04 luglio 2006

La fabbrica dei trucchi. A pieno ritmo.

di Maurizio Blondet

L’ultimo messaggio di Osama bin Laden - quello dove il protagonista fa l’elogio funebre della sua «spalla», Al-Zarkawi - era stato addirittura annunciato in anticipo.
Un sito web islamico (come al solito, nulla viene specificato in proposito) avrebbe annunciato un imminente messaggio del capo diretto «alla nazione islamica, ai mujaheddin in Iraq e alla Somalia».
Un annuncio pubblicitario che portava il marchio di As-Sahab, descritta dalla Associated Press (non scherzo) come «la casa di produzione dei video di Al-Qaeda».
Ma di fatto, a segnalare il «prossimamente sui vostri schermi» sono stati due istituti americani, il SITE Institute e l’IntelCenter, definiti (senza ridere) «due gruppi indipendenti con sede in USA che forniscono informazioni anti-terrorismo al governo e ai media».
IntelCenter ha informato che il messaggio promesso sarebbe stato diffuso entro le 36 ore (1).
Quando è arrivato, l’audio messaggio, di 19 minuti, è risultato adorno di vecchi video di Al-Zarkawi e di una foto fissa di Bin Laden.
La Cia ne ha confermato l’autenticità.
E’ dal 2004 che Bin Laden non appare più in video.
Nel 2005 non ha diffuso alcun messaggio.
Ma quest’anno la casa di produzione si è attivata a pieno ritmo: quattro audio, una vera campagna mediatica.

In gennaio, Osama bin Mossad disse di aver pianificato un ulteriore attacco contro gli USA (non avvenuto, ma ha prodotto qualche brivido di prima serata).
Ma nei tre seguenti, il capo si è dato soprattutto al giornalismo d’opinione, limitandosi a commentare i fatti del giorno: sul progetto ONU di una forza di pace in Sudan, su Zacharias Moussaoui, condannato per essere «il solo terrorista dell’11 settembre sopravvissuto» (sopravvissuto perché era in carcere da agosto) e che Bin Laden ha scagionato.
Nell’ultimo messaggio, si stupisce Diaa Rashwan, un esperto egiziano di gruppi militanti, Osama rivela (forse suo malgrado) una scarsa conoscenza diretta di quel che fa in Iraq la sua associazione, «Al Qaeda in Irak» appunto.
Non sembra conoscere il nome del successore di Zarkawi (che risponde allo pseudonimo di Abu Hamza al-Muhajer, «Emigrante»), e dice soltanto: «La bandiera non è caduta, è passata da un leone a un altro».
In generale, si tiene sul vago.
Osama risponde alla domanda, scomoda per il Pentagono, che tutti si pongono: come mai Al-Zarkawi, anziché dedicarsi alla guerriglia contro l’occupante, s’è prodigato a massacrare esclusivamente sciiti?
La risposta di Bin Laden e della sua casa di produzione: Zarkawi ha avuto «chiare istruzioni» di concentrarsi sulle forze USA in Iraq, ma anche «su coloro che si mettono in mezzo per combattere dalla parte dei crociati contro i musulmani; egli doveva ucciderli chiunque fossero, senza riguardo alla loro setta o tribù».

Strano, perché il 28 settembre 2001 Osama disse il contrario.
Non in un audio o video di ignota provenienza, ma in un’intervista rilasciata al giornale «Ummat» di Karachi, dove il giornalista aveva visto di persona il vero Osama.
Costui, fatto notevole, aveva negato ogni sua partecipazione al mega-attentato dell’11 settembre:
«Ho già detto che non sono coinvolto nell’11 settembre. In quanto musulmano, evito di mentire. Non avevo nozione di questi attacchi, né considero un atto lodevole l’uccisione di donne, bambini o esseri umani innocenti. L’Islam vieta rigorosamente di fare danno a donne, bambini ed esseri umani innocenti. Tale pratica è vietata anche durante una battaglia».
Il sito Public Action reca per intero l’intervista, che ebbe luogo a Kabul.
A seguito di questa intervista (mai diffusa in America), la nota casa di produzione dei trucchi dovette correre ai ripari: produsse e diffuse, il 7 ottobre 2001, il video dove un Bin Laden più grasso, più vecchio e più scuro di pelle, in una «casa di talebani», si rallegra sghignazzando con ospiti e amici islamicissimi del massacro dell’11 settembre.
Abile montaggio, esterni ed interni, con almeno due telecamere in azione.
Era all’opera un vero regista; probabilmente As-Sahab era già stata fondata.
A quanto pare Osama ha cambiato parere.
C’è un’evoluzione nel suo, chiamiamolo così, pensiero strategico.
Ora è bene ammazzare sciiti e donne innocenti in massacri indiscriminati; al punto che può definire Al-Zarkawi «un cavaliere, un leone».

Ma le contraddizioni e le lacune non spaventano la fabbrica dei trucchi.
Basta organizzarne un altro, sempre nuovo, per far vedere che i terroristi ci assediano da ogni parte, e che «la lunga guerra» (nuovo termine che ha sostituito ufficialmente quello di «guerra al terrorismo globale») è dunque più che giustificata: fra poco anche contro l’Iran e la Siria.
L’esempio più recente è il caso dei «terroristi islamici» americani al cento per cento, abitanti a Liberty City, il quartiere povero di Miami, che volevano distruggere la Sears Tower di Chicago.
Il gruppo si autonominava «Mare di Davide», e mescolava elementi teologici di cristianesimo, islamismo ed ebraismo: insomma una delle tante fanta-religioni che l’America crea senza risparmio. Il capo della setta, un uomo di colore di 32 anni chiamato Narseal Bastiste, ha preso contatto con quello che credeva «un rappresentante di Al Qaeda» per l’acquisto di esplosivi.
Il contatto non doveva essere quello giusto, perché subito dopo una torma di agenti dell’FBI hanno fatto irruzione negli scantinati usati dalla setta arrestando tutti.
Con loro grande delusione (dell’FBI), nessuna traccia di esplosivi ed armi.
Le sole cose prossime all’armamento erano quantità di «anfibi» militari usati dai «terroristi» nelle loro «esercitazioni»: oggetti che ogni americano possiede (2).
Adesso l’avvocato David Markus, che presiede l’Associazione dei Difensori Penali della Florida, dice: «Un tempo a Liberty City giravano soprattutto informatori ed agenti sotto copertura che incastravano i ragazzi per droga; oggi sembra che stiano creando cellule terroristiche».

I genitori degli arrestati parlano del guru, Bastiste, come di uno che aveva reso scemi i figli, inducendoli con le sue chiacchiere mistiche ad ore ed ore di lavoro gratuito.
Pierre Augustine (haitiano d’origine) dice che i suoi figli «sono diventati musulmani», ma aggiunge: «Non vanno mai da nessuna parte. Come possono aver avuto contatti con Al-Qaeda? Nemmeno sanno cosa vuol dire terrorista».
Cuore di padre, d'accordo,
Ma intanto, la notizia della scoperta della pericolosissima setta era già su tutti i media; enormi interviste ad «esperti del governo», che proclamavano il rischio evidente di «vedere nascere cellule terroristiche in casa nostra».
David Heyman, uno degli esperti dell’Homeland Security, s’è prodotto in confronti con le cellule «islamiche» di cittadini britannici che hanno provocato gli attentati nel metrò di Londra…
Grandi brividi in prima serata.
Quel che ci vuole, quando le cose vanno male in Iraq per Bush; i sondaggi vanno anche peggio, e Israele sta massacrando i prigionieri di Gaza con atti da Norimberga.
I ragazzotti haitiani di Miami saranno sicuramente assolti da un giudice appena serio, che sappia distinguere tra «membri di Al Qaeda» e gente che «aspirava» a diventare membro di Al Qaeda, o che probabilmente si è vista offrire da un agente (non di Al Qaeda, ma dell’FBI) di entrare nell’organizzazione.

Ma l’effetto mediatico è raggiunto.
La fabbrica dei trucchi deve lavorare a pieno ritmo, in questi tempi difficili.
Tanto ci saranno sempre un Magdi Allam, un Giuliano Ferrara, in mancanza di meglio un Massimo Introvigne a confermare che il pericolo è reale, che il messaggio è autentico, che la voce è proprio quella di Osama, che l’esistenza stessa di Israele è in pericolo se non si bombardano Iran e Siria.

Note
1) Lee Keath, «Bin Laden lauds Al-Zarqawi; readies message», Associated Press, 30 giugno 2006.
2) Carmen Gentile, «US terror plot: separating fact from fiction», ISN Security Watch, 30 giugno 2006.

FONTE: EFFEDIEFFE