, né le loro baracche, mense, lavanderie devastate con bombardamenti aerei e piogge di missili.
Né i prigioneri di Belsen videro mai il loro campo attraversato da carri armati con la croce uncinata che tutto distruggevano, mai udirono gli altoparlanti dei nazionalsocialisti intimare di uscire dalle baracche, che stavano per essere sfracellate a cannonate.
Soprattutto, vigente il Terzo Reich non accadeva che i giornali occidentali incolpassero delle persecuzioni che subivano gli internati, mai dissero che col loro comportamento «avevano provocato la reazione» delle SS.
Ora lo dicono.
«Hamas provoca una battaglia», titola il New York Times (1): e racconta come «membri di Hamas» hanno scavato un tunnel di decine di metri sotto il Muro costruito dai giudeo-nazionalsocialisti attorno al lager di Gaza; sbucati dall’altra parte, hanno ucciso a sorpresa due soldati israeliani dentro un carro armato e rapito un terzo.
Si tratta di un versione su cui qualche mente ha espresso un dubbio (2), anzitutto questo: come si può scavare un tunnel così lungo sotto dune di sabbia?
E che cosa prova che gli scavatori erano «membri di Hamas»?

La Stampa-Elkann dà voce ad Avraham Yehoshua, un ebreo di quelli che i media amano definire «moderati» (ma che diano voce ai veri duri).
Il nazionalsocialista moderato piange: non sui palestinesi, ma sulle sue proprie speranze infrante: «Speravo che con lo smantellamento delle colonie […] la pace tornasse finalmente in quella terra tormentata. Speravo che i palestinesi potessero avviare un processo di ricostruzione e sviluppo, che trasformasse la striscia di Gaza in una regione modello… ma contrariamente ad ogni logica, i palestinesi hanno ripreso a lanciare missili su cittadine e villaggi al di là della striscia, un’azione che ha provocato la reazione israeliana».
Per moderazione, il lacrimante Yehosua evita di raccontare le precedenti provocazioni israeliane. Tace sui sei mesi di blocco economico, durante il quale è alquanto difficile avviare «un processo di ricostruzione e sviluppo» da Stato-modello.
Tace il massacro deliberato e gratuito della famigliola sulla spiaggia di Gaza, compiuto da una nave da guerra del Quarto Reich, che ha indotto qualche palestinese a rompere la tregua che Hamas ha dichiarato e rispettato per lunghi mesi.
Tace su questo e sulle altre infinite provocazioni ebraiche, il lacrimante.
E dà la colpa di tutto ai palestinesi.

Nei seguenti termini: «Il popolo palestinese non ha mai goduto di una propria sovranità. 400 anni di dominio turco, 30 di protettorato britannico, 19 di occupazione giordana e infine quarant’anni di occupazione israeliana [finalmente l’ha ammesso, nda ] hanno completamente alterato il loro istinto naturale, presente in tutti i popoli, all’autogoverno, facendo del caos il loro contrassegno distintivo».
Ecco dunque la causa: l’inferiorità mentale e morale dei palestinesi.
Sono privi di «quell’istinto naturale all’autogoverno», che pure è «presente in tutti i popoli».
Questa razza inferiore ha il caos come suo contrassegno distintivo.
E’ il marchio del loro DNA degenerato da quattro secoli di dominazione turca, britannica, giordana: si taccia sull’insignificante particolare che né turchi, né britannici o i giordani, cannoneggiavano di routine le abitazioni palestinesi, ne distruggevano le infrastrutture, ne bombardavano la sola centrale elettrica.
E’ appunto la tesi giudeo-nazionalsocialista: i palestinesi non hanno diritto a uno Stato perché non solo non l’hanno mai prima reclamato, ma sono geneticamente incapaci di governarsi.
I media applaudono, sospirando, a questa verità nazionalsocialista.
Trovare la verità vera non è facile, non appare sui «grandi» media.
Eppure ci sono voci che la dicono, anzi la gridano.
Come quella di Jennifer Loewenstein (3), giornalista e pacifista ebrea.
La quale ci racconta alcune cose istruttive.

Ad esempio, racconta di «sforzi degli Stati Uniti per formare una milizia di 3500 uomini attorno ad Abbas» (il presidente di Al Fatah, sconfitto alle elezioni da Hamas, spinto e manipolato a combattere il nuovo governo) «allo scopo di favorire una guerra civile».
A questo fine Israele ha «autorizzato di recente la spedizione di un grande carico di armi e munizioni dall’Egitto e dalla Giordania, destinato ad armare la guardia presidenziale» di Abbas.
Dunque, il caos non è «l’istinto naturale dei palestinesi», ma il frutto di mene e forniture d’armi del Quarto Reich, autorizzate nella speranza che i detenuti del loro lager si sgozzino a vicenda, in modo da poter dire: vedete, con queste belve fratricide, come possiamo trattare?
La verità ufficiale giudeo-nazionalsocialista è che Hamas è un gruppo terrorista e fondamentalista, che «non riconosce il diritto di Israele ad esistere», sicchè Israele, «minacciata nella sua stessa esistenza», deve difendersi.
La verità vera, dice la Loewenstein, è che Hamas, assediato e alla fame con il popolo che l’ha votato, ha «in modo chiaro e ripetuto» sostenuto la soluzione «a due Stati», con l’implicito riconoscimento dello Stato d’Israele.
E il 26 febbraio scorso il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyyeh, intervistato dalla giornalista Lally Weimouth del Washington Post, ha di nuovo chiarito testualmente: «Se Israele dichiara che darà uno Stato ai palestinesi e restituirà loro i loro diritti, allora siamo pronti a riconoscerlo» (4).

E ciò mentre il governo di Hamas era già sotto assedio e messo alla fame.
Dunque la fretta nazionalsocialista ha questo motivo: Hamas si sta moderando.
Nelle ultime settimane, Hamas ha accettato il cosiddetto «accordo dei prigionieri», una proposta scritta da palestinesi di ogni partito detenuti nelle galere giudeo-nazionalsocialiste, che riconosce Israele a condizione che Israele riconosca la Palestina come nazione.
Ciò significa che a poco a poco al Quarto Reich vengono meno le scuse per rifiutarsi di trattare, di lasciare liberi i palestinesi in un loro piccolo Stato indipendente.
Troppo calmi, questi palestinesi.
Nemmeno dopo mesi senza soldi né stipendi, si riesce a farli scannare tra loro.
Ecco dunque le opportune provocazioni.
Prima, lo sterminio della famigliola che faceva il picnic al mare.
Non bastando, ecco l’oscuro attacco dei guerriglieri oltre il Muro, il tunnel scavato nella sabbia, i morti israeliani (nelle foto ufficiali, i corpi sono coperti da teli neri), e infine il soldato rapito: una faccina da bambino con gli occhiali, l’immagine stessa dell’innocenza, in quella foto che vedremo e rivedremo sui media per mesi.

E’ per recuperare questo unico soldatino «rapito» (non si deve dire «catturato»: sarebbe riconoscere ai palestinesi una dignità di combattenti) che Israele minacciata nella sua stessa esistenza fa avanzare su Gaza ben due reggimenti corazzati, alza in volo i bombardieri e i lanciamissili, e comincia la distruzione degli edifici, dei ponti, della centrale elettrica, di almeno un ospedale: punizione collettiva per la razza inferiore, con in più il pensierino che devastare le infrastrutture, rendendo la vita quotidiana impossibile, può forse convincere i palestinesi ad andar via.
Così si potrà dire alla fine che gli arabi se ne sono andati spontaneamente, che non hanno senso dello Stato.
Lo dissero anche dopo il massacro di Deir Yasin, quando l’eccidio dei terroristi giudaici contro i civili di questo villaggio (la Marzabotto beduina) provocò il terrore, e migliaia di poveri beduini lasciarono le loro case e i loro campi: se ne sono andati di loro volontà, adesso è terra nostra.
Con gli altoparlanti dai cingolati, casa per casa: «uscite! Avete cinque minuti!», e poi cannonate sulle abitazioni.
Scene classiche da film sui nazionalsocialisti anni ‘40, e famiglie piene di bambini ridotte a senzatetto in un attimo.
Spopolare, spopolare: pulizia etnica.

Negli ospedali manca la luce per i macchinari terapeutici; manca l’acqua, estratta dai pozzi con pompe elettriche.
Ma questi inferiori resistono.
Se ne stanno aggrappati alle macerie (del resto, dove andare?), con tutti i loro 350 mila bambini affamati, continuano ad aver fiducia nei loro governanti.
Allora, ecco l’altra misura: la cattura di una settantina di parlamentari e dirigenti politici palestinesi, fra cui otto ministri in carica.
Nessuna inviolabilità di carica o di voto è rispettata.
Nessuna dignità va riconosciuta loro, né politica né umana.
Il sequestro di massa del governo ha un vantaggio collaterale.
Ora Israele potrà dire: con chi trattiamo?
Non c’è più nessuno.
Come ci ripetono i media, Hamas «non riconosce il diritto all’esistenza di Israele».
«Ma la domanda da porre è opposta: Israele riconosce ai palestinesi il diritto ad avere uno Stato?», protesta invece Hefraim Halevi, ebreo e non un pacifista, un ex capo della sicurezza (5).
Perché esistono ebrei anti-nazionalsocialisti, dopotutto.
Una Rosa Bianca ebraica, che alza la voce con coraggio.

E’ singolare che il Papa non li riceva, non mostri segno di conoscere la loro esistenza.
Figurarsi dunque se li ascoltano i media: i media del libero Occidente anti-nazionalsocialista lasciano avanzare il Quarto Reich e le sue distruzioni antiumane, senza fiatare.
C’è da chiedersi se questi giornalisti ci avrebbero poi avvertito, a suo tempo, sul crescere del Terzo Reich.
Jennifer Loewenstein, l’ebra antinazionalsocialista, ne dubita: «nessuna menzione viene fatta su quel che i dirigenti di Hamas dicono davvero» .
Lei, per aver provato a scrivere quel che dicono i perseguitati - ed ha ottenuto ospitalità solo in qualche rivista marginale - è oggi in pericolo: «ho ricevuto molte mail che mi trattano da terrorista, mentitrice, da complice di terroristi e antisemita».
Il Quarto Reich ha questo vantaggio sul Terzo: che ha i media dalla sua, e può minacciare apertamente, sterminare alla luce del sole, punire collettivamente un popolo sotto gli occhi dell’Occidente.

Note
1) «Hamas provokes a fight», New York Times, 30 gennaio 2006. Editoriale non firmato.
2) «Was there really an attack on Israeli soldiers?», al sito judicial-inc.biz/A_ttack_gaza_tunnel_2006.htm, con foto del presunto attacco molto indicative.
3) Jennifer Loewenstein, «Le gouvernement palestinien du Hamas est pret à reconnaitre Israel sous réserve de réciprocité», Reseau Voltaire, 28 giugno 2006.
4) Lally Weimouth, «We do not wish to throw them into the sea», Washington Post, 26 febbraio 2006.
5) Henry Siegman, «The issue is not if Hamas recognizes Israel»; Financial Times, 8 giugno 2006.

FONTE: EFFEDIEFFE