07 luglio 2006

(O)scenario politico italiano

di Gianfranco La Grassa

Il Corriere sta diventando il peggiore, e forse anche più stupido, giornale italiano, riuscendo quasi a battere Repubblica e Giornale. Oggi, 30 giugno, nell’editoriale si attacca forsennatamente Berlusconi in una delle poche occasioni in cui ha ragione. E’ evidente che l’UDC è alla ricerca di smarcarsi e di dimostrarsi “disponibile”, mentre il centrosinistra minaccia invece elezioni anticipate per piegare la resistenza dei riottosi sulla missione in Afghanistan. Il Corriere sostiene risibilmente che l’UDC è piena di quel senso di responsabilità nazionale che mancherebbe invece al Cavaliere. In realtà, anche Liberazione, da almeno un mese, denuncia una serie di trame (non tanto) occulte tendenti a sostituire i rifondaroli con i democristianucci del centrodestra.

So bene che i “sinistri” gridano al lupo per ridurre alla ragione quei pochissimi parlamentari (in specie al Senato) che vorrebbero “non sporcarsi” troppo le mani; tuttavia, che l’operazione “grande centro” (e partito sedicente democratico) sia sempre nella testa di tutti i peggiori reazionari di questo paese, è qualcosa di fin troppo evidente. Una simile operazione è estremamente difficile e non risolverebbe altro che qualche problema puramente aritmetico, in sede parlamentare, mentre aumenterebbe lo sfascio del paese. Il vero fatto è che il piccolo establishment (fondamentalmente, il patto di sindacato dell’RCS, il nefasto gruppo di dominanti che opprime il paese) è in reale difficoltà. Esso è in una brutta situazione economico-finanziaria – malgrado si presentino (falsi) conti aziendali in miglioramento e improbabili piani industriali – e non può più aspettare molto tempo: o il Governo devasta il paese e rapina miliardi di euro per fargli affluire qualche buon fiume di soldi, o altrimenti i membri di questo gruppazzo finiranno la loro nefanda vicenda in pochi anni (naturalmente come finanzieri e industriali, perché avranno i loro bei conti personali in qualche dove).

Il gruppo di economisti, politologi, ecc. – che essi pagano – è talmente privo di un minimo di dignità da accettare di avanzare soluzioni del tipo di quella che viene oggi (sempre 30 giugno) gustosamente presa in giro da Geronimo (Cirino Pomicino) sul Giornale. Uno di essi (si tratta di uomo d’affari e “grande intenditore” di economia) ha fatto una proposta “risolutiva” per migliorare i nostri conti pubblici; proposta ripresa da altri economisti (e simili) dello stesso genere, che imperversano nel suddetto giornale, ormai intenzionato a distanziare tutti in fatto di sciocchezze. Si invita a mettere 100.000 impiegati pubblici a busta paga leggermente ridotta e senza lavorare in attesa che maturino la pensione ormai vicina. Al loro posto verrebbero assunti 30.000 giovani con stipendio decisamente inferiore e pieni di energie nuove; cosicché (si sostiene) aumenterebbe l’efficienza e la produttività del settore pubblico, e per di più con risparmio di spesa. Uno dei suddetti economisti (“di fama”) ha citato perfino la Thatcher che – secondo lui – avrebbe risolto i problemi dell’Inghilterra non mettendo in ginocchio i sindacati, come noi credevamo (ingenui che siamo), bensì costringendo al prepensionamento i professori universitari (sopra i 60 se non ricordo male) e assumendo dei giovani con stipendio (d’inizio carriera accademica) decisamente più basso. I sindacati italiani si sono comunque dichiarati entusiasti della demenziale proposta e si sono detti a disposizione per mantenere i 100.000 dipendenti “a scartamento ridotto” mediante la costituzione di un fondo alimentato da parte degli aumenti contrattuali del biennio 2005-6.

A parte il risibile risparmio ottenuto con simili mezzucci, che ricordano i famosi “conti della serva” (non più possibili oggi dato che esistono solo le colf), tutti noi avremmo pensato: 1) che la produttività ed efficienza esigono soprattutto una drastica tecnologizzazione (informatizzazione in specie, ma non solo) dei vari servizi; 2) in subordine, che i giovani pieni di energie possono anche essere meno esperti e “più impulsivi e azzardati” (e perfino meno veloci e accurati) di coloro che hanno una pluridecennale professionalità lavorativa. In ogni caso, è a dir poco vergognoso che paludati “accademici” (alcuni della paludatissima Bocconi) dicano simili sciocchezze; e ricordino la Premier liberista inglese – di cui si può e deve dir tanto male, ma non certo che era scema – per avallare proposte da veri disperati quali sono coloro che li pagano per vaneggiare sul giornalaccio di cui sopra.

Questo è però solo un esempio della manifesta incapacità e inettitudine (accompagnate da arroganza e presunzione) di questi pretesi tecnici, che metteranno al tappeto il nostro paese. Non voglio entrare nel merito della manovrina fatta, sempre oggi, dal Governo, e soprattutto della prossima finanziaria “lacrime e sangue” che vorrebbe rinverdire gli “infausti” di Amato dell’inizio anni novanta. Quanto al “buco terribile” lasciato dal precedente Governo, non vedo perché dovrei credere a questi banditi e non ai loro simili che, nel 2001, denunciavano il “buco” lasciato dal precedente Governo di centrosinistra. Chi crede o non crede solo in base a quel che gli comunicano i suoi infami “capi” corrisponde perfettamente a quanto scriveva Guareschi dei piciisti d’antan: trinariciuti e con il cervello versato all’ammasso. In ogni caso, la manovrina odierna lascia intendere che il buco non sia poi così enorme. Inoltre, premettendo che da parte mia non vi è alcuna simpatia – e quindi difesa – delle sedicenti lobbies (farmacisti, taxisti, ecc.) colpite dalla “liberalizzazione” in tema di licenze, va detto chiaramente che non si tratta di misure decisive per ridare sviluppo reale ad un paese; chi lo sostiene o è cretino o mentitore spudorato. E, appunto, venduto. Non a caso, i vertici confindustriali (e il loro giornalaccio) affermano che si va nella direzione giusta. Sarà presto evidente il fallimento di questi escamotages, che hanno il solo pregio di mostrare come il neoliberismo sia articolo di fede anche per l’attuale Governo; sempre ricordando che non si nutre alcuna intenzione di difendere certe “caste”. Che sono però caste medio-piccole, mentre quelle grandi – e in particolare il piccolo establishment della RCS – sono avvantaggiate in tutti i sensi da questo preteso liberismo; e riceveranno aiuti “pubblici” a non finire, derogando ai principi della “libera” competizione globale.

Comunque vediamo, in sintesi, la situazione. Il centrodestra si sta sfilacciando. L’UDC è in “offerta”, ma credo che otterrà poco. La Lega, reagendo male alle sconfitte, insiste sul localismo che non ha alcuna prospettiva se non di minoranze solo “rumorose”, e per qualche anno ancora. AN ha ormai reciso le sue radici storiche; pur essendo di destra, nostalgiche, esse avevano ancora qualche risonanza, ma soprattutto, per quanto ad alcuni possa sembrare strano, potevano perfino trovare sussulti di rivitalizzazione nell’attuale confusissimo panorama internazionale. FI ha cercato di convogliare il malcontento del cosiddetto ceto medio, che non è però affatto “medio”; è un assemblaggio di molti gruppi sociali, piuttosto disgregati e nettamente stratificati a diversi livelli di reddito, di status, di mentalità, ecc. FI non è però mai diventata un partito, ha sempre avuto un capo che si crede “carismatico”, ma non lo è affatto, essendo stato montato solo dal centrosinistra alla ricerca di un nemico in grado di compattarne le mille anime.

Il fatto che, ad es., tra le elezioni politiche, da una parte, e le amministrative e il referendum, dall’altra, ci sia uno scarto di circa il 30% di affluenza alle urne – e si tratta, a mio avviso, di una astensione ascrivibile quasi totalmente alla “destra” – mi sembra dimostrare come gli elettori di questo schieramento siano assai meno affetti dal virus della berlusconite di quanto non lo siano quelli di centrosinistra con riguardo al simmetrico virus dell’antiberlusconite. Ed infatti, questo 30% si mobilita alle politiche per motivi non certo nobili – paura delle imposte, assurde promesse relative all’ICI, ecc. – ma è comunque mosso da una intenzionalità antipolitica, che è in effetti disgusto per questa politica, creduta l’unica politica, la vera politica. Appena si va ai referendum sulla Costituzione o ad elezioni amministrative, questa parte della “gente” preferisce non pronunciarsi.

E volgiamoci al centrosinistra. Un ceto politico di ex professionisti – non nel senso weberiano del termine, ma solo intendendo parlare di politicanti da quattro soldi – provenienti da DC, PCI, PSI e altri partiti(ni) della passata stagione; un periodo storico privo di grandezza, ma che oggi sembra essere stato il tempo dei giganti in rapporto allo squallore cavernoso degli attuali “topi (o vermi?) nel formaggio”. A questo ceto si aggiunga un buon 80, forse 90%, degli intellettuali (in senso lato, ricomprendendovi ad es. il gruppo degli insegnanti che sono quasi “analfabeti di ritorno”; per non parlare dei “nani e ballerini” del mondo dello spettacolo e della letteratura, ecc.). Il tutto – politici (con i sindacalisti) e (semi)intellettuali – frammentato in una decina di partiti e partitini, in cento correnti e in mille clan, ognuno dei quali odia pervicacemente e sparla a tutto spiano degli altri. Le povere classi lavoratrici sono soltanto oggetto di disquisizioni teoriche da parte dei pochi rimasugli della sinistra autoproclamatasi radicale (talvolta persino comunista), ma sono totalmente abbandonate a se stesse da una mescolanza abnorme e mostruosa di mestatori di professione.

Non sarà certo facile liberarsi di questi ultimi che sono organici ad un corrotto ambiente affaristico-politico-giornalistico, sia sul piano nazionale che locale (in particolare nelle grandi città, con il loro apice nelle nuove “Sodoma e Gomorra”: Roma e Napoli). Purtroppo non sono il Balzac delle Illusioni perdute; e non posso quindi descrivere adeguatamente questo verminaio così come fece il grande romanziere in riferimento al crepuscolo dell’Impero di Napoleone il piccolo. Ciò che rende uniti personaggi che si odiano e tramano l’uno contro l’altro è il potere di mettere a soqquadro l’intero paese, derubando i suoi cittadini (ai più svariati livelli di tenore di vita) per arricchirsi sfacciatamente con imbrogli finanziari e borsistici, assistenza statale all’industria (quella grande e decotta), moltiplicazione degli “enti” pubblici (accademici e non), gestione putrida del settore “spettacolo e informazione”, e via dicendo.

In attesa di tempi migliori – cioè peggiori per questi saltimbanchi di dominanti reazionari con il loro Circo Barnum di politici di destra e soprattutto di sinistra – mi sembra che ci si debba indirizzare a due settori sociali, entrambi certo molto disgregati, confusi, anche demoralizzati, in ogni caso al momento per null’affatto omogenei: né fra loro né al loro interno. Innanzitutto a quel 30% di cui ho detto sopra. Come già rilevato, si tratta di “gente” che crede di essere antipolitica e che, per questo, viene bollata – dai “progressisti” del ceto politico-intellettuale di sinistra – con l’etichetta di “qualunquista”. In realtà, essa non si rende conto che potrebbe esistere un’altra politica; così, si dà appunto all’antipolitica, con la convinzione di trovarla, prima, in Bossi (un fattore del tutto localistico e senza respiro) e, poi, in Berlusconi prendendo una “toppata” ancora maggiore. Non dico che questa “gente” sia adesso matura per volgersi altrove, ma certo è delusa e può sbandare “in molti sensi e direzioni”. Spetterebbe a chi vuol sforzarsi di capire qualcosa iniziare a porsi il problema.

Vi è poi il tradizionale “mondo del lavoro”, cioè quello salariato e sindacalizzato, aggrappato a vecchie – ma sempre più stanche e demotivate – militanze a causa della ben nota vischiosità abitudinaria della politica e della deformazione ideologica. Qui il lavoro politico da compiere è più difficile e complicato perché non siamo in “terra vergine”, ricettiva – almeno come potenzialità – di idee e programmi nuovi. Proprio per questo non si deve essere teneri verso nessuna delle vecchie cariatidi della politica e della intellettualità di sinistra. Pensate, come semplice e piccolo esempio, alla listina di sinistri radicali (e sedicenti comunisti) che ha preso nelle comunali di Roma, se non erro, lo 0,6% in pieno appoggio al corrotto ambiente veltroniano. Il tutto per avere anch’essa qualche meschino appannaggio. Ebbene, questo pur piccolo insieme di imbroglioni, che sbandiera il comunismo più puro per i propri miserabili interessi, non ha ovviamente la stessa pericolosità dei D’Alema, dei Fassino, dei Bertinotti, ecc., ma è altrettanto purulento e fa marcire delle potenzialità che dovrebbero essere indirizzate più utilmente. Teniamone conto; non credo alla convenienza di alleanze e discussioni con simili gruppetti, nemmeno tatticamente. Sono nemici “infiltrati”, veri spioni al servizio dei più pericolosi sopra citati. Tutti da rigettare e criticare aspramente, cercando di vincere le brutte abitudini e passività di ceti lavoratori che comunque rappresentano una potenzialità alternativa (in un periodo non certo breve).

Per il momento pongo un problema e non pretendo di più. E desidero discuterlo con coloro che hanno rotto finalmente con l’intera sinistra; la quale, giocando su mille sfumature e con un ventaglio di posizioni che cercano di rappresentare ogni corrente del putridume politico-culturale attuale, difende il potere dei peggiori gruppi dominanti italiani (ed è quindi oggettivamente filoamericana anche in quei settori di minoranza che si proclamano “antimperialisti”).

FONTE: RIPENSAREMARX