04 luglio 2006

La madre di tutte le menzogne

di Giulietto Chiesa

Le cose vanno male, per Bush. Non c'è più solo l'Irak, adesso anche l'Afghanistan emerge come problema irrisolto. Tra poco arriveremo ufficialmente (in realtà ci siamo già arrivati da tempo) a tremila morti americani nel deserto iracheno: per inciso, tanti quanti ne morirono l'11 settembre.
Così si può già rispondere, dati alla mano, a coloro che, posti di fronte alla domanda su cosa è realmente accaduto l'11 settembre, rispondono indignati che è impossibile che “qualcuno” diverso da Osama bin Laden abbia potuto ammazzare (o lasciar ammazzare) tremila persone innocenti.
E i tremila morti americani in Irak chi li ha mandati a morire in base a una gigantesca frottola, seconda soltanto a quella che ci hanno raccontato sull'11 settembre?

Dunque perché stupirsi e scandalizzarsi quando qualcuno pone la domanda? In fondo si tratta delle stesse, identiche persone, che con tutta evidenza si muovono sulla base delle stesse logiche.
Ma quello che sta accadendo, sotto i nostri occhi, è un'offensiva potente e multilaterale che sta davvero cambiando il nostro panorama esistenziale. A partire da quel fatidico 11 settembre, in cui tutti hanno creduto di “vedere” la verità, l'evidenza, tutte le regole sono state cambiate, o stanno cambiando. Siamo già tutti un po' più prigionieri di quanto non fossimo “prima”, cioè prima dell'11 settembre.

E' una miriade di piccoli e grandi cambiamenti. Tutti, in varia misura, motivati con la grande lotta al terrorismo internazionale cominciata con l'11 settembre. I voli segreti della Cia, i rapimenti di presunti terroristi, le carceri segrete sparse per il mondo intero, inclusa l'Europa, i cui governi fanno finta di non saperne nulla, mentre sapevano tutto. I principi sacri delle convenzioni internazionali – come quella per i diritti umani, o come quella contro la tortura, o come quella di Ginevra per i diritti dei prigionieri di guerra – sono calpestati ogni giorno mentre vengono proclamati come universali ad ogni stormire di fronde.

La guerra contro il terrorismo procede con qualche, periodica, esecuzione esemplare, di cui tutti i media gioiscono per qualche giorno, felici dello scorrere del sangue secondo le nuove leggi del far west, in cui i must wanted vengono giustiziati sotto i riflettori e nel mezzo degli applausi delle folle. E, mentre la conta dei morti si allunga, ecco apparire singolari , nuove “rivelazioni”, di cui non si conosce l'autore e che vengono date in pasto a un pubblico manipolato per preparare, con ogni evidenza, nuovi misfatti. Il presidente Ahmadinejad dice cose guerriere, ma il Memri (istituto di Washington diretto da un ex agente del Mossad) gli mette in bocca cose che non ha mai detto (vedi l'accuratissima analisi di Johnatan Steele sul Guardian), come quella di “cancellare Israele dalla mappa”. E tutto il mondo, tutti i leader del mondo occidentale, si tuffano sulla falsa notizia, esecrando, maledicendo, minacciando a loro volta.

E' evidente che c'è chi prepara la guerra contro l'Iran, secondo i canoni classici con cui si sono preparate quella del Kosovo, quella afgana e quella irachena. La lotta contro il terrorismo va male? Ecco che non solo si mostra lo scalpo di Zarkawi, ma lo si fa precedere e seguire da nastri registrati di Al Zawahiri . L'autenticità di queste improvvise esternazioni è pressoché nulla. In ogni caso nessuno si preoccupa di verificare. I grandi organi d'informazione ripetono, pubblicano, commentano, di cose su cui non hanno il minimo controllo.

Si viene a sapere, da una smagliatura (ce ne sono sempre) che la National Security Agency sta raccogliendo dati sulle telefonate private di quasi tutti i cittadini americani: quattro grandi compagnie telefoniche americane su cinque (con l'unica eccezione della QWest) hanno accettato l'ingiunzione della NSA. E quando un deputato democratico e alcune organizzazioni non governative per i diritti umani protestano e chiedono l'apertura di un caso giudiziario per violazione della privacy, la risposta che viene dal ministro della Giustizia, Gonzales, e dai capi dei servizi segreti è questa: chi pone domande del genere viola gravemente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America.

Improvvisamente veniamo a sapere che il vero ideatore, la mente e il capo dell'operazione 11 settembre non fu Osama bin Laden, ma fu Khaled Sheikh Mohammed (insieme a Binalshibh). Come? Le Monde, un tempo giornale decente, pubblica per esteso la sua “confessione” dettagliata. La Stampa, in Italia, la riprende. Né l'uno né l'altro giornale dicono come e da chi hanno ricevuto il documento. Non dicono quando esso è stato scritto, in quali condizioni Khaled Sheikh lo abbia firmato, se abbiano , o meno, idea sul luogo in cui si trova, se siano certi che è ancora vivo.

Pubblicano, beati loro, lo scoop, incuranti non solo del ridicolo, ma soprattutto delle conseguenze logiche. Perché se è vero che Khaled Sheikh è la mente e l'organizzatore dell'11 settembre, allora bisogna dedurne che George Bush e Tony Blair mentirono quando dissero ai governi alleati dell'Occidente (era il 2 ottobre 2001) di avere la prova, the smoking gun, della responsabilità di Osama bin Laden.

Infatti quei curiosoni di Muckraker Report – uno dei siti ficcanaso degli Stati Uniti - vanno a vedere, sul sito ufficiale dell'FBI, la lunga lista dei ricercati più ricercati del globo terracqueo, e scoprono con grande sorpresa, anche loro, che Osama bin Laden è tra i must wanted , è ben vero, ma solo per gli attentati di Al Qaeda del 1998 nelle ambasciate africane degli Stati Uniti. Non figura per niente, tra i capi d'accusa, l'11 settembre. Eppure Donald Rumsfeld aveva detto - dopo avere diffuso il primo, famosissimo filmato di Osama bin Laden che si autoaccusava dell'11 settembre – che quella era solo la ciliegina sulla torta: “la verità ci è nota da tempo”, aveva commentato. Come dire che questa ulteriore conferma serviva solo a convincere i più testardi scettici.

Sfortunatamente, per lui, quel filmato storico risulta essere falso: nel senso che il personaggio barbuto che proclama la propria responsabilità assoluta dell'11 settembre non è Osama bin Laden. E non è nemmeno Khaled Sheikh Mohammed. Diciamo che è un discreto attore, ma il suo naso, i suoi occhi, la sua bocca, la sua testa, le sue guance, non sono quelle dell'Osama che tutti ormai conosciamo a memoria. Quando si ha fretta, si commettono errori. Anche perché si è certi che il grande mare magnum dei giornalisti asserviti o imbecilli non si preoccuperà di controllare e berrà la storia senza fiatare.

Ma, stanti così le cose, scusate, risulta che gli alleati degli Stati Uniti, la Nato, le Nazioni Unite, sono stati tutti menati per il naso. Le prove contro Osama bin Laden non c'erano neanche allora. E, poiché esse furono alla base dell'attacco contro l'Afghanistan – attacco che gli Usa avevano predisposto, com'è noto, ben prima dell'11 settembre - significa che la legittimazione Onu che fu data alla guerra è oggi completamente invalida dal punto di vista giuridico, della legalità internazionale.

Altro trucco, altra corsa. Anche la versione ufficiale dell'11 settembre fa acqua da tutte le parti. E' ormai un dato di fatto, sebbene i media mondiali abbiano scrupolosamente taciuto per cinque interi anni. Sebbene anche parecchie persone oneste e qualificate abbiamo dimenticato di occuparsi del problemino che ha cambiato la storia del mondo, altre non si sono distratte e hanno proseguito le indagini, in direzioni diverse da quelle ufficiali del complotto di Al Qaeda. Naturalmente ben sorvegliate, a distanza, dai depistatori dislocati nei ministeri, nei servizi segreti, nei giornali più importanti, nelle televisioni che contano, e anche sul web.

Così, all'improvviso (queste cose succedono sempre all'improvviso) ecco uscire fuori un “presunto” nuovo filmato che eliminerebbe tutti i dubbi sull'aereo del Pentagono, sul famoso volo Boeing 757 che si sarebbe schiantato sulla parete sud-ovest. Tutti i giornali e tutte le tv spiegano che, “finalmente” si vede l'aereo, la cui presenza, per prima, aveva negato il povero Thierry Meyssan, messo alla gogna da tutta la stampa francese e poi mondiale, per avere rivelato la elementare constatazione che ciò che aveva colpito il Pentagono non era e non poteva essere – “per la contraddition che nol consente” avrebbe detto Galileo Galilei – un Boeing 757, né un aereo di line di analoghe dimensioni.

I titoli sono univoci: è la fine delle teorie complottistiche (diverse dalla teoria complottistica principale, cioè quella dell'Amministrazione Usa). Poi ci si prende la briga di andare a controllare e si scopre che hanno aggiunto uno o due fotogrammi, dove non solo non si vede un Boeing 757, ma si vede la punta di qualcosa d'altro, che è molto più piccolo e affusolato.

Quei fotogrammi non chiariscono nulla, ma servono a smorzare l'impatto di alcuni film appena usciti sul web, in cui le tesi ufficiali sono smontate una ad una. Di nuovo (quasi) tutti ci cascano. E verrebbe da esclamare: ma davvero i media sono tutti così imbecilli? Se non fosse che già viviamo da tempo nel regime della censura imperiale, cioè se non sapessimo che la verità non può più essere detta (ovvero non può più essere detta senza correre qualche pericolo).

Siamo ostaggi di un sistema dove chi guida la danza sono i servizi segreti, dove i diritti hanno subito un logoramento sostanziale, dove l'informazione è nelle mani dei potenti. La democrazia liberale è finita da tempo, sostituita da riti formali, imposti come validi per tutti sotto tutte le latitudini , cioè privi di senso per immense moltitudini asservite. Si chiamano elezioni in regime di occupazione militare. Altrove, negli Stati Uniti per esempio, dove l'occupazione militare formalmente non c'è, i risultati elettorali si decidono, da due elezioni presidenziali in qua, prima che gli elettori vadano alle urne elettroniche. Ma anche in questo caso il motto della stampa e nei media americani, proiettato su tutto il pianeta, è il noto proverbio secondo cui “il silenzio è d'oro”.

E tutto questo lo dobbiamo ai gestori dell'11 settembre 2001.

Giulietto Chiesa
da ''Galatea'' di luglio 2006

FONTE: MEGACHIP