19 luglio 2006

Verso le tenebre, esultanti

di Maurizio Blondet

Vedere su La7 Alain Elkann che intervista la Bonino, la più likudnik del governo detto di sinistra, già spiega molto.
In questi momenti, Israele non si fida di spargere propaganda attraverso i suoi giornalisti noachici più servili o pagati; chiama in servizio direttamente i suoi figli diletti.
Elkann e Bonino sono d'accordo, Israele è aggredito, l'accusa di reazione spropositata è antisemita. Su La Stampa, Fiamma Nirenstein, su l'Unità, Furio Colombo martellano lo stesso concetto: il bene è Israele, il male Hezbolla, Hamas, Siria, Iran, e gli europei che guardano sgomenti e non danno del tutto ragione allo Stato giudaico.
Non è un pettegolezzo ricordare che Alain è padre del noto Lapo Elkann, né che Colombo ha scritto romanzi pedofili.
Il «bene» oggi è definito da cuori di tenebra.
In USA è lo stesso.
Alla CNN bellicista ha preso il comando il capo del suo ufficio di Washington, Wolf Blitzer, che è stato giornalista al Jerusalem Post e agente dell'AIPAC, American-Israeli Public Affair committee, il braccio più direttamente politico della lobby.
Lo scopo di Blitzer, in queste ore, è essenzialmente svalutare il numero dei morti civili, che sono centinaia più di quel che dicono i media controllati.
Gli americani non sanno dei due pulmini mitragliati a Beirut, con 23 persone a bordo, di cui nove bambini, tutti massacrati.
I «giornalisti» di Davide sono lì per questo.
Filtrano le immagini, soprattutto.

Che non si vedano i corpi di bambini morti nei crateri delle bombe e fra le macerie, che coraggiosi reporter stanno mandando a rischio della vita.
Né che si parli dei turisti - anche americani in gran numero, come vedremo - bloccati nell'aeroporto bombardato senza preavviso.
Ma che si parli invece di guerra: guerra della terza potenza mondiale contro un Libano che non ha esercito.
Bisogna, al minimo, contrastare l'evidenza di queste foto.
O di reportages incontrollati, come quello che manda Giuseppe Zaccaria da una cantina di Beirut alla Stampa: «Qui per colpire gli hezbollah si sta annullando l'esistenza di un Paese intero, le vie di comunicazione sono interrotte, porti e centrali elettriche bombardati, e così strade, ponti, minareti, impianti idrici e distributori di gas»... Zaccaria, girando in auto, scopre che «l'aviazione israeliana ha colpito anche i piccoli ponti sulle strade secondarie».
Un lavoro minuzioso, per portare un Paese moderno all'età della pietra.
A fianco, però, Fiamma Nirestein, israeliana, intervista l'analista israeliano Lerman: «Non possiamo lanciare caramelle».
Eppure non sarebbe una cattiva idea, visto che metà della popolazione è fatta di bambini.
Ma lo scopo urgente della «giornalista» israeliana è di contrastare l'evidenza che quelle foto e quei reportages rischiano di mostrare: un orrendo delitto è in corso.
Perché Israele ha tutti i mezzi per attacchi «chirurgici», missili teleguidati, teste cercanti, e li ha spesso usati.

Ma i crateri che la sua aviazione apre in Libano dicono che non sta usando quei mezzi: sono crateri enormi e profondissimi, da cui affiorano auto e corpicini.
Bombe di enorme potenza, armi di distruzione di massa per massacri indiscriminati.
Israele spara su tutto e su tutti.
Ha sparato, colandola a picco, su una nave egiziana da trasporto che si trovava in acque internazionali davanti a Tartesso in Siria.
Dodici marinai soccorsi hanno riferito di essere stati attaccati da una lancia «che sparava a caso in ogni direzione».
Fa paura che il ministro italiano della Difesa abbia mandato nell'area una nave e due C-130.
Il bene è all'opera, e non guarda in faccia a nessuno.
E ci considera già nemici, perché esitanti.
E' la guera finale per lo Stato messianico.
Così la saluta esultante William Kristoll, il super-ebreo direttore di Weekly Standard, organo ufficiale dei neoconservatori.
Mentre a beneficio del pubblico noachico si piange sulle perdite ebraiche colpite da Hezbollah, nel pezzo di Kristoll, inteso ad addetti ai lavori, si esulta per la «divina sorpresa» dell'aggressione in Libano, inizio della grande vittoria apocalittica. (1)
«Perché se la Siria e l'Iran sono nemici di Israele, sono anche nemici degli Stati Uniti. Noi [noi americani, intende: quando fa comodo, Kristoll calza il cappello statunitense] non abbiamo fatto abbastanza per opporci ad essi e per indebolirli… siamo stati troppo deboli, e abbiamo consentito di essere percepiti come deboli. La debolezza è provocante.
La risposta giusta è una forza rinnovata a fianco di Israele, e nel perseguire cambi di regime in Siria e Iran. Perciò dovremmo valutare un attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane. Perché attendere? E' più facile agire in anticipo, che poi. Sì, ci saranno ripercussioni: e saranno sane e giuste, perché mostreranno un'America forte che ha rifiutato ulteriori concessioni (appeasements)».

«Ma un simile colpo militare richiederà qualche tempo per essere preparato. Nel frattempo, Bush potrebbe lasciare lo stupido G8 di San Pietroburgo, che non farà che trasmettere un messaggio di confusione morale e di indecisione politica, per recarsi a Gerusalemme, la capitale della nazione che sta al nostro fianco, ed ha la volontà di combattere con noi, contro i nostri comuni nemici».
Se abbiamo citato a lungo questo delirio, è perché dice quel che avverrà dopo il Libano.
E' già deciso.
Ancora una volta, i neoconservatori riprendono in mano la situazione su cui avevano perso in parte la presa: ancora una volta Israele forzerà gli Usa a partecipare alla sua guerra, perché li convincerà che la sua guerra «è la nostra guerra».
Basta concessioni, basta appeasement, basta diplomazia.
E' l'ultima battaglia del «bene» contro il «male», quella tanto attesa dei «cristiani rinati» americani, l'Armageddon.
E ad Armageddon, non sono più possibili neutralità e distinguo.
Il «bene» è ridotto agli USA e ad Israele, il «male» sono tutti gli altri, da Putin all'Europa.
La prossima fase è attaccare l'Iran.
Gli USA lo faranno perchè glielo ordina il suo alleato.
«Ci saranno conseguenze?»
Tanto meglio, gioisce Kristoll: perché non si potrà tornare indietro alla diplomazia
e ai processi di pace.
Guerra, guerra finalmente.

E' la strategia sharoniana della rottura, del fatto compiuto e del forzare la mano, finchè non ci sia altra strada che la fuga in avanti nella violenza.
Agisce qui uno spirito tenebroso in molti sensi: anzitutto, il fatto di avere armi strapotenti invoglia ad usarle.
Ciò significa che sono le armi a dettare la strategia, e non il contrario.
All'opposto, il pensiero militare europeo di Clausewitz, secondo cui la guerra è «politica con altri mezzi»; qui la politica è la guerra, semplicemente «perché abbiamo i mezzi».
Mezzi che sono sproporzionati per Gaza e il Libano, ma che diventano proporzionati
per Armageddon.
Dunque, li si usino.
C'è anche il fondo trotskista, da cui questi ebrei neocon derivano: la «rivoluzione permanente», che sta per arrivare finalmente al suo compimento, che è l'instaurazione del regno d'Israele, e con esso la fine della storia.
E c'è la pulsione ebraica più profonda: mettersi in pericolo per «mettere alla prova Dio», costringerlo a salvare il suo popolo eletto, forzare la mano anche a Lui.
L'invito a Bush a volare a Gerusalemme ha questo chiaro senso: nella battaglia finale questo è il posto della superpotenza, nella città santa da cui tutto comincia e in cui tutto finisce.
Ripercussioni?
Conseguenze?
Kristoll se ne infischia.

Prospetta con gioia a tutti noi un inverno prossimo senza riscaldamento, petrolio a 200 dollari, magari anche ricadute radioattive; le vittime non contano, nella battaglia finale.
Israele avrà il suo regno, o ci trascinerà tutti nel suo abisso.
I cristiani «rinati», saranno rapiti al cielo.
Tutti gli altri, resteranno nella giusta «tribolazione» che li attende sulla terra, le tenebre nucleari, le piaghe, la fame, il freddo.
Per questo l'amico Webster Tarpley teme per la sorte di 25 mila americani che sono rimasti in Libano bloccati dai bombardamenti, vittime dei loro alleati.
E non vengono evacuati. (2)
Persino la Fox News ha interrvistato una di queste americane, Silva Boghossian, che si lamenta dell'inazione del suo governo.
«Gli italiani e i sudafricani che stavano nel mio albergo sono stati tutti evacuati due giorni fa», ossia il giorno seguente i bombardamenti israeliani, dice.
Ora, il suo albergo è «pieno di americani» e solo di loro.
Bersagli per una provocazione false flag, da attribuire ad Hezbollah.
Per un nuovo 11 settembre che «costringa» l'America a scendere nell'Armageddon
a fianco di Israele.
Perché i soccorritori americani dispongono delle basi inglesi nella vicina Cipro, da cui far partire gli aerei per caricare i loro cittadini rimasti bloccati sotto le bombe dell'amico.

E guarda caso, c'è una «forza di spedizione» che sta facendo esercitazioni nel Mar Rosso, con 2200 marines a bordo.
Ma anche con aerei da 200 posti, l'evacuazione richiederebbe un centinaio di voli.
E poi dove atterrare, visto che l'amico ha ridotto ogni pista in Libano a campi arati dalle bombe d'alta potenza?
Si dovranno usare elicotteri, lungo e lento viavai, ad ogni decollo il rischio di essere colpiti da missili «iraniani», manovrati da gente del Mossad e Shin Beth che parla arabo, o dai falangisti «cristiani» agli ordini di David.
In ogni caso, i voli di evacuazione avrebbero dovuto già essere cominciati; un Bush meno servo noachico avrebbe dovuto dichiarare Israele responsabile per quelle vite.
Ma abbiamo visto che cosa ha fatto l'11 settembre.
E come ha provveduto agli alluvionati di New Orleans.
Si è visto quanto gliene importi delle vite dei suoi cittadini.
Un segno di malaugurio in questo senso è che la CNN controllata dall'agente AIPAC ha intervistato, presentandola come «una cittadina americana bloccata in Libano», Caroline Chamoun.
Trattasi sicuramente di una parente di Camille Chamoun, il presidente del Libano che nel 1958, in obbedienza alla CIA, invocò forze americane nel suo Paese.
E' evidente che uno degli scopi della campagna è di attrarre forze USA nella crisi libanese.
Ci riusciranno.
Kristoll esulta.

A noi, non resta che pregare.
Prepararci spiritualmente a quello che avverrà.
E' stata progettata la fine di un mondo, quello che conosciamo, con le sue auto e i suoi consumi, la sua pubblicità e la sua fatuità senza scopo.
La resistenza non può essere che spirituale.

Post scriptum: approfitto per una correzione: nel mio pezzo «Ha cominciato Israele» ho attribuito a Gilad Atzmon una frase che invece è di Avraham Yeoshua. Ringrazio la lettrice che me la segnala.

Note
1) William Kristoll, «It's our war», Weekly Standard, 24 luglio 2006.
2) Webster Tarpley, «Beware of false flag provocation», Total Information, 15 luglio 2006.

FONTE: EFFEDIEFFE